Macron, il principino del caos…

Jacques Sapir, 8 gennaio 2019

La discesa di Emmanuel Macron negli inferi continua. Ma si trascina la Francia. La catastrofica gestione della rabbia sociale porta alla riscoperta dei “nemici del popolo” della polizia e gendarmeria, con una logica che si pensava scomparsa dagli attentati del 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo e Hypercasher) e la tragica sequenza che apriva. La memoria di figure come Ahmed Merabet o Frank Brinsolaro, poliziotti vittime dei terroristi mentre cercavano di proteggere le vittime a Charlie, e del colonnello Arnaud Beltrame, morto nel gennaio 2018, meno di un anno fa, è cancellata dagli agenti di polizia che sventrano e sfigurano usando, contro le norme, le loro bombe flash per colpire in testa i manifestanti. Commisurata a tale criterio, la valutazione di Emmanuel Macron, che alle elezioni disse che intendeva riconciliare i francesi, è terribile. Probabilmente è irrimediabile. Dalle azioni, come dalle parole, Emmanuel Macron ha portato la Francia nel caos. È oggi, sia per la politica, giustamente odiato, sia per la persona, a volte ingiustamente odiata, il simbolo della divisione radicale tra i francesi.

Un governo sordo, cieco e muto (sull’essenziale)
La dichiarazione del primo ministro al telegiornale TF1 del 7 gennaio conferma che questo governo, e questo presidente, non hanno capito nulla e non hanno imparato nulla dagli eventi che si verificano da due mesi. Ha invocato frasi esemplari, ma la giustizia è in Francia (teoricamente) indipendente. Non spettava a lui fare tale affermazione. Aveva detto di essere rimasto scioccato dalle immagini trasmesse su “Act VIII”, della manifestazione del 5 gennaio. Ma non aveva una parola per le vittime della polizia. Il primo ministro intende quindi dare una risposta “sicura” alla “violenza” causata dal movimento; ma non capisce che l’unica risposta che può abbassare il livello di violenze (cosa auspicabile) è una risposta politica. Un simile atteggiamento può solo bloccare ancora un po’ il potere nella repressione a spirale denunce, manifestazioni, repressione. Mostra che il governo è puramente reattivo ed ha perso l’iniziativa. Le misure annunciate il 10 dicembre hanno tutte le caratteristiche del “troppo poco, troppo tardi”. Anche le misure serie sul potere d’acquisto, come l’aumento generale dello SMIC del 20%, attualmente impossibili a causa dell’adesione della Francia all’eurozona, non possono essere considerate sufficienti. La domanda posta è quella della democrazia, attraverso la richiesta del voto proporzionale e del referendum su iniziativa dei cittadini. È su questi punti che ci si aspettava una risposta. È chiaro che non c’è. Questa situazione di crisi genera ora netto contrasto tra francesi e polizia. Ha distrutto, ed è solo responsabilità del governo, ciò che sarebbe stato costruito dagli attentati del 2015-2016. L’uso della polizia ha infatti causato centinaia di feriti, alcuni molto gravi, come indicai in precedenza [1]. Donne e uomini sono stati feriti, anche gravemente. Quindi, va detto che alcuni, una minoranza, di questi casi sono incidenti. Alcuni, numerosi, sono “macchie” per la polizia o i gendarmi, errori grossolani che vanno indagati e, se del caso, processati. Ma al di là di questi incidenti, purtroppo probabilmente inevitabili, di questi errori, c’è la volontà politica. Coinvolge il prefetto, il ministro degli Interni e, naturalmente, il primo ministro Edouard Philippe.

Il sintomo del pugile
L’episodio del “pugile” sul ponte sulla Senna è sintomatico. Tutti hanno in mente il video in cui vediamo Christophe Dettinger colpire un poliziotto. Questo evento è quasi retrocesso dal video cupe dove si vede un poliziotto, decorato, che colpisce diversi manifestanti a sangue freddo. Ma è anche importante vedere il video nei minuti prima dell’aggressione [2]. Illumina in modo significativo il contesto in cui avveniva. Christophe Dettinger pubblicava un video in cui si spiega dicendo di rammarica del suo atto [3]. Oltre ai fatti, che dovranno essere giudicati, il supporto di cui gode in gran parte del pubblico va preso in considerazione. La “questua” si sostegno su una piattaforma digitale, raccolse in meno di 48 ore in più di 120000 euro. Quando sappiamo che gli importi medi delle donazioni sono dell’ordine di 17 euro, ciò implica che più di 7000 persone vi hanno contribuito, per pagare gli avvocati. Tale mobilitazione per un individuo solo è del tutto eccezionale. Ma dice molto sulla situazione. Di fronte a ciò che va definito movimento di solidarietà, la risposta del governo attraverso l’onorevole Schiappa è terrificante. Tale donna, ex-ministao, ovviamente non sa che tale offerta è perfettamente legale e che non viola in alcun modo i “valori” della Repubblica. A meno che, la signora Schiappa riconosca solo i titoli della Repubblica… Quindi, possiamo anche dire che c’è in questa mobilitazione un fascino del gesto: un pugile a mani nude contro un poliziotto pesantemente protetto. Questo gesto, tuttavia, non è così unico come si è disposti a dire.
Nelle violente manifestazioni dei primi anni ’70 a cui partecipai, che fosse la protesta del 21 giugno 1973, dopo l’omicidio di Pierre Overney, od altre, gli scontri con la polizia furono estremamente violenti, beh, più che in questo caso. Ricordo che il 21 giugno la polizia dovette ritirarsi. Durante una manifestazione contro i bombardamenti statunitensi nel Vietnam del Nord, il 20 gennaio 1973, vidi tre manifestanti far arretrare di oltre venti metri venti agenti di polizia. Certo, tutto questo risale a prima dei cellulari che oggi registrano tutto. Ciò che rende unico il gesto di Christophe Dettinger è che non è l’attivista di alcuna organizzazione. Non fa parte di un “servizio di ordine”, come allora in molte organizzazioni di estrema sinistra. Era un contestatore isolato. Questo passo interroga anche i francesi, e spiega in larga misura lo slancio di solidarietà che si manifesta oggi. Per qujanto deplorevoli e riprovevoli siano i fatti, traducono l’immensa rabbia di un movimento che il potere è ostinato a non sentire, murato nelle proprie certezze e nell’idea (assurda) di rappresentare il “bene”. C’è tutta l’esasperazione di queste persone, che non avevano mai mostrato prima e che in due mesi subiscono le violenze del governo, ma anche il suo autismo politico. Va capito: ci sono in interi settori della popolazione francese dall’immensa rabbia che continua a crescere. La stessa rabbia che trasforma movimenti pacifici in sommosse e rivolte. Questa rabbia è anche alimentata dalla differenza di trattamento tra violenza della polizia e violenza dei manifestanti. Questa rabbia è alimentata, infine, da disprezzo e odio mostrato apertamente dagli editorialisti al servizio del potere. Si pensi alle dichiarazioni scandalose e criminali (nel senso di incitamento all’omicidio) di un Luc Ferry che chiama l’esercito a sparare ai gilet gialli… [4]

Governo in stallo
Il problema che il governo deve affrontare oggi è ripiegare la violenza e incanalare la rabbia. Dire che non l’intraprende, moltiplicando le provocazioni, che siano volontarie o involontarie, è un eufemismo. Ma cosa può fare? La prima delle azioni sarebbe riconoscere la legittimità delle affermazioni dei gilet gialli. Ma qui possiamo vedere i problemi politici. Se parliamo di richieste politiche, come l’istituzione di una rappresentanza proporzionale e il referendum d’iniziativa dei cittadini, queste innovazioni minacciano di distruggere la struttura di ciò che si può chiamare “Stato forte”, e che in realtà descrive le misure politiche che assicurano che una misera minoranza governi anche di fronte l’opposizione popolare. Comprendiamo perché Emmanuel Macron voglia svuotare tali innovazioni del loro contenuto veramente democratico limitandole per renderle insignificanti. Se parliamo di richieste di giustizia fiscale, queste non sono realmente possibili finché la libertà del capitale rimarrà allo stato di principio. Perché è tale libertà del capitale che permette alle grandi fortune e alle società che se ne avvantaggiano di giocare con la legge. Tuttavia, gli attacchi alla libertà del capitale sono vietati dall’Unione europea. Se parliamo di misure sul potere d’acquisto, si scontrano con la famosa “competitività internazionale” della Francia, che svolge il ruolo di regola ferrea in un Paese che non può svalutare la moneta. Perché, dobbiamo ricordare, ciò che vieta qualsiasi politica di condivisione della ricchezza creata dal lavoro, è la moneta unica, è l’euro. È comprensibile che Emmanuel Macron e il suo governo non abbiano intenzione di rimettere in discussione le regole dell’UE o di uscire dall’euro. È anche comprensibile che, agli occhi dei loro allievi, si attengano alle disposizioni che gli consentono tale esercizio di potere minoritario in cui si abbandonano a delusioni malvagie. Siamo condannati a vedere la violenza salire da sabato in sabato, da atto ad atto? Rimane una soluzione, ma la sua rilevanza è limitata nel tempo: il ritorno alle urne con lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Anche se questa soluzione è imperfetta, poiché non risolverebbe la disuguaglianza di rappresentazione delle opinioni correlata al voto a doppio turno, potrebbe essere lo sbocco logico della crisi. Ma dobbiamo agire rapidamente. Se c’è un morto, che si tratti della polizia o dei manifestanti, e anche questa soluzione perderà d’efficacia.
Emmanuel Macron ha già una responsabilità storica: quella di provocare con parole ed atti la peggiore violenta crisi sociale che la Francia abbia conosciuto dal 1968. Se persiste nell’atteggiamento e nelle provocazioni, può condurre la Francia nel caos. È tempo che capisca che la sua politica è fallita. Il fallimento è ovvio, sia che si tratti di politica interna od estera, un’area in cui ha perso, a causa degli eventi, ogni credibilità. La legittimità del suo potere è permanentemente indebolita e la sua legittima lo sarà presto. E’ ora che capisca che solo il ritorno alle urne può risolvere la crisi. È tempo che finalmente capisca che il tempo avanza.

[1] Les Crises
[2] Yetiblog
[3] Youtube
[4] La Libre

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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