Trump inizia la sua guerra, infine?

Melkulangara Bhadrakumar, SCF 12.01.2019

Alla fine dello scorso anno, il 5 dicembre, Baghdad ospitava una conferenza interessante quando la missione NATO in Iraq (NMI), recentemente istituita, organizzava un “Introduction Event” al Ministero della Difesa iracheno. Secondo il comunicato stampa emesso dal Comando della Forza congiunta alleata della NATO a Napoli, alla conferenza parteciparono “i principali leader della sicurezza e della difesa iracheni, incluso il capo di Stato Maggiore iracheno Generale Uthman al-Qanimi” e rappresentanti di varie missioni, organizzazioni ed entità partner internazionali come l’Operazione Inherent Resolve della Task Force congiunta, la missione di consulenza dell’Unione europea in Iraq, la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq e l’Ufficio di cooperazione per la sicurezza-Iraq e le missioni diplomatiche. Il comandante della NMI, general-maggiore dell’esercito canadese Dany Fortin, introdusse mandato, visione ed obiettivo della missione come “nuova iterazione della relazione di vecchia data” tra NATO ed Iraq, che riunirà “le competenze e le pratiche migliori su sicurezza/difesa per la riforma del settore, sviluppo istituzionale e formazione e istruzione di tutta l’Alleanza e suoi partner”. Dopo una serie di presentazioni e una sessione di domande e risposte, il capo dell’Esercito iracheno, Generale Uthman al-Qanimi, concluse con chiara approvazione del NMI osservano l’importanza di una cooperazione a lungo termine tra Repubblica dell’Iraq e Missione NATO. L’evento ebbe luogo solo due settimane prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump facesse il drammatico annuncio sul ritiro delle truppe nordamericane dalla Siria. Esattamente tre settimane dopo l’evento del NMI a Baghdad, Trump fece una “visita a sorpresa” nella base aerea al-Asad, nell’Iraq occidentale tra Baghdad e il confine siriano, assai simbolica, essendo il primo viaggio presso truppe di stanza in una zona di combattimenti. Naturalmente, l’osservazione più importante fatta da Trump durante la visita fu che non aveva intenzione di ritirare le forze statunitensi dall’Iraq, aggiungendo: “In effetti, potremmo usare questo (Iraq) come base se volessimo fare qualcosa in Siria”.
Che questi tre sviluppi a dicembre siano interconnessi non sfugge agli analisti coinvolti nella cacofonia della decisione di ritiro di Trump dalla Siria e successive dichiarazioni mutevoli dagli USA, in particolare l’osservazione scottante del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton che apparentemente ritirava la decisione del POTUS, mentre era in visita in Israele. L’NMI è un potente veicolo delle strategie regionali degli Stati Uniti. Ma prima di tutto, l’NMI è importante per le relazioni transatlantiche. Affronta una delle principali cause di tensione tra Stati Uniti ed Europa fin dall’inizio dell’impegno dell’alleanza in Medio Oriente. Storicamente, la struttura di comando e le capacità militari dell’Alleanza furono sviluppate per assicurare un’efficace deterrenza coll’ex-Unione Sovietica. Gli Stati europei temevano che il coinvolgimento della NATO in Medio Oriente avesse conseguenze negative per la sicurezza in Europa. Ciò portò allo sviluppo di meccanismi flessibili nell’era post-Guerra fredda a sostegno delle cosiddette operazioni fuori area basate su strutture europee, “coalizioni di volonterosi” e cooperazione coi Paesi partner. Tuttavia, gli sforzi dei Paesi europei andarono dispersi, e trascurati dagli Stati Uniti, portando a maggiore pressione sul coinvolgimento della NATO. L’NMI, al contrario, è una missione corposa, simile alla Missione Resolute Support in Afghanistan, ma in realtà molto più potenziata. In una certa misura, NMI può anche portare alla distribuzione uniforme dei costi legati alla sicurezza tra i membri europei dell’alleanza e gli Stati Uniti. Questa è una considerazione particolarmente importante per Trump. Dal 2014 si prevede che gli alleati della NATO aumentino il bilancio della difesa almeno del 2% del PIL entro il 2024, ma solo la metà di essi dovrebbero raggiungere l’obiettivo. Nel frattempo, gli Stati Uniti intensificano significativamente le spese per rafforzare la propria presenza militare in Europa, da 1 miliardo nel 2015 a 6,5 miliardi previsti nel 2019. L’NMI significa maggiore sostegno dagli alleati degli Stati Uniti per stabilizzare la situazione in Medio Oriente (che incide anche sulla sicurezza europea). Soprattutto, sebbene alcuni membri della NATO percepiscano terrorismo e migrazione incontrollata minacce principali, uno dei principali obiettivi del NMI, dal punto di vista statunitense sicuramente, sarà fornire una piattaforma per costruire il consenso nell’alleanza occidentale su ulteriore adattamento alle sfide di politica estera e sicurezza dalla Russia. Infatti, nel 2014, la NATO istituiva un hub a Napoli per coordinare le attività regionali sul mantenimento della sicurezza nella zona operativa meridionale (che comprende Mediterraneo e Medio Oriente, sebbene tale hub non sia operativo per mancanza di personale). Il NMI può essere presentato come ulteriore supporto alla lotta a terrorismo e migrazione incontrollata, al fine di evitare opinioni divergenti nell’alleanza sulla sua ragion d’essere, e rafforzare la coesione politica tra i membri che avrebbero diverse percezioni delle minacce.
C’è un detto secondo cui ogni presidente degli Stati Uniti nei tempi moderni inizia una guerra. (In realtà, su 12 presidenti repubblicani nel 20° secolo, solo Warren Harding e Gerald Ford furono le uniche eccezioni nobili evitando di aggredire militarmente). L’NMI diventa il precursore di una guerra che Trump avvia? In effetti, questo è ciò che rende la visita di Trump in Iraq, sullo sfondo del NMI, piuttosto strana. Il Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi aveva detto di essere stato informato della visita di Trump in mattinata e stabilito due condizioni. “Prima, lui (Trump) atterrerà su terra irachena e riceverà l’accoglienza iracheno come qualsiasi altro funzionario straniero, in secondo luogo, ci sarà un ordine del giorno con argomenti specifici e un breve incontro”. Gli statunitensi inizialmente accettarono i termini, ma successivamente si ritirarono. Trump arrivò nella base aerea al-Asad e rimase circa tre ore e mezza. Non incontrò funzionari iracheni, ma telefonò ad Abdul-Mahdi. Il generale più influente dell’Iran, il Generale Mohammed Hossein Baqeri, non era lontano definendolo un viaggio “umiliante e subdolo”. È interessante notare che Abdul-Mahdi corresse i rapporti che indicavano che Trump aveva visitato la base militare statunitense. “Ci sono dei discorsi sulla visita del presidente Trump in una base nordamericana, ma non c’è una base degli USA in Iraq: ci sono solo basi irachene dove sono presenti dei soldati statunitensi e non statunitensi”, aveva detto. Basti dire che gli attuali discorsi su Trump e Siria derivano da ciò che si può chiamare una visione nel tunnel. Il “quadro generale” rimane inafferrabile a meno che le ramificazioni della Missione della NATO in Iraq non siano correttamente comprese. I rapporti suggeriscono che gli Stati Uniti intensificano lo schieramento in Iraq. Il segretario di Stato degli USA Mike Pompeo effettuava “visite a sorpresa” a Irbil e Baghdad. Era chiaramente sprezzante sul fatto che “non c’è contraddizione di sorta” nella mutevole strategia statunitense sulla Siria. In poche parole, Trump spera di ampliare la guerra siriana coinvolgendo l’Iraq e attirandovi l’alleanza occidentale. Senza dubbio, cancellerie distanti tra esse come Parigi, Berlino e Mosca e certamente Ankara, Tel Aviv e Teheran, avvertiranno il cambio di paradigma.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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