L’India infligge un colpo inaspettato all’economia degli Stati Uniti

Sputnik 13 gennaio 2019

L’India applicherà una tassa del 30% sui prodotti agricoli statunitensi dal 31 gennaio. La misura coprirà 857 milioni di dollari in prodotti, più di un terzo delle importazioni agricole dagli Stati Uniti. Perché le autorità indiane hanno preso tale decisione e perché gli esperti la vedono come “mano cinese”?

L’anno dai capelli grigi
Sebbene la Cina resti il principale fronte della guerra commerciale di Washington, Donald Trump aveva già seriamente irritato il Primo ministro Narendra Modi. Tutto iniziò nel marzo 2018 quando Donald Trump annunciò il 10% di tasse sull’alluminio e il 25% sull’acciaio, colpendo il settore metallurgico di Russia, Cina, UE, Giappone e altri Paesi come l’India, che soffriva a causa della cooperazione tecnico-militare con Mosca. Ad aprile, la Casa Bianca elencava l’agenzia russa Rosoboronexport nelle sanzioni previste dalla legge “Sanzioni per la lotta agli avversari dell’America” (CAATSA) e le banche indiane erano costrette a congelare 2 miliardi di dollari per pagare le riparazioni al sottomarino nucleare Chakra (Proekt-971 Shuka-B) noleggiato in Russia. Altrimenti rischiavano di vedersi negare l’opportunità di effettuare operazioni in dollari. All’inizio di maggio, il capo di Stato nodamericano annunciava il ritiro dall’accordo nucleare con l’Iran e promesso di ripristinare le sanzioni contro Teheran e chi collabora con le autorità iraniane, tra cui Cina ed India, principali acquirenti del petrolio iraniano. Tuttavia, l’inquilino della Casa Bianca concedeva a Pechino e Nuova Delhi 180 giorni per trovare nuovi fornitori. Secondo il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, i pagamenti dovevano usare un conto fiduciario speciale aperto dal Paese acquirente, e i fondi trasferiti potevano essere utilizzati solo dall’Iran per procurarsi beni umanitari autorizzati da Washington. Donald Trump non accettava di prolungare questo periodo di gentilezze, ma dopo sei mesi di negoziati. Questo fu detto all’inizio di novembre da una fonte del Ministero degli Esteri dell’India.

La vendetta è un piatto che si serve freddo
Date le dimensioni economica, l’India non può rispondere simmetricamente ai dazi degli Stati Uniti entrando in aperto confronto con Washington come la Cina (secondo la Banca Mondiale, il PIL dell’India nel 2017 era 2,6 trilioni e della Cina 12 trilioni di dollari). Ma di fronte all’aggressività di Washington, per la prima volta da tempo, Pechino e Nuova Delhi passano da scontro economico a misure coordinate contro la pressione nordamericana, anche se in fondo India e Cina sono rivali strategici in Asia-Pacifico.

Seguite gli atti
Nel frattempo, Nuova Delhi e Teheran accettavano di rinunciare al dollaro negli acquisti di petrolio passando alle rupie da gennaio. L’annunciava il direttore esecutivo della banca pubblica indiana UCO Charan Singh. In precedenza, un accordo simile fu raggiunto con la Russia. All’inizio di novembre, il Viceprimo ministro russo Jurij Borisov annunciava che l’India pagherà in rubli sistemi di difesa missilistica russi S-400. A lungo termine, si prevede di espandere gli scambi in valute nazionali ai prodotti civili. In pratica, ciò significa che l’India non dipende più dalla valuta nordamericana per scambiare i principali prodotti nel commercio estero. Il 21 dicembre, i ministri degli Esteri cinese e indiano Sushma Swaraj e Wang Yi s’incontravano a Nuova Delhi. I media non ne parlavano. ma non è certo una coincidenza che due settimane dopo l’India annunciasse nuovi dazi su mele, mandorle, noci, lenticchie e ceci statunitensi. Sapendo che New Delhi avvertiva che alla fine le restrizioni potrebbero estendersi a diversi prodotti in acciaio e ferro, acido borico, nonché parti di tubi e motociclette. Lo scorso autunno, Pechino impose il 25% di dazi sui prodotti agricoli statunitensi. Ciò colpiva seriamente gli agricoltori che fornsiscono grano, mais, latticini e maiale alla Cina. Il più colpito fu il mercato della soia, le cui esportazioni verso la Cina sono diminuite del 98%, portando a una crisi di sovrapproduzione (i semi di soia rappresentano quasi il 60% di tutte le forniture agricole statunitensi alla Cina). Non c’era semplicemente spazio per conservarla. Anche quando il prezzo di affitto dei magazzini aumentava del 40% rispetto l’anno precedente, erano tutti pieni di soia che nessuno vuole. Agli agricoltori è rimasto distruggere i raccolti seppellendoli. Allo stato attuale, la stessa cupa prospettiva si profila coi dazi indiani, anche se gli Stati agricoli erano il principale sostegno elettorale di Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016. Nel 2020, chiaramente non potrà più contare sul loro sostegno. Per rimediare alla situazione, la Casa Bianca istituiva un programma di assistenza agricola da 15 miliardi di dollari. Ma a seguito delle dispute col presidente sulla costruzione del muro al confine col Messico, i senatori si rifiutavano di convalidarlo nel bilancio 2019 e ora tutte le spese pubbliche sono congelate per un periodo indefinito. Compreso il programma di supporto agli agricoltori. È chiaro che non era un caso che India e Cina s’incontrarono lo scorso anno, tenendo diverse riunioni (a parte l’incontro del 21 dicembre a Nuova Delhi) dopo anni di ostilità e dispute territoriali. Ora, le due maggiori economie dell’Asia-Pacifico, che rappresentano il 20% delle importazioni statunitensi e il 12% delle esportazioni statunitensi, affrontano Washington in tandem. Quest’anno, per Donald Trump non sarà certamente facile migliorare la bilancia del commercio estero.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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