Ciò che accade in Romania dovrebbe spaventare Poroshenko

VZ, 11 gennaio 2019 – Histoire et Societé

In Romania sono stati giudicati gli ex-capi del Paese che organizzarono l’esecuzione dei coniugi Ceausescu. Questa potrebbe essere considerata un fatto locale, se il rovesciamento del Partito Comunista Rumeno non costituisse il prototipo delle “rivoluzioni colorate”, successivamente applicate in Jugoslavia, Georgia e Ucraina. Ora tali rivoluzioni divorano i propri figli. Il processo all’ex-presidente rumeno Ion Iliescu e ad altri politici dell'”era rivoluzionaria” è entrato nella fase finale. Sono tutti accusati di “crimini contro l’umanità” commessi dopo il 1989, e in particolare Iliescu, che usò metodi autoritari nei suoi due mandati presidenziali. Tuttavia, l’accusa è subito andato oltre questo quadro vago: “disinformazione” e “provocazione di rivolte” venivano aggiunte. Questo tribunale può diventare un precedente per i politici che non hanno alcun legame con la Romania. Ad esempio, Pjotr Poroshenko e altri capi di Maidan ucraina. La Romania, ovviamente, è un Paese peculiare, ma in alcune aree della vita pubblica è piuttosto innovativo. Tuttavia, tale “innovazione” dà talvolta l’impressione che la vicina Ungheria usi i rumeni come cavie per esperimenti sociali e politici. Questo vecchio comportamento ungherese, così come l’atteggiamento degradante nei confronti degli zingari alla fine del XX secolo, acquisisce un pronunciato carattere da “Maidan”. Sperimenta coi rumeni e esporta la tecnica altrove. Ad esempio, alla fine degli anni ’80 i rumeni furono gli unici nel Patto di Varsavia a rovesciare il sistema comunista con la violenza aperta e l’esecuzione del capo dello Stato Nicolae Ceausescu e della moglie Elena secondo un “tribunale” grand-guignolesco. Apparve subito chiaro che la “rivolta popolare” fu organizzata dalla CIA e preparata in Ungheria. I liberali continuano a sventolare la minaccia del “destino di Ceausescu” ai leader non approvati, da Lukashenko a Kim Jong-un. E sebbene il “metodo rumeno” non sia stato universalmente riconosciuto, anche dai suoi autori, le famose rivoluzioni colorate “non violente” si diffusero da allora. Inoltre, i rumeni sperimentarono, a quanto pare, tutte le tecnologie appropriate, dall’uso degli studenti alla manipolazione della coscienza con slogan e meme. E ora, in Romania (per la prima volta nel continente), si fa un passo indietro nonostante l’ovvia adesione ai “valori occidentali” e ad altre forme di sottomissione all’ordine mondiale sviluppate dal 1991.

L’infanzia di Maidan
Nel caso del “clan Iliesku”, ci sono molte circostanze puramente congiunturali. Il processo si svolge nel contesto di una protratta crisi politica. La corruzione in Romania è una piaga incurabile, ma l’Unione europea cerca di combatterlo coi suoi soliti metodi. Su richiesta di Bruxelles, fu istituito un comitato anti-corruzione nel Paese. È in effetti un organismo di intelligence e repressione indipendente dalle autorità nazionali, con proprio personale e potere di arrestare i funzionari senza interazione col Ministero degli Interni e i tribunali. L’UE creaò strutture simili in Kosovo, Georgia e Ucraina. A Kiev, il lavoro della polizia anti-corruzione dovrebbe essere alternativo al Ministero degli Interni e al Servizio di sicurezza dell’Ucraina, per evitare il “patronato” dei funzionari corrotti, ma non funziona. In Kosovo la situazione è anche peggiore: i dipendenti europei di tali strutture sono essi stessi corrotti (nei Balcani è contagioso). A Tbilisi, le attività anti-corruzione europee sono impercettibili. L’incriminazione del “clan Iliesku” è iniziata proprio dopo un tentativo di amnistia di diversi funzionari arrestati e condannati su proposta del comitato anti-corruzione. La protesta contro tale amnistia aveva le caratteristiche della tipica “rivoluzione colorata” con massicci raduni teatrali a Bucarest. Le critiche a Iliescu e ad altri non sono chiare, e nel 2015 le autorità rumene cercarono di chiudere quietamente l’inchiesta, ma la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) “convinse” Bucarest a continuare. Inizialmente, la maggior parte delle accuse ad Iliescu e collaboratori furono ridotte ad eventi soprannominati dalla gente “Golaniada” e “Mineriada”. Le circostanze della stessa rivoluzione del 1989 apparvero più avanti. Subito dopo l’esecuzione di Ceausescu, divenne urgente legittimare il nuovo governo “democratico” guidato dal Fronte di salvezza nazionale (Iliescu, Mazilu, Militaru e altri). La campagna elettorale della primavera 1990 divenne rapidamente ul solito caos rumeno, poiché il partito radicale dell’intellighenzia liberale esigeva la purga, compresa l’esecuzione di tutti gli ex-aderenti al Partito comunista, cioè che escludeva dal processo politico sia Iliescu, che era un capo del partito di Ceausescu, sia tutti i capi del FSN, divenuto partito politico durante le elezioni. Gli oppositori, tra cui gli studenti, occuparono la Piazza dell’Università di Bucarest, dove un raduno stile Maidan iniziò con tende, scioperi della fame e canzoni, e l’intellighenzia liberale, presieduta dal futuro presidente, il geologo Emil Constantinescu, incoraggiava i giovani dal balcone dell’Università. Tutto ciò fu orchestrato da Budapest, ma non sempre dagli ungheresi.
Vediamo ora qual è il prototipo ideale delle tecniche di manipolazione delle “rivoluzioni colorate”, poi utilizzate solo sui rumeni. I dettagli sono così eloquenti e riconoscibili che ci sorprendono. Iliescu chiamò inavvertitamente hooligans i manifestanti (Golani in rumeno) e l'”ideatore” che gestiva la Maidan dall’Ungheria mutarono la parola in “immagine positiva” inventando il termine collettivo “Golaniada” (la Romania di Ceausescu glorificava il “passato ancestrael” e amava il suffisso “-ad”, per riferirsi all'”Iliade”). Negli eventi russi in “Piazza Bolotnaya”, dopo che Vladimir Putin paragonò i nastri bianchi ai preservativi, alcuni rappresentanti dell’opposizione liberale indossarono un travestimento simile al condom, ma non funzionò. Per i rumeni, tuttavia, lo slogan ritmato per i giovani fu composto con le parole “È meglio essere teppisti che attivista, è meglio essere morti che comunisti”, permettendogli di ballare e riscaldarsi, sentire una comunione delle anime. Il rap era appena nato nell’ambiente dei gangster neri negli USA e in Europa era praticamente sconosciuto. A Kiev, il ruolo del rap nella prima Maidan fu giocato dalla canzone senza pretese “Siamo ricchi nella nostra unità” (1), poi dal famoso jitter (chi non salta è un “Moscal”) che permetteva di riscaldarsi e sentirsi uniti. Uno dei più famosi rumeni dei nostri tempi, il drammaturgo Eugene Ionesco, inviò un telegramma da Parigi dicendo: “anche io sono un teppista”. La somiglianza tra la lingua rumena e quella francese non lascia dubbi sul fatto che fu Ionesco nel 1990 a dare l’espressione “Je suis#” (in rumeno eu sunt). Tutto questo finì male. Iliescu non si comportò come Janukovich, portò a Bucarest i minatori della provincia di Valea Jiului (una regione mineraria proletaria dei Carpazi simile al Donbas) a Bucarest su autobus, armati di sbarre e mazze. Gli studente maidaniti furono scacciati (“onizhedeti”), come un brutto sogno. E Iliescu vinse le elezioni coll’85% dei voti. Ecco la prima accusa. In seguito, Iliescu ripeté il colpo di Stato due volte coi minatori, nel 1991 contro il primo ministro dell’epoca e suo “complice” Petre Roman. Le spedizioni dei minatori a Bucarest (l’ultima nel 1999) furono chiamate “Mineriada” dalla parola “minatore”. In definitiva, il leader del movimento dei minatori, Miron Kozma (anche autore dello slogan pionieristico “morte ai nerd!”) perse la testa e cominciò ad opporsi Iliescu e a chiedere l’impossibil . Fu condannato a 18 anni di carcere per due “Mineriade”, una sentenza commutata a divieto permanente di soggiorno a Bucarest. L’uso dei minatori per raggiungere obiettivi politici e la morte di molte persone durante le “Mineriades” è la seconda accusa contro il “clan Iunescu”.
Ma i punti direttamente collegati alla rivoluzione del 1989 sono particolarmente interessanti. Il clan Iliescu è accusato di “disinformazione”, cioè di diffondere deliberatamente false voci sulla morte di migliaia di persone per mano dell’esercito e del servizio di sicurezza nel dicembre 1989, dando il via a dimostrazioni di massa che furono segnate dalla morte di 800-1000 persone (secondo diverse fonti). In altre parole, Iliescu ed altri semplicemente provocarono scontri e sparatorie tra gruppi di persone non identificate, diffondendo voci sulle “atrocità del regime”. Ricordo le storie di testimoni sulla natura dei danni arrecati ai grattacieli di Bucarest durante i combattimenti di strada dal 22 al 25 dicembre. La maggior parte delle pallottole di Kalashnikov di produzione rumena furono trovate ai piani superiori. Cioè, i soldati spaventati (in realtà contadini) non sparavano alla gente ma in aria. Tuttavia, secondo la versione liberale, gli insorti sparavano ui piani superiori e sui tetti perché vi erano nascosti “cecchini della Securitate” e “arabi” che non esistevano. Allo stesso tempo, la morte di dimostranti civili non fu indagata, nemmeno vi furono perizie balistiche. Una vera “centuria celeste”, come quella di Kiev.
La rivoluzione iniziò come una ribellione etnico-separatista, la popolazione ungherese della Transilvania, istigata dall’arresto del pastore protestante popolare Laszlo Tekes, che sosteneva l’espansione l’autonomia delle regioni ungheresi della Romania. Le rivolte a Timisoara (in ungherese Temeshvaren) sarebbero rimaste eventi locali se non fossero state trasmesse rapidamente ( in assenza di social network) voci su “migliaia di morti” e “mercenari arabi di Ceausescu”, “squadroni della morte” della “Securitate” e l’occultamento di cadaveri negli obitori (Elena Ceausescu ordinò davvero di cremare 40 morti a Timisoara, ma 40, non migliaia). Le stazioni radio in Ungheria svolsero un ruolo importante, così come le trasmissioni su frequenze militari dopo il suicidio del Ministro della Difesa Vasile Mil. Il colonnello-generale che guidò l’esercito con lo pseudonimo Nicolae Militaru, fu in seguito accusato di “lavorare per il GRU”, e il coinvolgimento dell’intelligence militare sovietica nel rovesciamento di Ceausescu è ancora una voce persistente. in Romania. Militaru, che morì nel 1996, simpatizzò davvero coll’Unione Sovietica in opposizione al nazionalismo di Ceausescu e, negli anni ’70 fu visto almeno due volte preparare un colpo di Stato militare. Ma era passato alla storia come “eroe della rivoluzione anticomunista”. Detto questo, durante la ribellione, fu proprio Iliescu e l’ex-diplomatico dissidente Dumitru Mazilu, che diffusero false informazioni su “migliaia di morti” istigando le folle (nelle file del popolo in rivolta vi erano in particolare molti contadini poveri, “nati grazie a Ceausescu” col divieto di aborto e la massiccia costruzione di villaggi con case “unifamiliari”). Successivamente, Mazilu, difeso dai francesi, fu il principale contendente di Iliescu nella lotta per il potere, ma fu accusato di collaborare con la Securitate dato che insegnava all’Accademia della Sicurezza dello Stato. Durante gli incontri, quest’uomo dall’eccezionale talento oratorio e populista urlava “Morte ai comunisti! e chiese l’esecuzione in massa degli iscritti al PCR. Nel 2013 fu interrogato dall’attuale tribunale sugli eventi dal 1989 al 1990, ma la sua testimonianza non è stata divulgata.
Naturalmente, tali circostanze sono molto specifiche e non possono essere trasferite automaticamente a Paesi terzi, ma fu creato un precedente. Nella Romania moderna, nonostante i successi economici, l’interesse per l’era di Ceausescu si risveglia e secondo i sondaggi è molto popolare anche come figura politica: più della metà dei romeni sarebbe pronta a votarlo, ma la rinascita delle simpatie per “l’età dell’oro” di Ceausescu (che, ovviamente, lo era solo rispetto alla situazione attuale) sarà lasciata all’apprezzamento dei rumeni. Siamo molto più interessati ai precedenti parallelismi con ciò che osserviamo oggi, non solo in Ucraina. Le analogie ucraine sono semplicemente quelle che saltano immediatamente agli occhi.

1) “Razom nas bagato” è solo un volgare plagio della canzone “el pueblo unido”…
2) “Questi sono bambini”, espressione ironica per i bambini affascinanti che gettavano benzina ai poliziotti di Kiev per trasformarli in torce umane.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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Un commento su “Ciò che accade in Romania dovrebbe spaventare Poroshenko

  1. I fatti di Timisoara furono analizzati (purtroppo tardivamente) un anno o due dopo in un opuscolo che devo avere in casa da qualche parte. Alcuni sparuti cronisti, a fronte delle notizie di eccidi di migliaia di persone avvenuti in quella città, invece di riportare meccanicamente quanto diffuso dalle agenzie decisero di andare direttamente a verificare sul posto. Ebbene, la presunta strage era una bufala, mai avvenuta, e le riprese televisive che mostravano l’obitorio colmo di corpi di vittime erano false, realizzate utilizzando sapientemente anche cadaveri disseppelliti di persone morte per cause naturali. Nonostante riscontri e testimonianze che smentivano l’eccidio, il lavoro di questi cronisti non è stato mai diffuso dai canali mainstream

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