I fatti di Piazza Tienamen, Beijing: La prima operazione colorata della CIA

 Iskrà 12/06/20126528323078786260b9d74c8520a2cad299d7dc0dScrive Mark Anthony Jones: “La domanda è i soldati sono stati provocati al punto di sparare sulla folla con munizioni vere? Chi ha iniziato la violenza sulle strade? Se vi sono prove a sufficienza per dimostrare che la folla in rivolta ha provocato le violenze (e ci sono ora prove sufficienti per dimostrare che questo è ciò che è realmente accaduto; secondo testimoni sia esteri che nazionali, tra cui giornalisti occidentali; rapporti declassificati dei servizi segreti degli Stati Uniti e dell’intelligence cinese inviati al governo nazionale, così come richiamato dai Tiananmen Papers). Se era davvero così, come gran parte delle prove suggerisce, allora la situazione era molto più complessa e sfumata. La colpa degli eventi che portarono a violenze e spargimento di sangue deve quindi essere condivisa tra numerose parti, compresi gli studenti, che incoraggiarono i lavoratori e i cittadini a prendere le armi e a combattere. Cosa è successo sulle strade è sufficientemente chiaro. L’opinione che civili e studenti “disarmati” siano stati freddati in massa non è più così ampiamente accettata. La maggior parte degli studiosi e persino dei giornalisti occidentali oggi accetta l’idea che i civili NON fossero disarmati e che provocarono gran parte delle violenze. Come ho detto, ci sono anche sufficienti elementi di prova da diverse fonti importanti che dimostrano come dimostranti, lavoratori e civili avessero iniziato le violenze, causando panico tra le truppe riluttanti ad aprire il fuoco dopo aver usato gas lacrimogeni, cartucce a salve e tirato per avvertimento sparando in aria con munizioni vere”. (Jones 2009).
Le truppe dei carri armati e dei veicoli da trasporto truppe si scontrarono con la folla per sette ore prima di raggiungere la piazza, poco prima dell’alba di oggi, a Pechino, come rileva una fonte dell’Ambasciata USA. “Ieri, continua la fonte, tutti i principali media di Pechino evidenziavano gli avvertimenti a non interferire con le autorità della legge marziale e ammonivano i residenti a rimanere lontani dalle strade e da piazza Tiananmen. Questo fu l’allarme più forte da quanto la legge marziale è stata dichiarata il 20 maggio, ma migliaia di persone hanno scelto di ignorarlo, dando per scontato che i militari avrebbero di nuovo tentato di raggiungere la piazza, i residenti si sono ammassati per affrontare le truppe, come avevano fatto più volte in precedenza. Questa volta le truppe brandivano le armi e negli scontri minori di ieri sera hanno sparato gas lacrimogeni e usato manganelli contro i manifestanti. Questi incidenti possono essere stati intesi come l’ultimo avvertimento prima di muoversi sul serio” (Secretary’s 1989b).
La fonte continua “Durante i precedenti scontri le truppe avevano l’ordine di non usare la forza… (Censurato)… non fu così questa volta… (Censurato)… le sparatorie sono iniziate poco dopo. Forse credendo che l’esercito si sarebbe ritirato di fronte a una massiccia resistenza, migliaia di civili… sciamarono attorno ai veicoli militari. Automezzi corazzati furono incendiati e i manifestanti bersagliano le truppe con pietre, bottiglie e bombe molotov” (Secretary’s 1989b).
Il corrispondente dell’ANSA scrive “I vetri delle finestre tremavano ogni tanto a causa dei forti boati provocati dalle esplosioni dei serbatoi dei mezzi militari che nuclei di giovani studenti e operai erano riusciti ad assalire e ad incendiare. A giorno fatto, a questi suoni di guerra e al puzzo di cordite che permeava l’aria, si sovrapponevano ogni tanto gli appelli dell’esercito, diffusi da altoparlanti montati su camionette, con cui si raccomandava alla gente di non uscire di casa” (Pecora1989). Che la battaglia ci sia stata è indubbio. E che ad un certo punto le truppe abbiano aperto il fuoco sui dimostranti è altrettanto indubbio. Un’immagine mostrata da tutte le TV, presa a distanza e nel buio, mostra una colonna di truppe e blindati che avanza su Changan Avenue verso la piazza sparando non in aria ma ad altezza d’uomo e poi la telecamera punta sui civili e mostra un gran numero di civili che fugge. Alcuni cadono e vengono aiutati dalla folla. E’ un video di una cinquantina di secondi” (Turmoil 1992, p.146-147). Scrive Pecora che quando fu tra i primi corrispondenti invitati in Pizza Tienanmen per la conferenza dell’Esercito che “Incalzato dalle domande dei cronisti, che in diverse occasioni hanno visto le truppe aprire il fuoco ad altezza d’uomo, il colonnello Li ammette ad esempio che di fronte all’Hotel Pechino i soldati hanno sparato sulla gente. Ma in questa come in altre occasioni, è stato per colpire dei ‘caporioni’ della rivolta o per snidare dei cecchini appostati sui tetti. E i buchi tappati di fresco sulla stele del Monumento agli Eroi non sono di pallottole, come si dice in giro, ma le tracce lasciate dalla lunga occupazione degli studenti, che hanno sporcato, inciso e imbrattato di manifesti dappertutto, sostiene il colonnello. Gli scontri, ammette dal canto suo il colonnello Yan, sono continuati fino a due giorni dopo l’entrata dell’esercito in città, ma ora la situazione è per lo più tranquilla. ‘I caporioni si sono nascosti e non osano venire alla luce’, aggiunge l’ufficiale, confermando così indirettamente che le voci di una resistenza armata, sia pur flebile, all’intervento militare non sono infondate” (Pecora1989). Lo stesso colonnello affermò davanti ai giornalisti: “Ci dispiace per la morte dei civili, ma la colpa è stata loro che non hanno osservato l’ordine dato quella sera dalle autorità comunali di rimanere chiusi in casa”, avrebbero detto i colonnelli di Pechino (Pecora 1989, p.17-18). In effetti i civili furono ripetutamente avvisati di non uscire di casa.
Si dice nel documento del 4 giugno intitolato “Andamento della situazione nei distretti urbani di Pechino il 4”, su “Importanti informazioni riservate” (Yaoqing), del ministero della Sicurezza dello Stato, pubblicato nei Tienanmen Papers: “In viale Chang’an occidentale si è riunita una folla nei pressi del Palazzo delle Telecomunicazioni; all’incrocio Liubukou una fila di carri armati aveva isolato viale Chang’an. Soldati con fucili e manganelli sostavano davanti ai carri armati. Le due parti si fronteggiavano a una distanza di circa un centinaio di metri. I dimostranti hanno iniziato a lanciare mattoni contro i soldati, i quali hanno risposto con mattoni e gas lacrimogeni. Le bombolette di gas somigliavano a bombe a mano, ma emettevano semplicemente fumo irritante. I mattoni erano inutili perché le due parti si trovavano a una distanza eccessiva, mentre il gas era inefficace perché quella mattina c’era molto vento e la strada oltretutto era troppo larga. Tre camion dell’esercito di passaggio erano tornati indietro per sparare sulla folla, dopo che qualcuno aveva gridato ‘fascisti!’. Otto dimostranti sono rimasti feriti. Su viale Taipingqiao vi erano otto camion dell’esercito che i dimostranti avevano fermato e incendiato. Un nono camion era sfuggito al fuoco solo perché era parcheggiato sotto un traliccio della linea elettrica; sul tetto era stato posto un cartello con la scritta: ‘Linea elettrica sopra, non incendiare questo camion’. Alcuni dei trecento camion militari che erano stati bloccati a ovest dell’Istituto minerario di Pechino, la notte del 3 giugno, non si erano ancora mossi. Dall’area di Jinsong a viale Chang’an orientale, più di cento carri armati, autoblindo e camion dell’esercito si dirigevano a ovest, 15 carichi di militari. Sopra a ogni carro armato sedevano tre soldati armati di fucili e ognuno di loro guardava in una direzione diversa. Ogni qual volta qualcuno li derideva o gridava, aprivano il fuoco. Un soldato in cima a un carro armato, a Nanchizi, ha sparato e ucciso un cittadino”.
1076535352‘Situazione dell’avanzata e delle perdite delle truppe sotto la legge marziale’, in ‘Bollettino’ (Kuaibao) del Comando della legge marziale, 4 giugno “Più di cinquecento camion dell’esercito sono stati incendiati in corrispondenza di decine di incroci e, inoltre, in via Tiantan orientale, a Porta Tiantan settentrionale, all’entrata occidentale della stazione della metropolitana di Qianmen, in viale Qianmen orientale, in via Fuyou, a Liubukou, a Xidan, a Fuxingmen, in via Lishi meridionale, a Muxidi, a Lianhuachi, a Chegongzhuang, a Donghuamen, a Dongzhimen, a Dabeiyao, a Hujialou, a Beidouge Zhuang e Jiugong Xiang nella contea di Daxing. All’incrocio Shuangjing, i dimostranti hanno circondato più di settanta camion blindati e si sono impossessati di ventitré mitragliatrici. Su viale Chang’an un camion dell’esercito si è fermato per un guasto al motore e duecento rivoltosi hanno assalito il conducente picchiandolo a morte. Nei pressi del Teatro della Capitale, a Xidan, i ribelli hanno picchiato a morte il capo di un plotone, poi hanno appeso il suo corpo a un autobus in fiamme, l’hanno sventrato e gli hanno cavato gli occhi. Sul cavalcavia Chongwenmen i ribelli hanno ucciso un soldato e, dopo averlo legato al parapetto, l’hanno inzuppato di benzina e poi l’hanno incendiato. Anche a Fuchengmen il corpo di un soldato assassinato è stato appeso alla ringhiera del cavalcavia. All’incrocio Cuiwei, un camion che trasportava sei soldati ha rallentato per evitare di colpire la folla. Allora un gruppo di dimostranti ha cominciato a lanciare sassi, bombe molotov e torce contro che a un certo punto s’è inclinato sul lato sinistro perché uno dei suoi pneumatici si è forato a causa dei chiodi che i rivoltosi avevano sparso. Allora i manifestanti hanno dato fuoco ad alcuni oggetti e li hanno lanciati contro il veicolo, il cui serbatoio è esploso. Tutti e sei i soldati sono morti tra le fiamme. Un rapporto del 4 giugno del Comando della legge marziale stimò che quel giugno a Pechino morirono circa venti ufficiali e soldati. Sulla base delle relazioni datate 4 giugno provenienti dagli ospedali della città, il governo di Pechino stimò che morirono più di duecento studenti e cittadini. Secondo statistiche incomplete, durante gli scontri persero la vita ventitré studenti universitari” (Tienanmen Papers 2001, p. 405-6).
Jay Mathews del Washington Post scrive: “Non prendiamo abbastanza in considerazione il punto che anche dei soldati morirono e parte della folla era composta da veri teppisti. Una delle storie che noi non abbiamo colto è che molta gente che si trovava in giro quella notte era l’equivalente delle gang di strada, che erano in giro per creare disordini” (Turmoil 1992). Dunque gli avvenimenti non solo non coinvolsero principalmente gli studenti di Piazza Tienanmen ma i manifestanti dei sobborghi di Pechino che furono tutt’altro che pacifici. Una fonte che simpatizza per i manifestanti parla di una vera e propria insurrezione.
Alle ore 22:00 Fiore nota: “Proprio al bivio di Xidan, vicinissimo al posto in cui si trovano, poche ore fa, una riunione volante è stata tenuta dai delegati degli studenti di Tien An Men e del Sindacato Autonomo Unito dell’acciaieria. Sotto la barricata hanno distribuito a un migliaio di rivoltosi mezzi di difesa e resistenza da usare contro le truppe. Coltellacci da cucina, sbarre di ferro, vecchie spade, catene di ferro e bastoni di bambù sono stati scaricati dagli autocarri e consegnati ai cittadini. Hanno distribuito anche delle armi: la notte scorsa gli studenti avevano bloccato un camion e rimorchio carico di armi e munizioni che seguiva la colonna avviata verso Tien An Men nei pressi dello svincolo sul secondo anello del Fuxing Qiao, e quando stamattina un reparto di polizia l’ha recuperato, disperdendo i rivoltosi con i gas lacrimogeni, gran parte del carico era sparito. Durante la consegna di armi e oggetti contundenti a Xidan, gli organizzatori hanno incitato a picchiare sodo poliziotti e soldati. Il sindacato autonomo ha trasmesso da Radio Tien An Men un appello ai lavoratori, esortandoli ad unirsi agli studenti per abbattere con la forza il governo di Li Peng” (Fiore 1989, pp.259-60).
Verso mezzanotte invece: “La battaglia per la conquista di Tien An Men, dall’estrema periferia ovest è arrivata nei pressi di Zhong Nanhai dove risiedono i capi del governo e del partito. Mancano pochi minuti a mezzanotte quando mia moglie telefona che sotto le loro finestre le truppe sono passate all’attacco. Prima di arrivare alla barricata di Xidan la colonna si è fermata, come per prendere fiato in vista dell’ultima carica. Gruppi di ribelli, dai tetti e dalle terrazze adiacenti all’Hotel Minzhù, in appoggio ai compagni in strada, hanno cominciato un lancio di sassi e di mattoni contro i reparti dell’Esercito che prima hanno ripiegato e poi hanno cominciato a caricare la folla con i lacrimogeni. Mia moglie aggiunge che non si sono uditi finora colpi d’arma da fuoco, anche perché tutte le case sul viale hanno dovuto chiudere le finestre, nonostante l’afa notturna, per non respirare i fumi dei candelotti a gas. Nella zona est sulla circonvallazione poco prima del viadotto dell’Osservatorio, una colonna di cinquanta autocarri è bloccata da molte ore. Un gruppo di automezzi scoperti con giovani in borghese ma dotati di elmetto ha trovato identico disco rosso dalla folla e dagli autobus messi di traverso all’inizio della salita che sbocca sul viale di Changan. Dopo pochi minuti, i soldati hanno cominciato a gettare i manganelli alla gente in strada, poi sono scesi dagli autocarri lasciandoli a disposizione dei giovani. Che fossero soldati si è visto quando si sono diretti al rifugio del circolo aeronautico. Erano in abiti civili forse perché appartengono a quei reparti che ieri notte sono stati spogliati e disarmati. I camion vuoti sul ciglio del viale sono stati incendiati dalle bombe molotov e questa è stata la prima scena dello scontro di cui sono stato testimone. La seconda l’ho osservata sul viale di Changan est, quando è passata una autoblindo seguita da un migliaio di giovani in bicicletta provenienti da Tien An Men. Un quarto d’ora dopo il veicolo, con matricola 339, è ripassato davanti al mio ufficio in direzione della piazza, sempre seguito dalla coda di dimostranti” (Fiore 1989, pp.260-61).
Ancora i Tienanmen Papers rilevano l’utilizzo persino di armi “chimiche” da parte dei manifestanti: “Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasta che ora bloccava la strada […] Le autoblindo e i carri armati giunti per sgomberare la strada dai blocchi non poterono fare altro che accodarsi sul ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un’autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola, agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo”. (Nathan and Link 2001, p. 435.). E’ chiaro che un ordigno come questo doveva essere stato preparato in precedenza.
Ecco la testimonianza oculare di qualcuno che era lì, tratta da Tianamen Moon: “C’era un elemento nuovo che non avevo notato prima, molti giovani criminali decisamente non degli studenti, al posto di fasce e camicie firmate con emblemi universitari indossavano vestiti economici, malandati in poliestere e larghe giacche a vento. Sotto le luci, gli occhi scintillanti di malizia, hanno tirato fuori sfacciatamente delle bottiglie molotov nascoste. Chi erano questi giovani delinquenti in pantaloncini e sandali, che portavano bombe molotov? La benzina era strettamente razionata, in modo che non si potessero avere queste cose. Chi gli ha insegnato a costruire bombe e a chi erano destinati gli ordigni incendiari? [2] Qualcuno aveva gridato che un altro APC si stava dirigendo verso la nostra strada. Accelerai il passo mentre mi avvicinavo al veicolo fermo, contagiato dalla gioia tossica della folla, ma poi mi sono trattenuto. Perché correre verso i guai? Perché c’erano tutti questi? Ho rallentato trottando al seguito di una mandria tonante… allontanandomi dal gruppo, ho smesso di correre. Qualcuno ha gettato una bomba Molotov, incendiando l’APC. Le fiamme si sono diffuse rapidamente sopra la parte superiore del veicolo e sul marciapiede. […] La folla urlò vittoriosamente e si avvicinò, i volti infuriati erano illuminati nel bagliore arancione. Ma aspettate! Ho pensato, c’è qualcuno ancora lì dentro, la macchina non è vuota! Ci devono essere delle persone all’interno. Questo non è l’uomo contro il dinosauro, ma l’uomo contro l’uomo! Qualcuno in modo protettivo mi ha tirato via per raggiungere una manciata di studenti con la bandana in testa che cercavano di esercitare un certo controllo. Hanno speso quel poco di capitale morale derivante dallo sciopero della fame e hanno difeso il soldato. ”Lasciate che l’uomo venga fuori”, gridarono. ”Aiutate il soldato, aiutatelo a uscire!”. Il gruppo agitato non era in vena di misericordia. Arrabbiate da far gelare il sangue, le voci rimbalzavano intorno a noi. ”Uccidi il figlio di puttana!”, Disse uno. Poi un’altra voce, ancora più agghiacciante della prima gridò: “Non è un essere umano, è una cosa.” “Uccidetelo, uccidetelo!” gridarono, l’entusiasmo sanguinario ora montava a passo elevato. “Stop! Non fategli del male!”. Meng supplicò, lasciandomi dietro mentre cercava di ragionare con i vigilantes. “Stop, è solo un soldato!”” (Bearcanada 2011)
Ancora Fiore ci racconta la battaglia di strada: “Da un bollettino radio notturno si è saputo che le truppe del quartier generale per la legge marziale hanno ricevuto l’ordine di partire alle dieci, obiettivo Tien An Men. I venticinque chilometri che li separano dalla piazza avrebbero potuto essere percorsi in meno di un’ora, ad andatura normale dei mezzi blindati. Ma le prime raffiche di mitragliatrice in provenienza da Tien An Men le abbiamo udite poco prima dell’una, e questo vuol dire che le colonne hanno incontrato resistenza lungo il cammino. E l’ultima barricata è stata quella di Xidan, dove lo scontro sembra particolarmente violento. Una telefonata di pochi minuti fa mi informa che tutto il quartiere tra Xidan e Liubukou è teatro di una vera battaglia di strada. Esauriti i pochi lacrimogeni, le truppe sono passate all’uso delle armi e lo scontro sta prendendo dimensioni terrificanti. Nei vicoletti dietro l’Hotel Minzhù la sparatoria è continuata con raffiche in tutte le direzioni, come se le truppe dessero la caccia a gruppi di rivoltosi ritiratisi dal viale, a loro volta apparentemente armati e in grado di rispondere. Il collega della ‘Tanyug’ mi riferisce di aver fatto una telefonata all’ospedale del quartiere di Fuxing, nella zona di Radio Pechino, e di aver parlato con la sorella di uno studente che vi lavora da infermiera. L’ospedale ha il pianterreno pieno di morti e di feriti. I cadaveri sarebbero almeno una trentina. Morti e feriti sono caduti sulla barricata del Fuxing Qiao, il ponte con l’uscita sul secondo anello periferico in direzione sud e nord. E in questo punto che le colonne blindate in marcia verso Tien An Men hanno trovato resistenza prima del blocco di Xidan. Dal balcone dove mi trovo, Tien An Men dista meno di quattro chilometri. Sono le due di notte e la battaglia è in pieno svolgimento. In direzione della piazza si vedono bagliori rossastri in una nube di fumo facendo pensare a qualche incendio. Da sud, dietro il quartiere della Stazione Centrale, giungono rumori di raffiche automatiche intervallate da isolati colpi di fucile. La colonna blindata che stazionava nei giorni scorsi presso l’aeroporto militare di Nanyuan per arrivare in città deve percorrere la strada che costeggia il parco del Tempio del Cielo: la violenta e lunga sparatoria fa supporre che le truppe corazzate siano state oggetto di un tentativo di blocco da parte dei rivoltosi nascosti nel parco” (Fiore 1989, pp.260-61).
1044959083Ancora Fiore continua: “La prima colonna ad arrivare sulla piazza era anche la più forte, con gli effettivi blindati appartenenti ad almeno due divisioni. Partita verso le dieci di sera ha percorso i primi dieci chilometri senza incontrare resistenza. Giunti alla piazza detta della Tomba della Principessa in località Gongzhufen, i carristi si sono trovati davanti le barricate costruite dai ribelli, annidati dietro i cespugli soprelevati che fanno da corona all’antica tomba. Dalla parte opposta i ragazzi avevano preparato un camion di mattoni spaccati in due e trasferiti sulla trincea dietro i cespugli e gli alberi della rotonda. Un altro gruppo, pochi secondi prima che la colonna di T-59/62 giungesse a tiro, ha incendiato i due autobus messi di traverso per impedire il passaggio dei carri. Lo scontro è durato a lungo e secondo le notizie del quartier generale una dozzina di veicoli, compresi un carro armato e due autoblindo, sono stati incendiati e distrutti. La colonna ha ripreso poi la marcia verso il luogo della seconda battaglia nel tratto del viale dove sorgono il grattacielo della CCTV, il Museo Militare e le residenze del quartiere di Muxidì. Qui, il viale dalla sede di Radio Pechino fino al viadotto di Fuxing Qiao era occupato dalla resistenza: migliaia di persone erano appostate sul lato sinistro lungo l’enorme edificio a dieci piani usato dal ministero per le Relazioni Economiche con l’Estero. Sul viadotto, una barricata eretta da un capo all’altro del ponte, con altri autobus piazzati in senso trasversale e trincee di mattoni, al cui riparo i ribelli hanno opposto una coraggiosa ma vana resistenza. Dalle torrette dei carri armati e delle autoblindo hanno aperto il fuoco i cannoncini e le mitragliatrici che sgranavano nastri di pallottole del massimo calibro in uso, 12,7mm, al ritmo di quattrocento al minuto. Ne è seguito uno scontro durissimo, anche perché a rispondere al fuoco c’erano pattuglie di operai del Sindacato Autonomo. Ad un certo punto della sparatoria, i rivoltosi sono riusciti a impadronirsi dell’automezzo dov’era montata una stazione radio mobile col codice militare della colonna. Più di trenta veicoli sono stati incendiati; il numero delle vittime è stato altissimo, tanto da riempire di morti e feriti il vicino ospedale di Fuxing. Terza e ultima battaglia alla barricata di Xidan, quella più tragica perché deve aver fatto tremare i vetri delle residenze dei capi a Zhong Nanhai, distanti mezzo chilometro in direzione di Tien An Men. I ribelli di Xidan erano probabilmente i meglio organizzati e armati. Sul lato nord diversi autocarri avevano scaricato in tempo una montagna di mattoni e quando con bombe molotov i ragazzi hanno incendiato gli autobus della barricata per impedire il passaggio dei mezzi blindati, i mille artiglieri con i mattoni hanno cominciato il loro rudimentale bombardamento. I carristi si sono fermati a pochi metri dalle fiamme e hanno girato le armi delle loro torrette in direzione di Fuchengmen, a nord, rispondendo con una serie di raffiche implacabili e prolungate. Fra i mille di Xidan c’erano molti studenti che ore prima avevano abbandonato Tien An Men per organizzare la resistenza sull’ultima barricata. Un episodio di particolare crudeltà è accaduto al carrista della prima autoblindo: i ribelli hanno aspettato che terminasse le munizioni della sua mitragliatrice e poi l’hanno stanato incendiandogli il veicolo. Il primo che è saltato giù per salvarsi dalle fiamme è stato catturato e linciato seduta stante dalla folla inferocita uscita dal vicoletto di sinistra. Sul cadavere è stata cosparsa della benzina e il corpo del disgraziato è rimasto orrendamente bruciato. Poco più a nord sul cavalcavia di Fuchengmen un altro carrista che aveva inseguito un gruppo di ribelli in fuga è stato ucciso e il suo cadavere appeso alla spalletta del soprapassaggio. Al di là del bivio, accanto al cinema Shoudu, un ufficiale dei carristi è stato ucciso a bastonate da un’altra banda di ribelli che gli avrebbero poi squarciato il ventre a coltellate seviziandolo e buttandone il cadavere tra le fiamme dell’autoblindo. Non si hanno notizie esatte sui morti, ma lo scontro di Xidan è stato certamente il più feroce, col più alto numero di vittime: almeno una mezza dozzina di militari e molte decine di ribelli. Espugnata l’ultima barricata, la colonna ha avuto via libera: il sordo fragore dei cingolati, la sparatoria continuata con salve di raffiche in aria, il bagliore degli incendi degli automezzi bruciati hanno accompagnato i militari nel loro passaggio davanti all’ingresso principale di Zhong Nanhai fino alla vicina Tien An Men” (Fiore 1989, pp.260-61).
La cosa stravagante è che per i tifosi occidentali i rivoltosi che attaccano le truppe sono pacifici mentre i soldati che hanno fatto di tutto per non sparare contro gente che dichiarava di volere rovesciare con la violenza il governo (lo abbiamo visto nel comunicato in Piazza fatto dagli altoparlanti di cui ha parlato lo stesso Fiore), sono degli autentici criminali.
Fiore ha raccontato anche la storia di una delle foto più famose della “repressione” di Tienanmen. Nella foto di vede una scia di sangue di un corpo travolto da un carro armato. In realtà come precisa Fiore era un automezzo per il trasporto truppe: “Da est, la colonna impiegata era in gran parte formata da automezzi per il trasporto truppe. Dal viadotto di Dabeiyao, dove un gruppo di veicoli militari è stato intercettato, fino al viadotto dell’Osservatorio, non si sono avute grandi sacche di resistenza, perché il quartiere orientale, come ho già detto, doveva essere il meno coinvolto nell’intera operazione. Proprio sul ponte dell’Osservatorio di Matteo Ricci l’autoblindo matricola 339, ritornando verso Tien An Men, ha travolto e ucciso un dimostrante. La gente si è raccolta intorno al cadavere: i primi raggi di sole dell’alba battono sulla chiazza di sangue lasciata dal morto sull’asfalto del viale” (Fiore 1989, p.268). I mezzi militari dovevano procedere velocemente perché erano a rischio di essere intercettati e colpiti dalle molotov. Inoltre come ci dice Fiore che ne è stato testimone proprio questo blindato era stato preso di mira dagli insorti.
John Simpson della BBC dice che lasciò il paese cercando di evitare i posti blocco dell’Esercito. Quello che vide sono state parecchie sedi del Partito Comunista e stazioni di polizia devastate dai dimostranti. Vide il cadavere bruciato di un poliziotto appoggiato alla macchina della polizia distrutta a cui come scherno qualcuno aveva messo una sigaretta in bocca e il berretto da poliziotto in modo sbarazzino su un angolo della testa (Simpson 2009). Alcune foto raccapriccianti furono da prima pubblicate sui giornali occidentali o su quelli di Hong Kong, ma poi deliberatamente fatte sparire. Commentando la foto di due soldati mutilati e impiccati che penzolano da un autobus bruciato una fonte simpatetica con gli studenti afferma: “Una fotografia dell’esecuzione di questa gente è stato pubblicata nel periodico Granta, ma non è mai apparsa nel resto della stampa britannicam forse perché sfida il mito di una protesta pacifica degli studenti all’interno di Piazza Tiananmen” (O’Neill 2008).
Giulio Pecora dell’ANSA ha l’occasione, la sera del 5, di fare un giro della città nel convoglio di automobili organizzato dall’ambasciata d’Italia per prelevare gli studenti italiani dagli atenei. Riferisce: “Vidi un intero convoglio militare, composto da 30 camion per il trasporto di truppe e da vari veicoli di supporto, bruciare in mezzo a un grande viale poco lontano da Haidian. Gli studenti del vicino istituto di lingue dissero di avere udito un nutrito scambio di colpi di arma da fuoco al calar della sera, vale a dire un paio d’ore prima del nostro arrivo, e poi le esplosioni dei serbatoi di carburante dei camion. Le testimonianze di altri studenti e la vista di gruppi di uomini che si nascondevano dietro i muri delle case circostanti al passaggio dell’automobile sulla quale viaggiavo, testimoniavano dell’esistenza in alcune parti della città di una resistenza organizzata contro il colpo di mano militare. Ognuna delle grandi vie di comunicazione che percorremmo, dove il traffico è di solito intenso a ogni ora del giorno, ci apparve completamente deserta. Agli svincoli più importanti erano stati dati alle fiamme camion da trasporto, autobus e filobus, mentre piccoli gruppi di persone, appena nascoste dietro i muri delle case, rimanevano di vedetta in attesa del passaggio di convogli militari. Le truppe in assetto di guerra erano dislocate solo in alcuni punti strategici. Ne vedemmo un grosso concentramento allo svincolo dell’autostrada numero due che conduce al quartiere delle ambasciate. Qui, venimmo a sapere da testimoni oculari, si era verificata all’alba una battaglia tra gruppi di studenti e operai armati e l’esercito. I parabrezza di due jeep militari erano crivellati di colpi d’arma da fuoco. C’erano divise inzuppate di sangue sui sedili delle due auto, che ancora bruciavano assieme a tre camion per il trasporto delle truppe” (Pecora1989).
Continua: “In alcuni quartieri occidentali della città… nelle ultime 72 ore l’esercito aveva aperto più volte il fuoco contro gruppi di giovani studenti e operai impegnati in azioni di guerriglia,… I trasporti pubblici non funzionavano, le maggiori arterie di comunicazione erano bloccate da carcasse di veicoli militari incendiati nottetempo da gruppi di studenti e operai…” (Pecora1989). Quindi c’erano state azioni di guerriglia contro l’esercito che come vedremo continuarono anche dopo la notte del 3-4 giugno.
Nel settembre 1989, Pechino allestì una mostra al museo militare della città. Furono presentati più di 4000 pezzi: i carri armati e corazzati da trasporto truppe in fiamme, le fotografie di soldati che furono bruciati vivi o impiccati ai cavalcavia, le foto di autobus bruciati e gli scontri tra studenti e polizia in tenuta antisommossa. C’era anche un filmato che rappresentava gli sforzi dell’esercito per ristabilire l’ordine (Memory S.d.). Nell’aprile 1999, Zhu Muzhi, il presidente della Società cinese per lo Studio dei diritti umani ha osservato che: “Se il modo in cui abbiamo gestito la crisi di Tienanmen non fosse stato corretto, non avremmo la prosperità di oggi. La Cina sarebbe nel caos”. Aggiunse che, “A quel tempo, la polizia era scarsamente equipaggiata… Non avevano mai assistito a proteste su larga scala… Non avevano allora proiettili di gomma né maschere antigas… Le uniche armi che avevano erano i loro fucili” (Declassified History S.d.). Ilario Fiore conferma: “La polizia cinese, come quella sovietica e dei Paesi del socialismo reale, non dispone di forze antisommossa, i speciali reparti di cui hanno buona esperienza le polizie occidentali: lacrimogeni, pallottole di gomma, cannoni ad acqua, uniformi e scudo protettivo, cani lupo, gas non letali, strumenti cioè che servono allo scopo senza spargimento di sangue durante i disordini pubblici.” (Fiore 1989, p.161).
china-2Il governo cinese in altre parole non era attrezzato ad affrontare le manifestazioni di protesta, la Cina aveva una forza di polizia e una militare, ma non erano addestrate a disperdere grandi masse di persone da un luogo che queste non erano disposte a lasciare. La polizia non era stata addestrata a fronteggiare movimenti di massa, così le fu impossibile affrontare tale movimento. L’Esercito Popolare di Liberazione è stato addestrato a utilizzare le armi e, forse, i gas lacrimogeni, ma non era dotato degli strumenti necessari per affrontare la protesta (ad esempio, i canoni ad acqua, le pallottole di gomma, ecc.). Probabilmente solo la Polizia Armata aveva (pochi) proiettili di gomma e gas, senza però le maschere antigas per i poliziotti. Durante il movimento dei diritti civili negli anni ’60, gli Stati Uniti facevano affidamento in gran parte sui cannoni ad acqua per disperdere con la forza i manifestanti, ma la Cina non possedeva questo tipo di armi e non aveva nessuna formazione specifica per i reparti antisommossa. “Il PCC ha visto restringersi le possibili scelte: o l’utilizzo dell’esercito con armi vere, aprendosi con la forza la strada per la piazza, oppure astenersi dall’utilizzare le armi e restando ai margini, incapace di entrare in città” (Chang 2005).
La leadership del PCC e l’EPL furono colti di sorpresa quando la gente bloccò gli ingressi nella piazza e iniziò ad attaccare l’EPL nei giorni intorno al 4 giugno. Le dichiarazioni originali del governo sostengono che la maggior parte dei morti fossero soldati caduti in mano ai manifestanti. Il fatto che persino molti soldati siano morti indica una dinamica interessante. Tradizionalmente, l’Esercito Popolare di Liberazione è stato pensato come Esercito del Popolo, un esercito che effettua un servizio civile, come la costruzione di dighe e l’aiuto in caso di catastrofi o alluvioni. Il fatto che i manifestanti abbiano attaccato i soldati deve essere stato uno shock molto grande per l’esercito. Secondo il professor Robert Lee, nemmeno durante la Rivoluzione culturale l’EPL fu visto con disprezzo, com’è avvenuto durante l’episodio di Tiananmen. Questa nuova condizione imprevista trasformò quello che poteva essere un confronto pacifico in uno scontro violento. Questo argomento è evidenziato dal fatto che il PCC probabilmente non aveva un piano specifico per affrontare la resistenza di massa. Il professor Robert Lee suggerisce che il PCC può avere inizialmente pensato di utilizzare l’esercito soltanto come presenza politica per costringere simbolicamente gli studenti a lasciare la piazza. Si pensava che la sola presenza dell’EPL sarebbe stata sufficiente, a causa della sua reputazione di custode della pace (Chang 2005). Infatti come abbiamo visto nel post precedente era questo l’intento del Partito. Quando i manifestanti hanno cominciato ad agire contro l’EPL, probabilmente ciò ebbe un grande impatto sui comandanti dell’esercito. L’ipotesi erronea che l’EPL fosse accolto pacificamente dai manifestanti costrinse l’EPL a reagire spontaneamente, con il risultato di un approccio più aggressivo di quello previsto inizialmente. Le condizioni obiettive qui riportate, tuttavia, raramente sono indicati dalle fonti principali che seguivano l’incidente di piazza Tiananmen. Un problema per i network fu la mancanza di foto di soldati che sparavano sui civili sebbene i morti ci siano stati, beninteso. Ci sono molte immagini di civili che attaccano i blindati e i soldati che uscivano da essi, di feriti trasportati in ospedale e di morti. “C’è anche accordo che in alcuni casi i cittadini avessero iniziato le violenze e che le truppe avessero risposto” dice uno studio statunitense sulla copertura giornalistica dei fatti di Tiananamen. “Vi sono immagini televisive e testimonianze scritte della violenza dei cittadini, nei resoconti iniziali delle otto agenzie campionate” dice lo studio (Turmoil 1992).
Tra l’altro le azioni dei cecchini continuarono anche dopo il 4 giugno. Pecora rileva che: “I cancelli di accesso al complesso residenziale di Jianguomenwai erano stati sbarrati da pattuglie dell’esercito, impedendo la fuga a quanti, terrorizzati dalla sparatoria, volevano abbandonare i loro appartamenti. Ufficialmente, ci fu spiegato in seguito da un portavoce del governo, l’esercito voleva snidare alcuni cecchini che, infiltratisi nel complesso di palazzoni, prendevano di mira i militari dai tetti. A chi fu testimone di quella mattinata di terrore parve invece che le migliaia e migliaia di colpi esplosi contro i grandi alberghi di lusso, gli uffici delle grandi società occidentali e le case degli stranieri avessero il solo scopo di spaventare coloro che, con la loro stessa presenza in Cina, erano una delle fonti principali di quello che i guardiani dell’ortodossia avevano battezzato ‘inquinamento spirituale’” (Pecora1989). Lasciamo perdere la dietrologia risibile, “spaventare gli stranieri”, quando in realtà la politica di apertura continuò in maniera ancora più spedita dopo la repressione, questo fatto ci dice che vi fu resistenza armata contro l’esercito e che probabilmente furono gli stessi che iniziarono i disordini. Il governo cinese era così intenzionato a spaventare gli stranieri che quando le gradi aziende decisero di rimanere, la notizia fu data con grande risalto dalla TV di Stato: “Una settimana dopo l’esodo, almeno tre grandi aziende dell’Europa occidentale, le tedesche Volkswagen e Siemens e l’italiana Fiat, fecero sapere tramite i loro rappresentanti in Cina che la loro presenza nel Paese sarebbe comunque stata assicurata. La politica interna cinese non interessa alla Fiat, che ha comunque intenzione di rimanere in Cina, disse il rappresentante della casa automobilistica torinese in un’intervista alla televisione centrale di Pechino, trasmessa in apertura di telegiornale il 15 giugno” (Pecora 1989). Fiore, che sembra meglio informato, è del parere opposto: “La manovra per l’occupazione di Tien An Men avviene soprattutto da ovest perché il grosso delle truppe che vi partecipano è quello che era accampato nei dintorni dell’acciaieria di Shijingshan. Fonti militari occidentali avevano già rivelato ieri che l’attacco era stato pianificato da ovest proprio per risparmiare danni alla comunità straniera le cui case, ambasciate e uffici sono nel quartiere orientale” (Fiore 1989, p.261).
Una sequenza di immagini mostrata da tutte le TV, presa a distanza e nel buio. mostra una colonna di truppe e blindati che avanza in Changan Avenue verso la piazza e sembra sparare ad altezza d’uomo, poi la telecamera va verso i civili e vengono mostrati numerosi civili che fuggono. Alcuni sono caduti e vengono aiutati dalla folla. E’ un video clip di una cinquantina di secondi che forse rappresenta l’unica sequenza d’immagini in cui si intuisce che l’esercito ha sparato e si vedono le vittime della sparatoria (Turmoil 1992, pp.146-147). Insomma c’è carenza di immagini che mostrano i “carnefici” all’opera e abbondanza di immagini che mostrano le presunte vittime essere dei carnefici. Le immagini riportate spesso ritraevano qualcosa d’altro rispetto a ciò che sostenevano di ritrarre a New York o Washington, che compilavano articoli senza chiarire cosa fosse accaduto. David Zweig, attivo negli speciali dell’ABC, dice: “Io chiesi a un produttore perché usassero immagini di cittadini che picchiavano i soldati quando parlavano delle violenze dell’esercito. La risposta era che non c’erano immagini dell’esercito che uccideva la gente”. Il cattivo uso delle immagini non solo è inaccettabile sotto le norme giornalistiche occidentali ma mina seriamente la credibilità dei media, afferma lo studio citato (Turmoil 1992).
Tra gli studenti e i manifestanti non c’erano solo ingenui difensori della democrazia. Il movimento fu infatti fortemente appoggiato da Taiwan e dai servizi segreti occidentali che facevano capo ad Hong Kong (Egido 2004). Si può addirittura affermare che si sperimentò allora lo schema della famigerate “rivoluzioni colorate”. L’esperto di geopolitica F. William Engdahl individua nel Colonnello Helvey, che aveva operato in Birmania per conto della Defense Intelligence Agency – Agenzia di Intelligence della Difesa USA, colui che addestrava gli “studenti” di Tienanmen. Aveva addestrato studenti cinesi ad Hong Kong nelle tecniche delle dimostrazioni di massa, poi applicate a Pechino; in seguito divenne consulente della Falun Gong. “Nella sua relazione all’Albert Einstein Institution del 2004 ammise di addestrare i separatisti tibetani (Engdahl 2008). Secondo i dirigenti cinesi, secondo quanto rivelano i Tienanmen papers, l’uso da parte dei manifestanti di gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del ‘Quotidiano del popolo’ dimostrano che gli incidenti non fossero una vicenda esclusivamente interna” (Nathan e Link 2001, 391).
Lo stesso Ilario Fiore, pur simpatizzando con gli studenti, scrive alcuni giorni prima del 3 giugno: “A Hong Kong il governo centrale mantiene l’equivalente di un’ambasciata che ufficialmente appare sotto l’etichetta dell’ufficio dell’agenzia ‘Nuova Cina’. Il direttore della sede non è naturalmente un corrispondente ma un funzionario governativo col rango di ambasciatore straordinario. La sua agenzia non ha certo mancato al suo compito di informare il governo sulle voci che corrono e sulle iniziative che si prendono a sostegno della protesta. Di qui la campagna dei servizi di sicurezza per identificare gli agenti segreti che sarebbero arrivati a Pechino e a Shanghai da Hong Kong e da Taiwan. Va anche detto che non si tratta di una battuta contro i fantasmi per due ragioni particolari: la prima è che nella confusione delle ultime settimane il controllo degli arrivi e delle partenze negli aeroporti, più che rilassato si è letteralmente disintegrato, non solo verso i documenti ma anche verso i bagagli. Chiunque può arrivare da Hong Kong con documenti falsi e valuta estera col minimo rischio di essere scoperto. La seconda ragione sta nel fatto che molte iniziative di solidarietà e di appoggio materiale sono state rese pubbliche sui giornali, alla televisione e durante le manifestazioni che i cinesi di Hong Kong hanno organizzato a favore degli studenti di Pechino. E dunque possibile che oggi a Pechino si muovano “dei clandestini” nella loro assurda missione di portare la protesta popolare verso la controrivoluzione armata” (Fiore 1989, p.250).DENG XIAOPINGNote
[1] E’ la stessa ambasciata statunitense che riferisce voci secondo cui alcuni leader chiesero fossero rimossi gli ufficiali superiori della 27° Armata che avevano ordinato di aprire il fuoco (Secretary of State 1989).
[2] In una nota del redattore si afferma: ”Chi poteva fornire agli studenti le stufe a gas Coleman, i manuali, le istruzioni, la formazione, la strategia e la tattica, la logistica e molti altri elementi. Non c’è dubbio che i fornitori non fossero cinesi”.

Bibliografia
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Jones, Mark Anthony. 2009. “Sorting Fact from Fiction – Tiananmen Revisited (Part 1).”
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