Il futuro della Siria senza occidente

Richard Labévière, Prochet Moyen 7 gennaio 2019

Ci sono crisi difficili da apprendere a causa di radici profonde, ramificazioni complesse, evoluzioni imprevedibili e discorsi deliranti. Così dal conflitto arabo-israeliano, dalle guerre balcaniche o dai genocidi ruandesi, tanti eventi diventano totemici e oggetti di culti irrazionali. Sulla diagonale di questo inventario teologico-politico, la Siria occupa un posto speciale perché al tempo stesso risveglia tre demoni incontrollabili: le scorie coloniali e i risentimenti del mandato francese della Società delle Nazioni (SDN); quello dell’antisovietismo da Guerra Fredda; e quello del buon curdo, maronita, kosovaro, bosniaco, kabilo, tuareg o papuano …

Tre demoni
Il primo rimane profondamente radicato nella memoria della nostra diplomazia, che ripete gli stessi errori nella rivolta del Jabal Druso. Proclamando all’unisono nell’estate del 2011 con David Cameron e Barack Obama che Bashar al-Assad doveva lasciare il potere, Nicolas Sarkozy e Alain Juppé presero la decisione perfettamente incomprensibile di chiudere l’ambasciata francese a Damasco nel marzo 2012. Immaginiamo per un momento di chiudere così tutte le cancellerie stabilite nei Paesi con cui la Francia iniziasse una qualsiasi controversia… Comunque sia, è bene quando le relazioni bilaterali si estendono che i diplomatici possono, in linea di principio, dare la piena misura del loro know-how, per non parlare dei servizi speciali che esistono proprio per intervenire ai margini del blocco ufficiale. In breve, tale brusca interruzione delle relazioni diplomatiche con Damasco significava che la Siria rimaneva un protettorato immaturo che non era ancora pienamente uno Stato nazionale sovrano e indipendente.
Il secondo demone è ancora più barocco poiché risveglia la maggior parte dei cliché dell’anticomunismo planetario, amorfo e permanente dalla rivoluzione sovietica del 1917. E la caduta del muro di Berlino solo ne riaccese le molteplici figure sempre rapidamente intagliando la Russia quale male assoluto, subdola e vendicativa. In tale prospettiva, Vladimir Putin non può che essere la reincarnazione di Ivan il terribile o Feliks Dzerzhinskij, fondatore della Cheka, antenato del KGB e dell’attuale FSB. Per svelare l’alchimia, i programmi e le affermazioni, si leggerà o si rileggerà con grande interesse il lavoro finale di Guy Mettan Russia e occidente, una guerra millenaria. In questa prospettiva, il capo della diplomazia francese, Jean-Yves Le “Chouchen”, non perde mai l’occasione di ricordare che col terrorismo, la Russia rimane il primo Paese a minacciare la Francia! E quando si ha l’impudenza di chiedere più concretamente come e perché… i piccoli marchesi del Quai d’Orsay guardano in cielo, indignati che gli si possa fare una domanda del genere.
Cugino del primo demone coloniale, l’ultimo attiva molti lebbrosi destinati ad evitare la pretesa di poter accedere all’autodeterminazione nazionale e relativi attributi di indipendenza e sovranità. Mette cabili contro arabi, maroniti contro musulmani, kosovari e bosniaci contro serbi, tuareg contro pirogui, ecc. In accordo col vecchio adagio dell’imperium romano, divide et impera, cerca di sfruttare le minoranze etno-religiose, come David Ben Gurion raccomandò contro i popoli arabi, che venissero relegati a tribù primitive, a vantaggio del giovane Stato d’Israele. Tale volontà di frammentazione tribale fu persino teorizzata da un funzionario del Ministero degli Esteri israeliano, Oded Yinon, nel febbraio 1982. Secondo tale funzionario zelante, l’interesse di Tel Aviv è promuovere la creazione, nel mondo arabo, di micro-Stati antagonisti troppo deboli e divisi per opporsi efficacemente ad esso: “la disgregazione di Siria ed Iraq in regioni decise sulla base di criteri etnici o religiosi dev’essere, a lungo termine, un obiettivo prioritario per Israele, il primo passo è la distruzione della potenza militare di questi Stati (…). Ricco di petrolio e tormentato da lotte intestine, l’Iraq è nel mirino israeliano. La sua dissoluzione sarebbe per noi più importante di quella della Siria, perché è la minaccia più grave, a breve termine, per Israele. In tale prospettiva, i curdi furono allevati come eroi nella lotta contro lo SIIL ed altre fazioni terroristiche. Allo stesso tempo, gli spioni israeliani armavano e informavano gli stessi gruppi terroristici, evacuando e curandone i feriti, in particolare sulle alture del Golan… e nel nord del Libano!

L’alibi della lotta antiterrorista
Certo, questi poveri curdi furono, molto spesso, gli idioti della storia. Alla fine della Prima guerra mondiale, iscritta nei vari trattati incaricati di gestire lo smantellamento dell’Impero ottomano, la promessa di uno Stato curdo fu sostenuta dalla totalità delle potenze occidentali. La creazione, secondo la regola del petrolio, dei nuovi Stati del Medio Oriente, rese tale promessa perfettamente impossibile da mantenere, anche se i curdi non smisero, nonostante tutto, di perseguire tale chimera molto utile. In effetti, Tel Aviv capì subito il malloppo che poteva trarre da tale “ingiustizia storica”. A prescindere dai legami di parentela tra popolo curdo e “tredicesima tribù” d’Israele, i servizi speciali ebraici s’insediarono già negli anni ’50 nel Kurdistan iracheno col duplice obiettivo d’incoraggiare la frattura dell’Iraq in conformità con le priorità del piano Yinon e destabilizzare il vicino Iran armando il PEJAK, milizia curda nella regione di confine del Kermanshah. Ma il meglio si ebbe con la proclamazione del Califfato dello SIIL il 29 giugno 2014! Pur favorendo i vari gruppi armati che cercavano di rovesciare il “regime di Bashar al-Assad”, come la stampa occidentale affermava sin dall’estate 2011, Tel Aviv, Washington, Londra, Parigi e le petromonarchie del Golfo non si affidarono alla milizia curda per condurre… la guerra contro il terrore! Un bell’affare… Nel settembre 2015, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite Vladimir Putin propose agli occidentali di formare una coalizione per combattere il terrorismo, le capitali occidentali opposero un rifiuto indignato. Il motivo era cristallino. Dall’agosto 2015, gli Stati Uniti guidavano la coalizione “anti-terrorismo” ufficialmente incaricata di combattere lo SIIL. Quando il presidente russo fece il punto, bisogna riconoscere che tale armata fallì atrocemente, o piuttosto sostenne ed armò le fazioni terroristiche che avrebbe dovuto combattere, inviandole contro il Esercito governativo siriano e le autorità legittime del Paese! Nell’autunno 2015, l’esercito russo interviene in Siria su richiesta del governo siriano, mentre i servizi speciali nordamericani, inglesi e francesi (a parte ogni legalità internazionale) operavano dall’estate 2011! Molto prima che si adornassero con le penne di pavone della lotta al terrorismo, le potenze occidentali decisero di fare della Siria quello che fecero con Iraq e Libia: uno Stato-nazione imploso, frammentato, se non spogliato a beneficio di tante comunità, fazioni armate e gruppi mafiosi per la rinnovata ri-tribalizzazione della Mezzaluna fertile, cara ad Antoun Saada, teorico della Grande Siria, e fondatore del Partito Nazionale Sociale Siriano, di cui parleremo molto presto. In tale configurazione, e mentre si tratta di smantellare la Siria e insediare un regime fantoccio di occidente, Israele e Paesi del Golfo, i curdi divennero gli alleati della prima linea. Forze speciali statunitensi, inglesi e francesi consegnavano armi, sistemi di comunicazione, intelligence e supporto logistico, in nome della sacrosanta lotta al terrorismo. Ma questo non conta con le buffonate di Donald Trump che non vuole vedere il suo Paese giocare al gendarme del mondo. E l’inquilino imprevedibile della Casa Bianca annunciava quello che aveva chiaramente scritto nel suo programma elettorale, il ritiro delle forze speciali statunitensi dalla Siria. Catastrofe per Londra e Parigi che si ritrovano sole, ingerite in Siria contro ogni legalità internazionale! Con un’ingenuità confusa, se non una certa stupidità, Le Figaro del 3 gennaio riprese l’antifona combinando contemporaneamente Fake News, propaganda e moralismo: “senza il supporto degli statunitensi come fare pressione sullo SIIL, cacciare i jihadisti francesi, minacciare il regime quando lancia attacchi chimici?” Sugli “attacchi chimici”, possiamo solo raccomandare di leggere e ascoltare le ultime interviste col diplomatico brasiliano José Bustani, il primo direttore generale dell’OPCW (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), estromesso nel 2002 da Washington. Ma i “giornalisti” di Le Figaro ne conoscono il nome? E il quotidiano della Dassault continuava: “come difendere i valori democratici di fronte all’ascesa dell’autoritarismo e alla crescente influenza delle potenze considerate destabilizzanti, Iran, Russia, Turchia, che in Medio Oriente si precipitano nel vuoto lasciato dall’abbandono statunitense?” Chi pensa che Iran, Russia e Turchia siano “potenze destabilizzanti”, mentre difendono logicamente i propri interessi nella regione? Certo, dalla fine della Guerra Fredda, chi potrebbe giudicare i Paesi occidentali impegnati in guerre che non siano “destabilizzanti”? Sotto forma di ode a Macron, la conclusione è ancora più patetica: “solo lui non poteva mutare il sistema. L’Europa potrà trovare energia e risorse sufficienti per prendere in mano la difesa, trasformarsi in potenza e compensare l’indebolimento del legame transatlantico?” Europa: quante divisioni hai? Un’altra domanda è: quando i giornalisti parigini troveranno l’intelligenza e la forza di essere corretti?

La svolta di Aleppo
Seguendo l’appello dei curdi delle Unità di protezione del popolo (YPG), invitando Damasco a proteggerli dai turchi a Manbij, il comando dell’Esercito arabo siriano annunciava l’ingresso nell’area. Le forze governative siriane ufficializzavano l’ingresso nella città cruciale di Manbij, nel nord della Siria (tra le località curde di Kobane e Hasaqah), finora sotto controllo curdo. La bandiera siriana veniva issata in città. L’esercito promise in una dichiarazione di “garantire la sicurezza di tutti i cittadini siriani presenti (a Manbij) e di tutti i presenti”. All’inizio della giornata, le milizie curde YPG esortarono le forze siriane a prendere posizioni a Manbij per evitare l’offensiva dell’esercito turco. La milizia curda, che Ankara considera un movimento terroristico strettamente legato al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), assicurava che i suoi membri avevano lasciato la città per combattere lo SIIL nell’est del Paese. Da parte sua, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, descrisse l’annuncio dell’ingresso dell’Esercito arabo siriano a Manbij come “impatto psicologico”. “Per il momento, la situazione non presenta uno sviluppo serio e concreto”, affermava citato dal quotidiano Hürriyet. Quest’ultima riconquista dell’esercito del governo siriano è una buona notizia per diversi motivi: coperta da Mosca, esclude la possibilità dell’intervento turco; completa il ripristino della sovranità siriana su quasi tutto il territorio storico; infine, incoraggia i curdi a riprendere i negoziati col governo di Damasco, interrotti nel 2013. Altre tre notizie importanti confermavano Damasco: il Primo ministro iracheno Adil Abdal Mahdi annunciava il 30 dicembre che alti funzionari della sicurezza di Baghdad avevano incontrato il Presidente Bashar al-Assad a Damasco. Il loro incontro portò a un accordo di cooperazione militare nella lotta allo SIIL col ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria. Allo stesso tempo, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) decisero di riaprire l’ambasciata a Damasco, presagio di possibile normalizzazione con altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in primo luogo l’Arabia Saudita. Infine, i colloqui di pace sulla Siria coi presidenti di Russia, Iran e Turchia erano previsti all’inizio del 2019. “È il nostro turno ospitare il summit dei tre Paesi garanti con i presidenti turco, iraniano e nostro. Fu deciso che avrebbe avuto luogo la prima settimana dell’anno. Ciò dipendeva dall’ordine del giorno dei presidenti “, disse il Viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov citato dall’agenzia Interfax. Il vertice fa parte del processo di pace di Astana, che dal gennaio 2017 riunisce i rappresentanti di Damasco e una delegazione dell’opposizione, senza alcun coinvolgimento di Washington. È guidato da Russia, Iran e Turchia. Capitale per il futuro della Siria e del Medio Oriente, questo vertice di Mosca avverrà senza gli occidentali, secondo un formato stabilito durante la battaglia di Aleppo, vale a dire in modo tripartito tra Russia, Turchia e Iran, potenze regionali “considerate destabilizzanti” dagli oracoli del Figaro. Non sorprende che questo sviluppo sia descritto dal menu nel libro magistrale della diplomatica russa Maria Khodynskaja-Golenisheva (4). I più intelligenti di tutto il mondo, i giornalisti parigini e i diplomatici francesi, dovrebbero leggere questo libro? Se l’avessero aperto, avrebbero potuto capire in qualche modo cosa significava la “svolta di Aleppo” e chi avrebbe presieduto la ricostruzione politica ed economica della Siria. Avrebbero capito come e perché la Francia si era allontanata da Siria e tutta la regione, perdendo le posizioni tradizionali in Medio Oriente, una dopo l’altra. Disastrosa per il nostro Paese, tale prevedibile evoluzione che prochetmoyen-orient.ch cerca di spiegare da anni, riesce perfino a preoccupare il quotidiano Le Monde, lo stesso che da marzo 2011 alimenta una campagna anti-siriana esattamente delirante. Il fedele servitore della doxa fabiusiana, “i ragazzi di al-Nusra (al-Qaida in Siria) fanno un buon lavoro” e “Bashar non ha il diritto di esistere”, Marc Semo de Le Monde aveva appena scoperto, oh miracolo!, che “la Francia è… isolata nel dossier siriano”. Meglio tardi che mai… ma anche se le evoluzioni sul campo contraddicono le sue analisi ideologiche, Le Monde avrebbe potuto fare non solo mea culpa, ma semplicemente provare a riconnettersi col suo sopo: semplicemente informare i suoi lettori invece di bombardarli di frasi moralistiche, ideologiche e false. Una cosa è certa, essendo stata recentemente confermata da diversi leader siriani di altissimo livello, la ricostruzione politica ed economica della Siria avverrà senza la Francia. “Prima di vedere una compagnia francese rientrare in Siria, le autorità di questo Paese faranno appello a qualsiasi altro partner, anche nordamericano”m si lamentava un alto diplomatico francese inviato nella regione, “il governo di Damasco, qualunque sia la situazione, farà pagare cara, molto cara e per molto tempo al nostro Paese la sua politica anti-siriana, la più acuta tra i Paesi occidentali dal 2011”. Ancora una volta, il Quai d’Orsay avrà privilegiato chissà quali interessi, comunque non della Francia eterna…

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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