Recensione a due testi di Gianni Viola

Alessandro Lattanzio, 3 gennaio 2019

I due testi di Gianni Viola, Il soave profumo dell’imperialismo e La verità sulla fine dell’U.R.S.S., ci spiegano i meccanismi del consenso alla “guerra non-convenzionale”, “guerra ideologica”, “guerra di propaganda”, “guerra dell’informazione” o disinformazione, scatenati da vari ambiti occidentali legati in modo diretto o indiretto (occulto), con l’apparato militare-spionistico dell’Alleanza atlantica, della NATO.
La parte che Viola dedica al suo vissuto diretto, la diretta conoscenza del mondo della cosiddetta “dissidenza” antisovietica e anticomunista, negli anni ’80, prima della dissoluzione del campo socialista europeo, è la parte di estremo interesse dei testi-testimonianza redatti da Viola; dove già era evidente l’intenzione dei “freedom fighters” anti-sovietici ed anti-comunisti, di procedere alla mera distruzione della civiltà socialista costruita con l’Unione Sovietica, le Democrazie Popolari e l’unicità dell’esperienza federale socialista della Jugoslavia.
Già all’epoca, ben prima della catastrofe umanitaria che fu il novembre 1989, a chi fosse un attento osservatore, non potevano sfuggire le intenzioni esiziali, revansciste e retrograde, se non meramente parassitarie e dissolutorie dei suddetti “dissidenti” dell’Europa orientale, che non erano meramente antisovietici ed anticomunisti, ma anche antipatriottici, razzisti, etnocentrici, oltre che seguire una politica generale dal dichiarato codismo e servilismo verso la politica internazionale, economica e sociale dettate dai centri dominanti in occidente: Wall Street, City di Londra, oligarchie e apparato militar-spionistici (Gladio).
Il disastro socio-economico e politico in cui è sprofondato l’ex-Blocco Sovietico, può essere spiegabile solo comprendendo questo; la realtà lampante da sempre, che la cosiddetta “dissidenza” anticomunista dell’Europa orientale avesse le proprie radici sociali nel parassitismo, le radici economiche nel neoliberismo antisociale e antiperaio (Solidarnosc comprese, come dimostrò una volta andato al governo) e le radici ideologiche nel fascismo (tutti tali “dissidenti” avevano radici o contatti con il fascismo europeo centro-orientale o perfino tedesco [nazismo]), e che si fece consapevole strumento per abbattere non solo governi “dittatoriali”, ma per distruggere un sistema-sociale che dava ampie garanzie alle classi lavoratrici e un blocco geopolitico che evidentemente tratteneva le foie imperialiste insaziabili e gli istinti guerrafondai di un sistema sociale, il capitalismo occidentale, sempre meno capace di produrre benessere autentico (e financo produrre meri beni e servizi), sostituendo la produzione con la relativa astrazione dalla produzione che è il passaggio alla finanziarizzazione e contemporanea distruzione e smantellamento del medesimo apparato produttivo capitalista-occidentale, (e si tratta di processi inevitabili nel capitalismo, ad esso connaturati) accompagnati dal caos ideologico-filosofico eretti a sistemi di governo, con conseguenti proiezioni geopolitiche sul resto del mondo, con guerre, invasioni, sanzioni, disinformazione e campagne di demonizzazioni ideologiche che apparivano sempre più inspiegabili, caotiche, irrazionali, misticheggianti, a tratti persino esoteriche, almeno nelle menti dei ceti dominanti in occidente e dei loro ascari geopolitici, che fossero quelli vittoriosi in Europa orientali, o coloro che aspirano ad emularli nel resto del Pianeta, cercando di devastare interi Stati, regioni, continenti e la vita di miliardi di esseri umani, privandoli di quei diritti essenziali, per cui i “dissidenti” che Gianni Viola ha incontrato personalmente, fingevano di battersi per poi, in modo ingannevole ed efferato, provvedere a distruggerli in modo spietato e feroce.
I testi di Gianni Viola, sono una messa in guardia sulla genuinità e l’onestà di presenti e future figure di cosiddetti “dissidenti” in altri ambiti umani e fronti politici e geopolitici in cui i loro mandanti imperialisti vogliono strumentalizzarli ed usarli.

1) Quando è sorto in lei l’interesse riguardo ciò che stava accadendo nei Balcani?
I miei rapporti con il mondo dei Balcani datano sin da quando mio padre, Carmelo, scomparso nel 2012, era direttore di “Previsioni”, una rivista internazionale che era distribuita in tante parti del Mondo. Tuttavia il motivo scatenante del mio particolare interesse per la Jugoslavia, ha una data ed è legata ad una circostanza ben precisa: il rapporto segreto della Cia del 1990, reso pubblico il giorno della festa nazionale della Jugoslavia, il 29 Novembre! In quel rapporto – quasi come un macabro segnale del tipo “vi spaccheremo”, era presente una previsione in base alla quale entro 18 mesi, sarebbe avvenuto uno smembramento della Jugoslavia, con esplosioni di violenze che – affermava il documento – hanno “molte probabilità” di trasformarsi in guerra civile. Il documento, stilato dalla Cia, precisava che “l’esperimento jugoslavo è fallito e il Paese sarà smembrato” e aggiungeva che tutto ciò “sarà molto probabilmente accompagnato da esplosioni di violenza etnica e disordini che potrebbero portare ad una guerra civile”. Il rapporto giungeva a definire con precisione che il presidente Slobodan Milosevic era da ritenere come “il principale istigatore” dei predetti conflitti jugoslavi.
Questo rapporto “segreto”, faceva seguito all’approvazione delle legge 101-513 da parte del Congresso degli Stati Uniti, il 5 Novembre del 1990. Tale norma prevedeva lo stanziamento di fondi per le operazioni internazionali e nella fattispecie essa distribuiva fondi oppure li erogava alle dirigenze delle varie repubbliche jugoslave in base a criteri politici, con la regola dell’appoggio ai secessionisti! Una legge che praticamente segnò la condanna a morte della Jugoslavia.

2) Quale fu il momento – e per quale ragione – quando lei comprese ciò che stava realmente succedendo nella Jugoslavia?
Il momento preciso in cui compresi ciò che stava realmente accadendo in Jugoslavia, mi giunse dal rapporto pubblicato durante i colloqui di Dayton (1995) dal Dipartimento di Stato Usa, “Bosnia Fact Sheet: Economic Sanctions Against Serbia and Montenegro”, dove era spiegato che “Le sanzioni hanno contribuito a un significativo declino della Jugoslavia. La produzione industriale e il reddito effettivo sono calati del 50% dal 1991”. E più avanti si leggeva che: “Ottenere un allentamento delle sanzioni è diventata una priorità per il governo jugoslavo”. In pratica, il ricatto aveva funzionato e ora si poteva agire!
Nei dettagli, nell’attuazione pratica di questo piano, gli USA intervennero attraverso la fornitura di armi ai nazionalisti anti-serbi, la copertura mediatica di crimini commessi dai nazionalisti allo scopo di far ricadere le responsabilità sui serbi, infine, l’organizzazione e la copertura del traffico di armi e droga i cui profitti erano destinati al finanziamento delle guerriglie anti-serbe.
Da notare che in questo caso fu adottato lo stesso meccanismo utilizzato in Nicaragua dove i contras venivano finanziati dal commercio di droga fiorente in California. E non sarà inutile aggiungere che nel Kosovo agirono – addirittura – alcuni fra gli stessi personaggi con la busta paga della Cia, fra cui lo statunitense Walker, già organizzatore degli squadroni della morte in San Salvador!
Leggiamo sempre nell’articolo di Gaiani (37) che “Considerati gli stretti rapporti tra i guerriglieri kosovari e il Dipartimento di Stato di Washington è possibile ritenere che la “strage” di Racak sia stata messa in scena dalla CIA e dall’UCK con la complicità di Walker, raccogliendo in un unico luogo cadaveri provenienti da diverse zone del Kosovo e appartenenti a guerriglieri (le prove effettuate da medici serbi e bielorussi riscontrano tracce di polvere da sparo sulle mani della gran parte dei cadaveri) o persone uccise in circostanze diverse, sfigurate e mutilate per rendere più difficili i rilievi medico-legali e più efficace la messa in scena a suscitare orrore e indignazione nell’opinione pubblica occidentale per preparare il terreno all’intervento militare della NATO”.

3) Quali scoperte ha effettuato tramite le indagini che ha condotto nei suoi studi? Di che tipo di crimini si tratta, secondo la sua valutazione?
La prima scoperta rilevata dalle ricerche condotte in relazione a ciò che stava accadendo in Jugoslavia, fu che l’opera di disinformazione era volta sia a creare prove false su fatti mai accaduti (ad es. la pianificazione degli stupri etnici realmente mai avvenuti), sia a sfruttare a proprio vantaggio fatti realmente accaduti, verosimilmente compiuti da controparti dei serbi (croati, bosnjak, cioè musulmani bosniaci, e skipetari o albanesi del Kosovo, ecc.), mediaticamente attribuiti ai serbi (ad es. la strage del pane a Sarajevo realmente compiuta dai bosnjak). Tutto ciò, dunque, allo scopo, sia di alleggerire le parti in conflitto con i serbi, in relazione a crimini realmente commessi, sia utilizzare i medesimi crimini per aggravare la posizione “criminale” dei serbi.
Emblematico il caso del “Newsweek” del 4 gennaio 1993 (4) che usò fotografie di serbi morti facendole passare per “vittime musulmane” e ancora nel numero del 7 agosto 1993 il “New York Times” riportava una fotografia che voleva rappresentare dei croati che si disperavano per le atrocità serbe, mentre in effetti gli assassini in questione erano stati commessi da musulmani bosniaci.
Ovviamente la stessa tattica è stata in seguito adottata nei confronti della questione del Kosovo. Spuntarono mano a mano i termini “pulizia etnica”, “genocidio”, “stupri etnici”, “campi di concentramento”. Decine e decine e poi centinaia di notizie false costruite su commissione degli USA ad uso e consumo di croati, bosniaci, e kosovari. Fra le molte “notizie” poi risultate del tutto fasulle, citiamo a caso: i campi di concentramento serbi di Trnpolje del giornalista-cecchino Roy Gutman, premio Pulitzer!, il bombardamento di Lubiana (1991), la distruzione del centro storico di Dubrovnik (1991), l’occupazione serba della Bosnia (1992), gli stupri di massa in Bosnia (1993), i bombardamenti al napalm su Bihac da parte dei serbi (1994), le varie stragi vere con attribuzioni false o stragi “gonfiate” avvenute in Bosnia: la strage del “mercato” di Sarajevo (1992) e quella del “pane” (1995), le fosse comuni di Orahovac in Kosovo (1998).
Con riferimento a tutto il territorio dell’attuale Jugoslavia, gli obiettivi colpiti sono stati per l’80 per cento civili (1.000 obiettivi privi di importanza militare): così contro tre o sette carri armati completamente distrutti (ed una ottantina colpiti), 5 aeroporti civili, abbiamo 328 scuole elementari, 25 facoltà universitarie, 15 collegi, 20 case degli studenti, 50 ospedali, 23 monasteri, 32 chiese, 4 cimiteri, 15 musei, 5 sedi di televisioni, 44 ripetitori, 61 ponti, 19 stazioni ferroviarie e le principali linee ferroviarie, 34 stazioni di pullman, 13 aeroporti, 200 industrie, 23 tra raffinerie e depositi di carburante, 28 centri agricoli e industrie agroalimentari, 21 tra ambasciate e consolati; il 62% delle strutture stradali e 15 strade principali, il 70% della produzione di energia elettrica, l’80% della capacità di raffinamento del petrolio.
I danni inferti alla Serbia ammontano a 200 miliardi di dollari, il calo della produzione è calcolato nel 27%. I disoccupati in conseguenza delle distruzioni sono 500.000. Nel solo Kosovo le bombe della Nato hanno causato la distruzione di 47 mila case con la conseguente creazione di 720.000 senzatetto.
Le vittime: la guerra è stata condotta contro la popolazione civile. I morti civili sono stati circa 1.800 (erano 1.200 già alla fine d’aprile, secondo una comunicazione di Zivadin Jovanovic, ministro degli Esteri della Jugoslavia), secondo dati minimi ufficiali di fonte jugoslava. Le fonti ufficiose (stampa) serbe parlano di 2-3.000 morti. La Nato, che in questo caso anziché gonfiare minimizza i dati già di per sé non esagerati, parla di “soli 400 morti civili”. Il 30% fra essi sono bambini. Nel totale dei morti bisogna includere anche 200 soggetti morti calpestando bombe a frammentazione inesplose lanciate dalla Nato.
I feriti civili, secondo fonti ufficiali jugoslave, sarebbero almeno 6.000, di cui duemila rimasti invalidi a vita e il 30-40% fra questi sono bambini. Una fonte non serba parla di 15.000 feriti serbi (i morti militari sarebbero fra i 5.000 (secondo stime della NATO) e 6.000 (fonte ufficiosa serba), su un totale di 40.000 soldati jugoslavi in Kosovo.

4) Ha incontrato difficoltà nel reperimento delle notizie e della documentazione raccolte?
Ricercare e raccogliere documenti relativi ad una situazione politica di un Paese sottoposto a pressioni di tipo imperialista, è sempre difficile, perché bisogna tener conto del ruolo fondamentale demandato ai servizi segreti (Cia).
I servizi segreti non agirono direttamente – se non in taluni casi – ma sempre sotto la copertura di agenzie create per l’occorrenza. Una di queste è la “Ruder&Finn Global Public Affair”, il cui direttore Mr. James Harff (intervistato da Yohanan Ramati, direttore del “Jerusalem Institute for Western Defense”) disse che “Per 18 mesi (in altre parole per l’esatto periodo previsto dal rapporto della Cia redatto nel 1990 (cui facevo cenno in precedenza), abbiamo lavorato per la Repubblica di Croazia e per la Bosnia-Erzegovina, così come per l’opposizione in Kosovo. In tutto questo tempo abbiamo ottenuto molti successi, guadagnandoci una immagine internazionale formidabile. Intendiamo avvantaggiarci di ciò e sviluppare accordi commerciali con questi paesi. La velocità è essenziale, perché bisogna impiantare nell’opinione pubblica argomenti favorevoli ai nostri scopi. E’ la prima frase che conta. Le smentite non hanno effetto”.
Con tali premesse era logico diffidare di tutte le notizie che apparivano sulla stampa asservita alla Nato, e nel contempo ottenere le notizie autentiche solo tramite fonti alternative che giungevano direttamente dalla Jugoslavia, senza il passaggio della censura occidentale. In tale contesto, il primo documento organico che riuscì ad ottenere, mi giunse direttamente dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Federale di Jugoslavia, per il tramite dell’Ufficio Militare dell’Ambasciata Jugoslava di Roma. Altri documenti importanti mi giungevano da una efficiente agenzia di informazioni , il “Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia”.

5) Qual è stata la reazione del pubblico in relazione all’uscita del Suo libro e del contenuto delle ricerche presentate? Qual è stata la reazione dei mass media?
Il testo ha ricevuto una entusiastica approvazione da parte della generalità dei soggetti e della stampa periodica in genere, soprattutto da parte di alcuni gruppi impegnati nella lotta contro l’imperialismo – il Gamadi ad esempio – che ha provveduto a farne una presentazione video trasmessa per la tv Teleambiente di Roma. Ha avuto anche dei riconoscimenti a livello letterario, come ad esempio, da parte dell’Associazione Culturale Pegasus Cattolica, con il “Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica”, assegnando al testo il “Premio Speciale Saggistica” (2011). Il testo inoltre è stato spesso citato (anche a motivo del primo censimento delle basi militari americane ivi presenti), nel sito ComeDonChisciotte (forum), Il Faro sul Mondo (rivista di politica internazionale), Il Buio, Il Giorno 24 Ore, Agenzia Russa Sputniknews, Sito librieidee (ottimo accenno al libro), Sitomontedragone, Il Simplicissimus (forum), Scintilla Rossa (forum) WikiVividly, L’altraversionedeifatti (blog), Le fortificazioni militari, Ilblogdilameduck, Il Nuovo Mondo, Skyscrapercity.com, Ayruzacheal, ecc.
Citiamo una sola eccezione negativa, secondo cui “L’autore, rispetto alla tematica, non esita a schierarsi in una posizione piuttosto impopolare e poco obbiettiva. Conseguentemente tutti i dati raccolti sono passibili di critica ed inutilizzabili per uno studio sistematico.” Tale giudizio è la sintesi delle valutazioni effettuate dai lettori della Rete Bibliotecaria Bresciana e dalla Giuria del Premio di Qualità nell’ambito della 9ª Rassegna di Microeditoria Italiana (novembre 2011 – Chiari – Brescia). Tale posizione peraltro priva di qualsiasi elemento a prova di quanto affermato, è indice del profondo torpore in cui è sprofondato il mondo della cosiddetta cultura istituzionale, ormai priva di qualsiasi aggancio con la realtà e posta su un piano di pura reazione politica. Invero il testo è stato definito – nel sito “Contro” – “un capolavoro straordinario di controinformazione”! e la ricerca è stata adottata nell’ambito di una tesi di laurea della Luiss – Libera Università Internazionale degli Studi Sociali – Guido Carli, di Roma, in una dissertazione accademica della Facoltà di Scienze Politiche.
Da aggiungere, inoltre, che nel 2016, quindi 17 anni dopo la guerra del Kosovo, il Tribunale internazionale dell’Aja ha riconosciuto la innocenza di Slobodan Milosevic, peraltro liquidato nel 2006 durante il processo farsa posto in essere dalla Carla del Ponte (successivamente pentita della posizione assunta nell’ambito del dibattimento giudiziario!). Ciò vale a dare lustro e dignità di documento, al libro in questione, oltre ogni ragionevole dubbio!

6) Ha avuto dei problemi in relazione alla ricerca condotta e alla stampa del libro?
Nel periodo in cui svolsi la ricerca, la mia corrispondenza (cartacea) era permanentemente controllata e mi veniva consegnata a mano, non dal postino, ma direttamente in un ufficio postale (dopo formale invito telefonico!). La corrispondenza mi giungeva dopo essere stata sbrindellata – e in alcuni casi inspiegabilmente danneggiata dall’acqua – poi riconfezionata alla meno peggio e ogni volta dovevo dichiarare – per iscritto – di aver preso visione dello stato in cui si trovava la corrispondenza indirizzata al mio nominativo e dovevo dichiarare altresì che “avevo accettato di ritirarla” nello stato in cui mi veniva consegnata.

7) Quali sono i progetti relativi, in particolare, al testo che le è stato pubblicato, e in generale, al suo lavoro di ricerca storiografica? Ha intenzione di approfondire ancora il tema dei crimini commessi sulla popolazione Serba?
Ho intenzione di completare (nell’ambito della medesima tematica) una mia breve ricerca sulle azioni militari americane in tutto il Mondo (dal 1783 ad oggi), e conto di approfondire l’analisi della presenza militare americana in Italia, partendo dal censimento presente nel testo.

Intervista di Ivan Maksimovic e Traduzione di Soprana Gordana, Magazin Tabloid

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