L’azienda che avvertiva sui bot russi… gestiva un esercito di bot russi falsi

Danielle Ryan, Zerohedge 30 dicembre 2018

I co-fondatori della società di cybersecurity New Knowledge avvertirono gli statunitensi a novembre a “rimanere vigili” di fronte agli “sforzi russi” d’intromettersi nelle elezioni. Questo mese, sono stati smascherai per aver fatto proprio questo. Ryan Fox e Jonathan Morgan, che gestiscono la società di sicurezza informatica New Knowledge che affermava di “monitorare la disinformazione” online, scrisse un opprimente articolo sul New York Times il 6 novembre sui “russi” e i loro nefandi sforzi per influenzare le elezioni nordamericane. A quel tempo, mi colpì il fatto che il ragionamento di Fox e Morgan sembrava inverosimile. Ad esempio, una delle prove presentate per dimostrare che la Russia aveva preso di mira le elezioni nordamericane era che molti pubblicavano link ai contenuti di RT online. Difficilmente una pistola fumante degna di attenzione. Morgan e Fox, intrepidi investigatori informatici che, secondo quanto affermato nell’articolo, avevano rilevato più “attività generale” nelle continue campagne d’influenza russe di quanto le società di social media come Facebook e Twitter avevano rivelato, o che altri ricercatori poterono identificare. I tizi della New Knowledge scrissero un rapporto del Comitato d0Intelligence del Senato sui presunti tentativi della Russia di fare confusione nella democrazia nordamericana, definendola “guerra di propaganda contro i cittadini americani”. Roba impressionante. Devono essere davvero bravi nel loro lavoro, giusto?
Questa settimana, tuttavia, si apprese che New Knowledge aveva la propria campagna di disinformazione (o “guerra di propaganda contro gli americani”, come si potrebbe dire), completa di falsi bot russi volti a screditare il candidato repubblicano Roy Moore quale candidato preferito della Russia nella corsa per il senato in Alabama, nel 2017. Ciò fu svelato dal New York Times, il giornale che poco più di un mese prima pubblicò il summenzionato articolo in cui Fox e Morgan pontificarono sull’interferenza russa online. New Knowledge aveva creato un mini-esercito di falsi bot russi e falsi gruppi Facebook. Glia accounti, che avevano nomi russi, furono collegati a Moore. Un memo interno alla società si vantava del fatto che New Knowledge avesse “orchestrato un’operazione elaborata di “falsa bandiera” che spacciava l’idea che la campagna Moore fosse amplificata sui social media da botnet russi”. Moore perse per l’1,5 percento. Ad essere onesti, le accuse pubblicate dal Washington Post di aver perseguitato delle minorenni negli anni ’80 potrebbero aver avuto a che farci, ma questa è un’altra storia. Naturalmente, New Knowledge e persino il New York Times, che scoprì l’operazione, cercano di farla passare per un “piccolo esperimento” per “imitare le tattiche russe” online per vedere come funzionavano. Solo per la ricerca, ovviamente. Entrambi affermarono che il piano. soprannominato ‘Progetto Birmingham’, non ebbe quasi alcun effetto sull’esito delle elezioni. I soldi del cosiddetto progetto di ricerca provenivano da Reid Hoffman, co-fondatore di LinkedIn, miliardario che contribuì con 750000 dollari all’American Engagement Technologies (AET), che poi spese 100000 dollari per l’esperimento di New Knowledge. Dopo che il piano fu svleato, Hoffman offrì scuse pubbliche, dicendo che non sapeva esattamente come furono usati i soldi e ammettendo che le tattiche erano “altamente inquietanti”.
Se persone come Fox e Morgan si preoccupassero davvero della cosiddetta intromissione russa o dell’integrità delle elezioni nordamericane, non avrebbero gestito una campagna ingannevole contro Moore, indipendentemente da quanto fosse indesiderabile. I loro metodi subdoli e ingannevoli sono in totale contrasto col profilo pubblico che coltivavano come un’impresa che combatte la buona lotta per il bene pubblico. Ma è davvero una sorpresa? Si potrebbe pensare che un giornale come il New York Times si sarebbe imbattuto nel fatto che gente come Fox e Morgan, col loro passato nelle forze armate e nei servizi segreti degli Stati Uniti, avessero un programma chiaro e non fossero esattamente puliti o le fonti più credibili su qualsiasi cosa avesse a che fare con la Russia. Ma quel tipo di intuizione o circospezione potrebbe chiedere troppo nell’era del Russiagate. Facebook rimosse l’account di Morgan per “comportamento inautentico coordinato” sulle elezioni in Alabama. Tre giorni dopo aver pubblicato il suo articolo sullo scandalo (in cui minimizzava gli effetti della campagna di disinformazione della New Knowledge), il New York Times pubblicava un articolo sulla rimozione da Facebook, in cui ammetteva che la polemica sarebbe stata d'”imbarazzo pungente” per il ricercatore dei social media, sottolineando che era stato una “voce guida” contro le presunte campagne di disinformazione russa. Nell’articolo per NYT Fox e Morgan misero in guardia contro gli onnipresenti “account dei social media collegati alla Russia” e stimavano che “almeno centinaia di migliaia, e forse persino milioni” di cittadini statunitensi si erano impegnati con essi online. Va ora chiesto, erano inclusi i loro falsi bot russi nel conteggio, o li lasciavano quelli fuori?
Sono passati quasi due anni di presidenza Trump e ancora non abbiamo prove concrete del fatto che la teoria della “collusione” russa sia qualcosa di più di una fantasia inventata dai democratici che cercano disperatamente una ragione accettabile per la sconfitta di Hillary Clinton nella pessima campagna. In effetti, a questo punto, abbiamo effettivamente prove solide e inconfutabili delle ingerenze elettorali da parte di losche compagnie anglostatunitensi come Cambridge Analytica e New Knowledge piuttosto che di qualsiasi ingerenza orchestrata dalla Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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