Il conflitto siriano spiegato ai fessi

Chroniques du Grand Jeu 29 dicembre 2018

In questi festeggiamenti di fine anno potreste avere, cari lettori, l’opportunità di discutere tra lenticchie e panettoni della guerra alla Siria che entra nella fase finale. Spesso mi dite che è difficile spiegare la situazione a chi si accontentate delle “informazioni” disgustose di BFM o Le Monde. Per rispondervi, ecco un riassunto schematico e chiaro degli otto anni che hanno sconvolto il Medio Oriente e cambiato il mondo. La questione centrale del conflitto è l’arco sciita Iran-Iraq-Siria-Hezbollah: Questo arco è, per vari motivi, rabbia di clienti ed alleati dell’impero nordamericano in Medio Oriente. Per le monarchie petrolifere del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa, impediva di far passare i loro oleodotti in Turchia ed Europa. Questo si aggravava per Riyadh per l’ossessione religiosa nei confronti della “eresia” sciita. Per Israele, l’arco, che si definisce Asse della Resistenza e sostiene la causa palestinese (i sunniti l’hanno da tempo abbandonato), è il nemico da sconfiggere. È sinonimo di continuum strategico in supporto di Hezbollah in Libano. La Turchia ha una posizione geografica eccezionale e pretende di diventare l’interfaccia energetica attraverso far passere gli oleodotti delle petromonarchie. Inoltre, Erdogan lanciò un’ambiziosa politica neo-ottomana verso sud. Per gli statunitensi, oltre a compiacere i loro protetti (ruolo di qualsiasi impero) e ostacolare l’Iran, loro nemico dal 1979, avrebbe energicamente azzoppato la Russia e sostituendola sul mercato europeo col petrolio del Golfo. Quindi, tutto contribuiva a che “qualcosa accadesse”. Già nel 2007, in un articolo preveggente intitolato The Redirection, Seymour Hersh osservò che la “guerra al terrore” aveva lasciato il posto alla guerra agli sciiti, nemici mortali dei terroristi sunniti che mettevano a ferro e fuoco l’occidente e il mondo. Non sorprende che gli statunitensi approfittassero dell’eccitazione dell’11 settembre per sistemare le loro piccole rese dei conti geopolitiche attaccando Sadam, avversario di al-Qaida…
Qualcosa si preparava, ma dove? Attaccare l’Iran è impossibile dopo i fiaschi iracheno e afghano. Attaccare ancora l’Iraq “liberato” da pochi anni era insostenibile presso il pubblico. Su Hezbollah libanese, era troppo eccentrico e Israele vi si è rotto i denti nel 2006. L’anello più debole era la Siria. Qui puntarono gli sforzi. Alla fine degli anni 2000, il piano era pronto, come spiegò Roland Dumas. L’ondata della “primavera araba” del 2011 era il pretesto ideale. Che alcuni siriani si ribellassero davvero, senza secondi fini, contro Assad non può essere negato. Che altri gruppi fossero già preparati e finanziati, con una manovra sviluppata da capitali straniere per abbattere Assad, è ovvio.

Piano A (2011-2014): rovesciamento di Assad
Il piano era semplice: abbattere Assad e sostituirlo con un regime sunnita favorevole agli interessi dell’impero statunitense e dei suoi clienti. L’arco sciita sarebbe stato isolato, Hezbollah isolato in Libano e gli oleodotti petromonarchici avrebbero attraverso la Giordania alleata e la Siria appena conquistata verso Turchia ed Europa. La “ribellione” era a buon punto e il governo perse l’est del Paese nel giugno 2013. Non importa che Jabhat al-Nusra (il ramo siriano di al-Qaeda) fosse la punta di diamante della rivolta, i ribelli vennero etichettati come “moderati” dalla nostra buona stampa. Per i padrini della “rivoluzione”, la caduta di Assad era solo questione di tempo… Tuttavia, alcuni granelli di sabbia fermarono la macchina. Nella Siria utile, per l’Occidente, i lealisti resistevano, sostenuti in blocco dalle minoranze religiose (alawiti, cristiani) e dalla borghesia sunnita, spaventate dal jihadismo dei “ribelli”. Hezbollah, da parte sua, andò con Assad ed inviò i suoi battaglioni. È in questo contesto che il primo attacco chimico sotto falsa bandiera, Ghuta, divenne il pretesto per un massiccio bombardamento dei lealisti da parte degli statunitensi, per aprire la strada ai ribelli moderatamente moderati. Ma Putin era lì, disinnescando la crisi, ricordiamo.

Piano B (2014-2015): SIIL e corridoio sunnita
La probabilità di vedere il rovesciamento di Assad e di prendere la Siria non decollano, un’altra idea venne alla luce, un piano minimo: creare un Sunnistan su entrambi i lati della linea Sykes-Picot, confine artificiale che separa Iraq da Siria. Questo è ciò a cui lo SIIL serviva. Le e-mail hackerate da Clinton lo dimostrano, i generali degli USA (Wesley Clark , Michael Flynn) lo confermarono: gli alleati degli Stati Uniti finanziarono lo SIIL mentre Washington guardava opportunamente altrove. Si tratta degli eterni sospetti sauditi e qatarioti, naturalmente. Per la Turchia, i suoi legami con lo Stato islamico sono noti a tutti. A Kobane, mentre i curdi resistevano ai furiosi assalti dello SIIL, l’artiglieria turca li bombardava alle spalle. Più localmente (Golan), sebbene non abbia alcun significato strategico, Israele sviluppò buoni rapporti con lo SIIL; i suoi ufficiali e la sua stampa non lo nascondono. Alla fine del 2014, il Sunnistan era una realtà. Tuttavia, niente andò bene. Il 29 giugno 2014, lo Stato islamico proclamò il califfato nei territori che controllava. Per l’Arabia Saudita, guardiana dei luoghi sacri dell’Islam, era un casus belli non ideologico (le decapitazioni saudite non hanno nulla da invidiare a quelle dello SIIL), ma religioso. Come? Le nostre creature ci sfuggono, ancora…
I crimini inscenati dallo SIIL scatenarono la riprovazione internazionale e la ritirata di alcuni Paesi. Il re di Giordania, inorridito nel vedere uno dei suoi piloti bruciato vivo in una gabbia, sentì il vento cambiare avvicinandosi a Mosca, e così a Damasco. Gli Stati Uniti, che a lungo chiusero gli occhi, si svegliarono improvvisamente di fronte alle telecamere e si rivoltarono contro il mostro che lasciarono prosperare paternamente. Soprattutto dal settembre 2015 , i russi furno invitati al gioco e non fecero sconti…

Piano C (2015-2018): la carta curda
È in un certo senso un piano B bis, ancora più piccolo e con molte complicazioni. Poiché lo SIIL era decisamente insostenibile, l’ultimo gioco divenne Chi prenderà il posto del Califfato? Crea, con la mano sinistra, un mostro che fa il lavoro sporco per finire di combatterlo con la mano destra, per prenderne il posto: trucco antico quanto il mondo. Questo è ciò che i pompieri statunitensi fecero usando i curdi come estintore. Primo problema: questi curdi vivono nell’estremo nord della Siria e sono i fratelli d’armi e retrovia del PKK, afflizione della Turchia, membro della NATO. Washington era molto turbata: solo i curdi poterono conquistare il territorio dello SIIL tagliando l’arco sciita, ma usarli e armarli fece infuriare Ankara. Il trucco di aggiungere alcuni combattenti arabi e rinominarli “Forze Democratiche Siriane” (SDF) non ingannò nessuno, soprattutto, non Erdogan. Da quel momento il Sultano si rivoltò contro lo SIIL ed invase parte del nord siriano (al-Bab) per anticipare i curdi e impedirgli di raggiungere Ifrin. Passò quindi il tempo a riciclare le barbe d’Idlib per lanciarle contro il Rojava dei curdi, minacciandoli regolarmente e ringhiando contro il loro protettore nordamericano. Ciò non impediva alle SDF dirette dalle forze speciali statunitensi di avanzare verso sud, lontano dall’area d’insediamento. Iniziò quindi una folle corsa tra i curdo-statunitensi da una parte, e i siriano-iraniano-russi dall’altra sulle macerie del califfato e verso il confine siriano-iracheno. Per i primi, si trattava di tagliare l’arco sciita, per i secondi di ricostruirlo.
Gli “sciiti” segnarono un punto prezioso nel giugno 2017 quando accerchiarono la base statunitense di al-Tanaf nel sud, raggiungendo il confine. Continuarono verso il nodo strategico di al-Buqamal, mirando anche, dall’altra parte dell’Eufrate, alle SDF che scendevano a tutta velocità. In Iraq, le milizie sciite filo-iraniane fecero lo stesso mentre il califfato veniva accerchiato da tutti i lati. La battaglia finale non si svolse, nonostante tensioni e schermaglie, russi e statunitensi trovarono un modus operandi, condividendo le rive dell’Eufrate. A parte poche sacche isolate, lo SIIL è finito anche dall’altra parte del confine, in Iraq. L’arco sciita fu parzialmente ripristinato, ma racchiuso tra la zona controllata dalle SDF e la sacca “ribelle” statunitense di al-Tanaf. È in questo contesto che entrò in gioco la bomba di Trump del dicembre 2018 sul ritiro degli Stati Uniti dalla Siria. Ecco, cari lettori, il conflitto siriano sintetizzato schematicamente in pochi minuti. Ora avete tutti gli elementi per brillare al cenone o, più semplicemente, spiegare al vostro entourage ciò che permise questa guerra. Potete anche semplicemente linkare questo articolo. Per quanto ci riguarda, continuiamo sugli ultimi colpi di scena.

Ultime notizie
Le previsioni del nostro ultimo post erano accurate. L’Esercito arabo siriano entrava massicciamente nella regione di Manbij, in coordinamento con le SDF contro i ribelli e il loro padrino turco. I curdi non sanno cosa fare per accontentare i lealisti, un portavoce persino affermava che SDF ed Esercito arabo siriano sono nella stessa famiglia. Il cambio di casacca curdo pronto a sorridere, ma l’avevamp sempre sottolineato che, per tutti questi anni, le due parti hanno evitato di rompere i ponti. Per il sistema imperiale, col senatore Lindsay Graham in testa, l’appello dei curdi ad Assad è “un grave disastro”, proprio questo. E il falco neo-con continuava: “È un incubo per la Turchia e forse per Israele, i grandi vincitori sono Iran, Assad e SIIL. Essendo finito lo SIIL, l’ultima parte è solo propaganda. Per il resto, non ha torto e capiamo che è inorridito dalla ricostruzione dell’arco sciita. I turchi fecero davvero del male, affermando anche senza ridere che i curdi non avevano “alcun diritto di chiedere aiuto al governo siriano” (!) Il Sultano non sa più come eruttare contro “l’operazione psicologica” di Damasco a Manbij ma assicura che se le YPG si ritirano, infine tutto andrà bene. I russi avevano ancora manovrato alla perfezione, facendo attenzione a non tralasciare nessuno e dare a tutti lo zuccherino. Presumibilmente sono dietro l’accordo su Manbij assicurandosi che la presenza militare turca in Siria sia “temporanea”. Il messaggio è anche deliziosamente ambiguo, giustificando le azioni di Ankara mentre gli mostrano gentilmente la via d’uscita: “Le attività della Turchia nel nord della Siria sono temporanee e legato a preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Sappiamo che Ankara appoggia pienamente l’integrità territoriale e la sovranità della Siria, e nulla permette di mettere in discussione la credibilità di questa posizione”. Secondo alcune indiscrezioni, i russi sarebbero andati oltre e avrebbero avvertito Ankara di rimanere fuori dalla faccenda e lasciare che Assad liberi l’intero territorio. Il messaggio comunque passava e i turchi erano felici di continuare a cooperare con Russia ed Iran nel formato di Astana per risolvere il conflitto. La grande delegazione turca che si recava a Mosca sembra avesse qualcosa. I due Paesi decisero un coordinamento tra le truppe per “eliminare la minaccia terroristica in Siria”. Decifrando, potrebbe significare che Ankara si prenderà finalmente cura dell’Idlibistan mentre Mosca cercherà di convincere le YPG curde a disarmare. Si muovono gradualmente verso ciò che ci aspettavamo: Si può immaginare alla fine un Kurdistan siriano autonomo ma presidiato dall’Esercito arabo siriano in cui sarebbero integrate le YPG. Sotto il controllo di Damasco, dunque, ma anche di Mosca. Accettabile per i turchi, i curdi, Assad ed il Kremlino.
Mentre il sistema imperiale rimane insoddisfatto, la guerra finisce. Tornando alla qafiah alla velocità del lampo, i Paesi arabi annunciavano uno dopo l’altro la riapertura delle loro ambasciate a Damasco. I topi salivano sulla nave… I più ipocriti sono probabilmente gli Emirati Arabi Uniti, la cui TV Sky News non aveva abbastanza elogi per la rinascita di Aleppo, dopo aver passato anni a trollare sull’ormai leggendario “ultimo ospedale” della città. Per i sauditi, si preparano lentamente ma certamente a seguire. La maledizione di Touthankassad faceva ancora una vittima: Jubayr, il ministro degli esteri di Riyadh che ci assicurava per anni che Assad se ne sarebbe andato, ha appena varcato la porta. Sono questi atterraggi all’aeroporto di Damasco che potrebbero aver permesso agli israeliani di perpetrare la loro sacrilega incursione natalizia. Sapevamo già che gli aviogetti si erano nascosti dietro aerei civili. Possono anche aver beneficiato del fatto che Damasco avesse disabilitato il blocco del GPS della difesa antiaerea per permettere agli aerei degli emissari di atterrare. Se volevano, con questa mano da poker suicida, eliminare l’Arsenio Lupin del Medio Oriente, Qasim Sulaymani, sbagliavano. L’uomo assisteva tranquillamente un servizio funebre a Teheran…
Resta l’Iraq, dove la visita a sorpresa del Donald sotto naso e barba di Baghdad, creava irritazione. Ci chiedevamo giorni fa: “Resta da vedere se i leader iracheni, che non sono nemmeno stati invitati alla festicciola, se saranno d’accordo e avranno abbastanza margine per rifiutare ciò che sembra un diktat di Washington”. La risposta non tardava. La condanna era unanime e ora i principali partiti politici iracheni volevano votare in parlamento l’espulsione delle truppe statunitensi dal Paese. Come diceva un deputato, “l’Iraq non dovrebbe essere la piattaforma degli statunitensi per regolare i conti con russi e iraniani”. Anche qui, Grande Gioco e Arco Sciita sono coinvolti nel conflitto, anche se non lo si legge sulla stampa…
Terminiamo con un’ipotesi, osando. Dopo l’annuncio del ritiro da Siria e Afghanistan, Trump, becchino dell’impero, vuole anche sganciarsi dall’Iraq. Incapace di assumersi la responsabilità pubblica perché porterebbe all’aperta ribellione dello Stato Profondo, già scottato dal ritiro dalla Siria, organizzava tale viaggio provocatorio. Questo ovviamente causava la rabbia dei leader iracheni, il cui parlamento votava l’espulsione delle truppe nordamericane. E il Donald, giocando sulla sua apparente stupidità, per giustificarsi: vedere, volevo restare ma sono loro che ci hanno cacciato. Ancora una volta, questa è solo un’ipotesi, comunque non dimostrabile. Avrebbe comunque il merito di spiegare l’improbabilità del viaggio, segreto senza ragione e contrario alle regole diplomatiche. Il futuro ce lo dirà…

Traduzione di Alessandro Lattanzio



PayPal è il metodo rapido e sicuro per pagare e farsi pagare online.

Precedente Germania e Francia contro la rinascita della Russia Successivo L'azienda che avvertiva sui bot russi... gestiva un esercito di bot russi falsi

Un commento su “Il conflitto siriano spiegato ai fessi

Lascia un commento