Trump corre in Iraq, per evitare un golpe contro di sè

Finian Cunningham SCF 30.12.2018

La visita di Donald Trump questa settimana alle forze statunitensi in Iraq va vista come mossa molto particolare. Dopo l’annuncio per ritirare le truppe da Siria ed Afghanistan, causando una rottura con figure del Pentagono, sembra che Trump faccia il tentativo disperato di rassicurare la dirigenza militare. Forse anche per impedire un colpo di Stato temuto contro la sua presidenza. Per quasi due anni dall’elezione, il presidente Trump non visitava truppe statunitensi in alcuna zona di combattimento attiva, a differenza dei predecessori alla Casa Bianca. La sua apparente indifferenza alle forze d’oltremare suscitava costernazione da oppositori politici e media. In un recente editoriale, il New York Times ammoniva: “Metti giù i mazze da golf, visita le truppe”. Ricordiamo anche che il disprezzo mediatico negli Stati Uniti si accumulò su Trump quando, durante il viaggio in Francia a novembre per celebrare il centenaria della fine della Prima guerra mondiale, rifiutava di rendere omaggio al cimitero di guerra statunitense “perché pioveva”. Trump non è quindi il tipo di persona che si mette in disagio per gli altri. Ecco perché sembrava ignoto a tutti che nella notte di Natale, il 25 dicembre, il presidente e la moglie Melania lasciassero la confortevole Casa Bianca imbarcandosi sull’Air Force One per un volo notturno di 6000 chilometri per l’Iraq. Il viaggio in Iraq fu variamente descritto dai media nordamericani come una sorpresa e “avvolto nel segreto”. Così segreto che il governo iracheno non fu nemmeno informato dell’arrivo di Trump. Un incontro frettolosamente proposto col Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi non ebbe luogo perché agli iracheni fu dato un preavviso di sole due ore quando il presidente degli Stati Uniti atterrò. In totale, Trump e la sua delegazione trascorsero solo tre ore in Iraq e parlarono per 15 minuti alle truppe presso la base aerea di al-Asad, vicino la capitale Baghdad. Il presidente poi tornava a Washington, facendo una breve sosta di rifornimento in Germania. Parlare di vorticoso viaggio all’altro capo del mondo, per cosa? Ciò che tutto questo suggerisce è che la visita di Trump fu un evento frettoloso, ad hoc, che sembra essersi svolto in modo tempestivo, per reazione alle notizie della scorsa settimana.
Come scrisse il New York Times: “Il viaggio, avvolto dalla segretezza, avveniva… meno di una settimana dopo che Trump interruppe lo status quo militare facendo infuriare persino alcuni alleati politici annunciando piani per ritirare tutte le truppe dalla Siria e metà dall’Afghanistan. La decisione del presidente sulla Siria portava alle dimissioni del segretario alla Difesa Jim Mattis”. Le dimissioni di Mattis, seguite da quelle di un altro alto funzionario del Pentagono, Brett McGurk, mostrava che c’era la grave reazione della dirigenza militare all’ordine di ritiro di Trump da Siria ed Afghanistan. Non solo, ma gli oppositori di Trump nel partito repubblicano e tra i democratici ebbero ampia copertura mediatica protestando contro il suo ordine. Come riportato dalla CNN: “Le dimissioni di James Mattis scatenavano un’ondata di ansia e rabbia”. I senatori si allineavano nel condannare Trump per non essere “l’adulto nella stanza” e “voce di stabilità”. Mattis fu salutato come “tesoro nazionale” e lodato per la sua “bussola morale”. L’elogio difficilmente si confronta con la cronaca dei crimini di guerra commessi da Mattis quando era generale dei marines durante l’assedio di Fallujah in Iraq nel 2004, né il suo umorismo psicopatico che esaltava il “divertimento di sparare alla gente”. Non per la prima volta, Trump veniva denunciato come “traditore” dai nemici a Washington e dai media. Ricordava il modo in cui fu denigrato dopo un summit col Presidente Vladimir Putin a Helsinki all’inizio di quest’anno. Trump fu nuovamente accusato di “dare un regalo a Putin” col suo piano di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria. Questa volta, tuttavia, l’atmosfera politica era ancora più sediziosa. Ignorando i consiglieri per la sicurezza nazionale e “i generali” sui suoi annunci su Siria e Afghanistan, Trump si scontrava con la dirigenza dell’intelligence e militare. C’era anche la netta sensazione che i soliti media anti-Trump cogliessero l’occasione per scatenare il dissenso del Pentagono contro il presidente lanciando Mattis come “grande leader” e la cui assenza avrebbe colpito il morale dei militari.
Il cupo clima politico e militare a Washington sul processo decisionale autonomo di Trump potrebbe spiegare perché il famigerato presidente panino-patata si sentiva obbligato a smuovere il culo e andare in Iraq in piena notte, anche se di Natale. Indossando un giubbotto antiproiettile e con pose scioviniste, Trump sembrava esaltare il militarismo in Iraq. “Ci piace vincere contro i terroristi, giusto”, diceva alle truppe. “Non siamo più i fessi del mondo.” Significativamente, Trump aggiungeva una nuova dimensione al suo piano di ritiro da Siria ed Afghanistan, assicurando che le truppe nordamericane non lasceranno l’Iraq, nonostante siano passati quasi 16 anni dopo che GW Bush invase il Paese. Ed aveva anche detto che le forze statunitensi avrebbero lanciato attacchi in Siria dall’Iraq se necessario. Presumibilmente, questa forza di reazione rapida si applica a tutti i Paesi del Medio Oriente. In altre parole, Trump non indicava un pacifico ridimensionamento del militarismo statunitense nella regione, come percepito da alcuni critici e sostenitori. Trump semplicemente razionalizzava il potere imperialista statunitensi, rendendolo più smilzo e cattivo, operando da basi roccaforti come l’Iraq. Si noti come il governo iracheno non fu consultato su questo piano neo-coloniale, indicando l’arrogante egemonia di Washington, indipendentemente da chi risieda nella Casa Bianca. La visita affrettata di Trump in Iraq sembra essere stato il tentativo urgente di far sapere a Pentagono e dirigenze dell’intelligence e militari che non è “diventato matto” nel perseguire il diritto autoimposto degli USA di condurre guerre ovunque vogliano per la causa del capitalismo.
Nell’immediata confusione per l’annuncio di Trump del 19 dicembre del ritiro delle truppe in Siria e Afghanistan, e sulla deificazione sui media di “Mad Dog” Mattis, un periodo pericoloso si apriva fugacemente per la sua presidenza. Correndo spaventato, Trump si precipitava in Iraq per far sapere ai generali che è ancora uno strumento affidabile dell’imperialismo statunitense.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



PayPal è il metodo rapido e sicuro per pagare e farsi pagare online.

Precedente Erdogan potrebbe sacrificare i suoi ascari in Siria Successivo Germania e Francia contro la rinascita della Russia