L’Esercito arabo siriano spezza l’isolamento della Siria

Moon of Alabama 28 dicembre 2018

La ricaduta della decisione del Presidente Trump statunitense di ritirarsi dalla Siria si sviluppa come previsto. Trump aveva annunciato la rapida ritirata delle truppe statunitensi in Siria. Più tardi parlava di processo controllato che avrebbe consentito alla Turchia di conquistare le aree occupate degli Stati Uniti nel nord-est della Siria. Tale piano, probabilmente ideato dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, è totalmente irrealistico. Un’occupazione così ampia, che sarebbe contrastata da molte forze potenti, non è nell’interesse della Turchia. Tuttavia, il presidente turco Erdogan utilizza la minaccia dell’invasione turca per premere per lo smantellamento delle YPG curde che gli Stati Uniti avevano addestrato e equipaggiato.
Il 28 dicembre l’Esercito arabo siriano annunciava di essere entrato a Manbij, ad ovest dell’Eufrate. Stabilendosi sulla linea di contatto tra forze turche e YPG curde sostenute dagli Stati Uniti. La bandiera siriana veniva issata nella città di Manbij. La mossa avveniva dopo che le truppe statunitensi e i loro agenti curdi si ritiravano dall’area. Manbij era minacciata dall’esercito turco e di suoi agenti jihadisti. Per impedire l’assalto turco, i gruppi armati locali che avevano collaborato coll’esercito statunitense, invitavano l’Esercito arabo siriano a entrare. Questo schema si ripeterà altrove. Una delegazione curda era in Russia per negoziare l’ulteriore avanzata nelle province nordorientali occupate dagli USA, Hasaqa e Qamishli, da parte delle forze governative siriane. I curdi speravano ancora in un’autonomia dal governo siriano che gli permetta di mantenere le loro forze armate. Ma né Damasco né alcun altro sarà mai d’accordo. Ci sarà solo una forza armata in Siria, l’Esercito arabo siriano. È possibile però che alcune unità curde vi siano integrate. Una delegazione turca era pure a Mosca e il 29 dicembre arrivava Erdogan. La Russia era contraria al piano degli Stati Uniti di lasciare che la Turchia prendesse il nord-est della Siria o parti di esso. Erdogan non avrà il sostegno russo o iraniano per tali mosse. Inoltre, sarà costretto a lasciare le altre aree della Siria attualmente occupate dalla Turchia. Per ora ci si aspetta che le truppe statunitensi continuino l’occupazione sull’Eufrate, dove è in corso la lotta contro i resti dello Stato islamico. Non resteranno a lungo. Trump insisteva, contro il desiderio delle sue forze armate, di ritirarsi completamente dalla Siria. Chi lo sostiene, per coincidenza, sono gli stessi che promossero l’ascesa dello Stato islamico. Dopo che il segretario alla Difesa Mattis si dimise, ulteriori sforzi dell’esercito di ritardare la ritirata saranno probabilmente inutili. Per coprire il ritiro dalla Siria, l’esercito statunitense stabiliva due nuove basi in Iraq, occupando posizioni studiate per impedire il traffico terrestre tra Levante ed Iran. È improbabile che gli Stati Uniti le occuperanno a lungo. Il parlamento iracheno già agisce per scacciare tutte le forze statunitensi dal Paese.
Le mosse militari vengono accompagnate da nuove politiche che ristabiliscono la Siria come Stato arabo fondamentale. Il 27 dicembre gli Emirati Arabi riaprivano l’ambasciata a Damasco. Il Bahrayn sarà il prossimo. Il Quwayt riaprirà la sua ambasciata a gennaio. L’Oman non l’ha mai chiusa. Tra i Paesi del Golfo solo il Qatar, alleato di Turchia ed Arabia Saudita si gettava annunciando la ripresa delle relazioni con la Siria. Prima che iniziasse la guerra in Siria, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi del Golfo finanziarono diversi grandi progetti d’investimento in Siria. Questi saranno rianimati e aiuteranno l’economia del Paese a rimettersi in piedi. Ci si aspetta che l’Egitto segua l’azione degli sponsor del Golfo. Alla base della mossa degli EAU c’è la strategia per contrastare l’ambizione neo-ottomana della Turchia. La Siria è di nuovo vista come baluardo che protegge gli arabi dai predoni turchi. Segnala alla Turchia che ogni tentativo di occupare la Siria sarà contrastato dagli Stati del Golfo e forse anche dall’esercito egiziano. L’Egitto è, insieme alla Russia, mediatore tra curdi e governo siriano. La mossa araba è anche percepita come contrappeso all’influenza iraniana in Siria. Qui fallirà. La Siria è stata salvata dall’attacco a tutto campo dall’intervento dell’Iran. Fu il generale iraniano Sulaymani a convincere la Russia a inviare truppe in Siria. Fu l’Iran che spese miliardi per sostenere il governo siriano, mentre gli arabi del Golfo spesero ancora di più per abbatterlo. La Siria non dimenticherà chi sono u nemici e chi i veri amici.
I collegamenti aerei da Damasco e Paesi arabi riprendono. La scorsa settimana veniva riproposto il collegamento diretto con la Tunisia. A gennaio Gulf-Air, la compagnia aerea ufficiale del Bahrayn, offrirà di nuovo voli per Damasco. La Lega Araba, che nel 2012 cacciò la Siria, la inviterà di nuovo. La Siria potrebbe accettare, ma solo in cambio di ampie compensazioni.
L’attacco aereo israeliano ad installazioni militari siriane del 25 dicembre falliva completamente. Gli aviogetti israeliani spararono 16 bombe stand-off dallo spazio aereo libanese, nascondendosi da codardi dietro due aerei di linea che volavano dal Golfo all’Europa. Ciò rese impossibile alla difesa aerea siriana attaccare direttamente gli aviogetti israeliani. La maggior parte dei proiettili israeliani fu distrutta dalle difese aeree a corto raggio siriano. Un missile siriano fu sparato contro Israele. Era il promemoria che le nuove regole di ingaggio, come annunciato , sono decise. Gli attacchi alla Siria saranno replicati da attacchi diretti contro Israele. Il lancio del missile concluse l’attacco israeliano. Israele, come altri, apprenderà che ogni ulteriore attacco alla Siria è futile e porterà solo a rappresaglie efficaci. La guerra alla Siria, se non è ancora finita, sta finendo. L’isolamento politico della Siria finisce e chi insiste, alla fine, perderà.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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