L’operazione sovietica in Afghanistan fu “per il bene del popolo afghano”

RussiaToday

L’assalto al presidente afghano Hafizullah Amin nel 1979 da parte di un gruppo di forze speciali sovietiche fu una delle più audaci operazioni speciali della storia. Nonostante il successo, segnò l’inizio della disastrosa guerra per l’Unione Sovietica. RT ne parla con un ex-comandante di Alfa, Oleg Balashov, che guidò l’assalto.

Oleg Balashov: In precedenza avevo lavorato in un dipartimento del KGB. Dopo aver finito l’accademia del KGB mi fu offerto un lavoro. Seppi che si stava formando un’unità speciale. Sebbene fosse top secret, informazioni trapelarono quando noi, i compagni, ci sedevamo a prendere il tè, condividendo le informazioni. Una volta entrai in un ufficio e vidi il mio amico parlare con un uomo anziano, beh non anziano ma, diciamo, maturo. Il mio amico disse: “Gennadij Nikolaevich, perché cercano un comandante. Abbiamo qualcuno che lavora qui che è forte e ben addestrato, solo dell’Accademia. Prendetelo”. Quest’uomo, Gennadyij Nikolaevich Zajtsev, mi parlò: “Sai che questo lavoro si espone al peggior pericolo? È un gruppo antiterrorista”. Dissi, “Gennadij Nikolaevich, so che è pericoloso, ma tutto dipenderà dalla professionalità che costruiremo con l’addestramento. Questo deciderà il rapporto tra morte e vittoria”.

RT: Quindi, fu il primo a essere informato della missione? Come si preparò?
OB: La prima volta che fummo avvisati era il 22 dicembre, quando ci fu detto di dire alle nostre famiglie che stavamo andando ad addestrarci come al solito nel Caucaso o qualche parte. Fu nominato un comandante del gruppo che doveva arrivare lì, e fui nominato vicecomandante. C’ero già stato lì e sapevo della situazione a Kabul. Dopodiché fummo in allerta, poiché la decisione stava per essere presa. Quindi eravamo seduti sui nostri bagagli e aspettavamo, l’aereo era pronto a decollare. Quando arrivò il segnale fummo portati in un aeroporto militare vicino Mosca, saliti a bordo partimmo senza sapere per dove. Mentre ci avvicinavamo alle montagne, i piloti ci ordinarono di smettere di fumare e spegnere le luci. Il nostro aereo volava al buio, sebbene continuasse a fare rumore, ma gli afgani non avevano alcun modo di sparare all’aereo. Ci avvicinammo a Bagram, vicino Kabul, e vedemmo le luci della pista e quando eravamo a soli 300-400 metri di distanza, si spensero. Grazie all’abilità dei nostri piloti, l’aereo compì un atterraggio perfetto. Quando l’aereo si fermò saltammo giù e lo circondammo, poiché non avevamo idea di cosa sarebbe successo dopo. Alla fine, i nostri colleghi di Alfa si avvicinarono.

RT: Quando scoprì quale sarebbe stata la sua missione?
OB: Fummo portati in alcune caserme semidistrutte, con solo una specie di edificio chiuso. Dovevamo adattarci usando materassi che avevamo portato con sé. Mettemmo le nostre cose a posto e preparammo le armi. Quando vedemmo il palazzo, la missione fu decisa: “Quindi, ragazzi, dovete assaltare il palazzo”. Doveva essere preso. Rimanemmo ad aspettare il segnale d’attacco. E un’altra unità avrebbe dovuto distruggere l’unità di comunicazione o un cavo per le comunicazioni internazionali nel centro di Kabul. Misero una bomba in un tombino, allontanandosi e le comunicazioni tra Kabul e il mondo furono interrotte. Non potevamo immaginare tutto, ovviamente, c’erano circa 300 guardie mentre eravamo 22. Secondo le stime militari, era assai pericoloso, anche dal mio punto di vista.

RT: Qual era il suo stato psicologico?
OB: Le nostre emozioni erano sotto controllo. Nessuno tentennò. Come comandante dovevo assicurarmi che tutto fosse in ordine. Non c’era paura.

RT: Può descrivere l’inizio, quando assaltaste il palazzo?
OB: Ci fu ordinati di entrare nei veicoli. C’era una cosa strana: alcuni membri del futuro governo facevano parte degli equipaggi. Quando ci avvicinammo alla strada che portava direttamente al palazzo, ci spararono, ma solo coi fucili, senza effetti sulla blindatura. Mentre procedevamo, il primo trasporto truppe corazzato entrò spalancando il cancello. 2 veicoli Shilka ci sostenevano. Erano tremende macchine da tiro, produssero un muro di fuoco. Sospetto che uno dei nostri APC fu colpito da fuoco amico mentre svoltava ed era in posizione di combattimento. Il comandante fu gravemente ferito. Così ordinai ai miei d’iniziare l’assalto. Saltammo tutti fuori. Coperti dagli APC, aprimmo il fuoco. I veicoli civili erano in fiamme nelle vicinanze, vicino all’ambasciata. Ci sparavano da tutte le finestre, insieme a granate. È difficile quando si era lontani dall’edificio, dai 20 ai 30 metri. Gli fu facile spararci contro. Ma quando ci avvicinammo ai muri, eravamo obiettivi difficili. Non dirò chi ci riuscì e chi fallì perché tutti ci riuscirono. Poi la battaglia è iniziata in ogni piano.

RT: Una volta dentro, dove andò?
OB: Tutti conoscevamo ogni stanza. Ogni gruppo aveva una sua missione. Non è che dovevamo precipitarci insieme per poi dispersi a caso. Niente affatto. Tutti conoscevano la nostra missione.

RT: Quale resistenza incontraste?
OB: Le guardie del palazzo erano ben addestrate e devote ad Amin. Per professionalità, non erano all’altezza. Sapevamo cosa stavamo facendo e avevamo protezione adeguata, che gli mancava. Avevamo giubbotti e caschi a prova di proiettile, non loro. E durante il combattimento vedemmo che il 30-40% di loro erano solo codardi, nascostisi nelle stanze. È vero, c’erano alcuni ragazzi coraggiosi che cercarono di ucciderci, anche se senza successo.

RT: Cosa successe dopo?
OB: L’operazione durò da 30-35 minuti. Intendo dall’inizio alla fine. Non siamo ninja o qualcosa del genere. Certo, cercammo di non essere colpiti. C’erano molte stanze al secondo piano e agimmo su tutte quelle che c’indicarono. Per prima cosa lanciai una granata, poi feci fuoco, nel caso qualcuno fosse ancora vivo. Pulita la stanza assicurandoci che non ci fosse nulla d’interessante, quindi procedemmo nell’altra stanza. Mentre avanzavamo, ci avvicinammo alla stanza di Amin. Uno dei nostri fu il primo a vederlo vestito con scarpe Adidas ne bar. Sapeva che non c’era via di fuga. L’ufficiale adempì al suo dovere, eliminando Amin. Perché il futuro governo era con noi? Dopo l’operazione, per provargli che Amin era morto, perché avevano paura di entrare nel palazzo, quattro nostri ufficiali portarono il corpo per mostrarglielo. Furono portate fuori anche quattordici donne del suo harem. Alcune feriti ricevettero il nostro aiuto medico. Quindi, mostrammo ai membri del nuovo governo il corpo. Successe qualcosa di inaspettato, beh, siamo slavi, loro musulmani, cominciarono a ballare intorno al corpo. Alfa trovò una cantina e bevve un po’ di champagne. Tuttavia, alcuni ragazzi in uniforme grigia si presentarono dicendo: “Non bevetelo, non bevetelo, è avvelenato”. Ma ci versammo un bicchiere di champagne e brindammo alla vittoria.

RT: Una volta terminata l’operazione, confrontò l’unità tra prima e dopo?
OB: Sfortunatamente, ci furono delle perdite. Anch’io fui ferito da un frammento. Il casco mi salvò la vita. Un frammento mi colpì la spalla sinistra. Il dottore che eseguì l’ intervento chirurgico a Tashkent mi disse: “Sei nato sotto una stella fortunata”. Il frammento colpì la scapola dall’alto uscendo dal corpo, e colpì l’armatura entrando di nuovo nel corpo vicino tra settima ed ottava costola dove si trova il cuore. L’altro frammento ce l’ho ancora. Una volta fui trattenuto in un aeroporto quando attivò l’allarme. L’80% dei nostri ufficiali furono feriti, alcuni gravemente, altri leggermente.

RT: Quale fu la reazione all’operazione dei suoi capi, della leadership? Si congratularono? I suoi sforzi furono riconosciuti?
OB: La cosa più importante era che eravamo vivi e avevamo compiuto la missione. Per quanto riguarda i premi e cose, dopo che tornammo a Tashkent, di solito non ne parlavo, ma vi dirò cosa dicevano i nostri leader. Il nostro comandante con tutto il cuore ci disse: “Siete stati premiati coll’Ordine di Lenin (l’ordine supremo in Unione Sovietica), o della Stella Rossa (per il grande valore). Siete tutti altamente apprezzati. Per noi era lo stesso. L’unica cosa di cui ci preoccupavamo era quando arrivammo in aereo a Tashkent, coi feriti. Fummo preoccupati, come successo in altre parti del mondo, anche Unione Sovietica e Germania ed altri Paesi, persone come noi sarebbero state estromesse. Qualunque cosa fosse il pretesto, non era niente quando un centinaio di persone cadeva, preservando la leggenda che fu il popolo afghano a fare tutto. Non c’era nessuno della nostra gente lì. Quando sorvolammo le montagne capimmo che avremmo vissuto, arrivati a Tashkent, quando iniziarono le cure mediche.

RT: Può dirmi cosa prova per tali eventi adesso, trent’anni dopo?
OB: Anche ora, come dice trent’anni dopo, celebriamo questo giorno e commemoriamo i nostri compagni. Permettetemi di darvi un semplice esempio. Come professionista, sei l’unico di una compagnia televisiva a filmare una storia unica e ad inviarla al caporedattore, che si tratti di incidente o qualsiasi altra cosa, è probabile che si venga ringraziati dall’editore e dall’azienda. E non interesserà l’aspetto morale di ciò che si fa. Allo stesso modo, su ciò che facemmo nel 1979, non abbiamo avuto rimpianti, intendo noi che agimmo da professionisti. Adempimmo alla missione dello Stato. Non eravamo noi a decidere. Abbiamo adempiuto la missione come qualsiasi altra forza speciale in qualsiasi Paese. Non fummo mai soli. Non riesco a valutare le autorità al potere in quel momento. Anch’io ero un membro del partito, Partito comunista. Possiamo dire se l’allora Segretario Generale del Partito Comunista Leonid Breznev governasse bene o no. La realtà si rivelò diversa, divenne evidente nel 1993. Perdemmo la Guerra Fredda contro gli statunitensi. Vinsero, e noi perdemmo. Non ho il diritto morale di condannare qualsiasi cosa fatta a Kabul. Ho ascoltato l’intervista di Putin, come valuta il ruolo di Stalin. Disse che non è appropriato valutarlo da un solo lato, dicendo che fu solo terrore. Stalin vinse la guerra. Le persone vinsero, ma lui vinse come leader. In soli due anni ripristinare l’intera economia del grande Paese, l’Unione Sovietica. Allo stesso modo, non posso valutare il comando dato in quel momento. Mentre il Comitato Centrale rifletteva sull’opportunità d’iniziare la guerra, non capivamo tutto ciò. I compiti furono decisi da due uomini, Breznev e Amin. Erano i leader di Stato. Non direi che fummo pedine. Eseguimmo la volontà dello Stato. Siamo professionisti. A nessuno fu affidato questo, se non a noi. E i nostri leader si affidarono a noi per risolvere la questione, e lo facemmo. Quindi, non ho rimpianti.

RT: Grazie mille.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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