L’invasione della Russia rivoluzionaria

Jacques R. Pauwels, Counterpunch 10 dicembre 2018

In Europa, la Prima guerra mondiale aveva portato a una situazione potenzialmente rivoluzionaria già nel 1917. Nei Paesi in cui le autorità continuavano a rappresentare l’élite tradizionale, esattamente come nel 1914, miravano a impedire la realizzazione di questa possibilità per mezzo di repressione, concessioni o entrambi. Ma nel caso della Russia, la rivoluzione non solo scoppiò, ma vinse e i bolscevichi iniziarono a lavorare alla costruzione della prima società socialista del mondo. Fu un esperimento per il quale le élite degli altri Paesi non provarono alcuna simpatia; al contrario, speravano ardentemente che finisse in un fiasco lugubre. (Fu anche un esperimento rivoluzionario che avrebbe deluso numerosi simpatizzanti perché l’utopia socialista non nacque da sé, come Athena dalla testa rivoluzionaria del Zeus russo). Nelle cerchie elitarie di Londra, Parigi e altrove, erano convinti dell’ineluttabilità del fallimento dell’esperimento audace dei bolscevichi ma, per esserne sicuri, fu deciso d’inviare truppe in Russia per sostenere i controrivoluzionari “bianchi” contro i “Rossi” bolscevichi in un conflitto che si sarebbe trasformato in una grande, lunga e sanguinosa guerra civile. Una prima ondata di truppe alleate arrivò in Russia nell’aprile 1918, quando soldati inglesi e giapponesi sbarcarono a Vladivostok. Stabilirono contatti c i “bianchi” già coinvolti in una guerra in piena regola contro i bolscevichi. In totale, solo gli inglesi mandarono 40000 uomini in Russia. In quella primavera del 1918, Churchill, allora ministro della guerra, mandò anche un corpo di spedizione a Murmansk, nel nord della Russia, per sostenere le truppe del generale “bianco” Kolchak, nella speranza che potesse aiutare a sostituire i governanti bolscevichi con un governo amico della Gran Bretagna. Altri Paesi inviarono contingenti più piccoli di soldati, tra cui Francia, Stati Uniti (15000 uomini), Giappone, Italia, Romania, Serbia e Grecia. In alcuni casi, le truppe alleate furono coinvolte nella lotta contro i tedeschi e gli ottomani alle frontiere della Russia, ma era chiaro che non erano venuti per questo ma per rovesciare il regime bolscevico e “strangolare il bambino bolscevico nella culla”, come diceva Churchill in modo così delicato. Gli inglesi, in particolare, speravano anche che la loro presenza potesse rendere possibile incassare alcuni pezzi interessanti del territorio dello Stato russo che sembrava andare in pezzi, proprio come l’impero ottomano. Ciò spiega perché un’unità inglese marciò dalla Mesopotamia alle rive del Mar Caspio, precisamente nelle regioni petrolifere di Baku, capitale dell’Azerbaijan. Come la Grande Guerra stessa, l’intervento alleato in Russia mirava a combattere la rivoluzione e a raggiungere obiettivi imperialisti.
In Russia, la guerra aveva generato non solo condizioni favorevoli ad una rivoluzione sociale, ma anche almeno in alcune parti di questo gigantesco Paese, a rivoluzioni nazionali di numerose minoranze etniche. Tali movimenti nazionali avevano già alzato la testa durante la guerra e generalmente appartenevano alla varietà del nazionalismo di destra, conservatore, razzista ed antisemita. L’élite politica e militare tedesca riconobbe stretti parenti ideologici in tali movimenti e potenziali alleati nella guerra contro la Russia. (Lenin e i bolscevichi, d’altro canto, erano considerati utili nella guerra contro la Russia, ma ideologicamente questi rivoluzionari erano antipodi del regime reazionario tedesco). I tedeschi non sostenevano i finlandesi, baltici, ucraini ed altri nazionalisti per simpatia ideologica, ma perché potevano essere usati per indebolire la Russia; lo fecero anche perché speravano di trarre Stati satelliti tedeschi dall’Europa orientale e settentrionale, preferibilmente monarchie con una “sovrano” rampollo di una famiglia nobile tedesca. Il trattato di Brest-Litovsk si dimostrò un’opportunità per creare vari Stati di tale tipo. Dall’11 luglio al 2 novembre 1918, l’aristocratico tedesco Wilhelm (II) Karl Florestan Gero Crescenzio, duca di Urach e conte di Wuerttemberg, poté essere re di Lituania col nome di Mindaugas II. Coll’armistizio dell’11 novembre 1918, la Germania fu condannata a sparire dalla scena nell’Europa orientale e settentrionale e ciò mise fine al sogno dell’egemonia tedesca. Tuttavia, l’articolo 12 dell’armistizio autorizzò le truppe tedesche a rimanere in Russia, nelle terre baltiche e altrove nell’Europa orientale fin quando gli alleati lo ritenessero necessario; in altre parole, finché restavano utili allo scopo di combattere i bolscevichi, precisamente ciò che facevano i tedeschi. Di fatto, i capi inglesi e francesi come Lloyd George e Foch consideravano la Russia rivoluzionaria come nemico più pericoloso della Germania. I movimenti nazionali di baltici, finnico, polacchi, ecc., furono ora totalmente coinvolti nella guerra civile russa, e gli alleati rimpiazzarono i tedeschi come loro sostenitori, anche militarmente, purché combattessero i “rossi”, piuttosto che i “bianchi”, come spesso facevano, dato che molti territori dell’Europa orientale, precedentemente parte dell’Impero zarista, erano rivendicati simultaneamente da “bianchi” russi, polacchi, lituani, ucraini e altri nazionalisti.
In tutti i Paesi che emersero dalle nuvole di polvere suscitate dal crollo dell’impero zarista, c’erano fondamentalmente due tipi di popoli. In primo luogo, operai, contadini e altri membri delle classi lavoratrici favorevoli a una rivoluzione sociale, che sostenevano i bolscevichi e disposti ad accontentarsi di una sorta di autonomia per la propria minoranza etnico-linguistica nel nuovo Stato multietnico, inevitabilmente dominato dalla componente russa, che prendeva il posto dell’ex-impero zarista e sarebbe stato conosciuto come Unione Sovietica. Secondo, la maggioranza, sebbene certamente non tutti, dei membri delle vecchie élites aristocratiche e borghesi e della piccola borghesia, erano contrari alla rivoluzione sociale e quindi detestavano e combattevano i bolscevichi e non volevano nulla di meno della totale indipendenza rispetto al nuovo Stato creato da questi ultimi. Il loro nazionalismo era il tipico nazionalismo del diciannovesimo secolo, di destra e conservatore, strettamente associato a un gruppo etnico, lingua, religione e passato apparentemente glorioso, per lo più mitizzato, che avrebbe dovuto rinascere grazie a una rivoluzione nazionale. Le guerre civili scoppiarono anche tra “bianchi” e “rossi” in Finlandia, Estonia, Ucraina e altrove. Se in molti casi i “bianchi” emersero vittoriosi e poterono stabilire Stati anti-bolscevichi e anti-russi, non fu solo perché i bolscevichi combatterono a lungo con la schiena al muro nel cuore della Russia, quindi poterono raramente sostenere i compagni “rossi” nel Baltico e altrove nella periferia dell’ex impero zarista, ma fu anche perché, prima i tedeschi e poi gli alleati, in particolare gli inglesi, intervennero manu militari per aiutare i “bianchi”. Alla fine del novembre 1918, per esempio, uno squadrone della Royal Navy, comandato dall’ammiraglio Edwyn Alexander-Sinclair (e più tardi dall’ammiraglio Walter Cowan) si presentò nel Mar Baltico per rifornire i “bianchi” estoni e lettoni con armi e aiutarli a combattere i connazionali “rossi” e le truppe bolsceviche. Gli inglesi affondarono un certo numero di navi della flotta russa e ne bloccarono il resto nella base di Kronstadt. Per quanto riguarda la Finlandia, già nella primavera 1918, le truppe tedesche aiutarono i “bianchi” locali a vincere permettendogli di proclamare l’indipendenza del loro Paese. Era chiaramente intenzione dei responsabili patrizi di Londra, Parigi, Washington, ecc., assicurare anche la vittoria dei “bianchi” a spese dei “rossi” nella guerra civile nella stessa Russia e quindi far abortire l’impresa bolscevica, grande esperimento su cui troppi inglesi, francesi, statunitensi ed altri plebei mostrarono interesse ed entusiasmo e che di conseguenza infastidirono i loro “superiori”. In una nota indirizzata a Clemenceau nella primavera del 1919, Lloyd George espresse preoccupazione che “l’intera Europa sia piena di spirito rivoluzionario”, e continuò dicendo che “c’è un profondo senso non solo di malcontento, ma di rabbia e rivolta, tra gli operai contro le condizioni di guerra… l’intero ordine esistente nei suoi aspetti politici, sociali ed economici è messo in discussione dalle masse opolari da un capo all’altro dell’Europa”.
L’intervento degli alleati in Russia fu controproducente, tuttavia, perché il sostegno estero screditò le forze controrivoluzionarie “bianche” agli occhi dei russi, che consideravano sempre più i bolscevichi autentici patrioti e quindi li sostennero. Per molti versi, la rivoluzione sociale dei bolscevichi fu al tempo stesso una rivoluzione nazionale russa, lotta per la sopravvivenza, l’indipendenza e la dignità della Madre Russia, prima contro i tedeschi e poi contro le truppe alleate che invasero il Paese da tutte le parti e si sono comportavano “come se fossero in Africa centrale”. (Vista da questa prospettiva, i bolscevichi assomigliano molto ai giacobini della Rivoluzione francese, che avevano combattuto simultaneamente per la rivoluzione e per la Francia.) Fu per questo motivo che i bolscevichi poterono trarre beneficio dal sostegno di un gran numero di nazionalisti borghesi e persino aristocratici, sostegno che probabilmente fu determinante per la vittoria nella guerra civile contro la combinazione di “bianchi” ed alleati. Anche il famoso Generale Brusilov, un nobile, sostenne i “rossi”. “La consapevolezza del mio dovere nei confronti della nazione russa”, spiegò, “mi ha fatto rifiutare l’obbedienza ai miei naturali istinti sociali”. In ogni caso, i “bianchi” non erano altro che “un microcosmo di classi dirigenti e governanti dell’ancient regime della Russia, ufficiali, proprietari terrieri, ecclesiastici, col minimo sostegno popolare”, secondo Arno Mayer. Erano anche corrotti, e gran parte dei soldi che gli alleati gli inviarono sparirono nelle loro tasche. Se l’intervento alleato in Russia, a volte promosso come “crociata contro il bolscevismo”, era destinato a fallire, fu anche perché fu fortemente osteggiato da innumerevoli soldati e civili in Gran Bretagna, Francia e altrove nell'”occidente”. Il loro slogan gu “Giù lem mani dalla Russia!” I soldati inglesi che non erano stati smobilitati dopo l’armistizio del novembre 1918 e che dovevano essere spediti in Russia, protestarono e organizzarono ammutinamenti; per esempio, nel gennaio 1919 a Dover, Calais e altri porti della Manica. In quello stesso mese, Glasgow fu colpita da una serie di scioperi i cui obiettivi includevano costringere il governo ad abbandonare la politica interventista in Russia. Nel marzo 1919, le truppe canadesi si ammutinarono in un campo a Ryl, nel Galles, causando la morte di cinque uomini e ventitré feriti; più tardi nel 1919, simili rivolte avvennero in altri campi dell’esercito. Questi problemi riflettevano certamente l’impazienza dei soldati di essere dimessi e tornare a casa, ma anche rivelarono che le truppe non potevano essere inviate a prestare servizio indefinito nella lontana Russia. In Francia, nel frattempo, gli scioperanti a Parigi chiesero a gran voce la fine dell’intervento armato in Russia, e le truppe che erano già in Russia chiarirono che non volevano combattere i bolscevichi, ma volevano tornare a casa. A febbraio, marzo e aprile 1919, ammutinamenti e diserzioni devastarono le truppe francesi di stanza nel porto di Odessa e le forze inglesi nel distretto settentrionale di Murmansk, e alcuni inglesi cambiarono anche lato raggiungendo i ranghi bolscevichi. “I soldati che erano sopravvissuti a Verdun e alla battaglia della Marna non volevano combattere nelle pianure della Russia”, fu l’acuta osservazione di un ufficiale francese. Nel contingente statunitense, numerosi uomini si automutilarono per rimpatriare. I soldati alleati simpatizzarono sempre più coi rivoluzionari russi; erano sempre più “contaminati” dal bolscevismo che avrebbero dovuto combattere. E così accadde che nella primavera 1919 francesi, inglesi, canadesi, statunitensi, italiani ed altre truppe straniere dovettero essere ingloriosamente ritirate dalla Russia.
Le élite occidentali si rivelarono incapaci di sconfiggere i bolscevichi attraverso l’intervento armato. Quindi cambiarono rotta e diedero un generoso sostegno politico e militare ai nuovi Stati emersi dai territori occidentali dell’ex-impero zarista, come Polonia e Paesi baltici. Questi nuovi stati erano senza eccezione prodotti di rivoluzioni nazionali, ispirati al nazionalismo reazionario, troppo spesso afflitto dall’antisemitismo e dominati dai resti delle vecchie élite, come grandi proprietari terrieri e generali aristocratici, chiese cristiane “nazionali” ed industriali. Tranne rare eccezioni come la Cecoslovacchia, non erano affatto democrazie, ma regimi autoritari, di solito guidati da un militare di nobili origini, per esempio Horthy in Ungheria, Mannerheim in Finlandia e Pilsudski in Polonia. L’esplicito anti-bolscevismo di tali nuovi Stati fu eguagliato solo dal loro sentimento anti-russo. Tuttavia, i bolscevichi riuscirono a recuperare alcuni territori alla periferia dell’ex-impero zarista, ad esempio l’Ucraina. Il risultato di questo confuso miscuglio di conflitti fu una specie di legame: i bolscevichi trionfarono in Russia e fino all’Ucraina, ma i nazionalisti anti-bolscevichi, anti-russi con grandi e reciprocamente contrastanti ambizioni territoriali prevalsero nelle aree più a ovest e nord, in particolare Polonia, Stati baltici e Finlandia. Fu un accordo che non soddisfaceva nessuno, ma alla fine fu accettato da tutti, anche se chiaramente solo “nel frattempo”. Un cordone sanitario composto da una serie di Stati ostili fu quindi eretto intorno alla Russia rivoluzionaria coll’aiuto delle potenze occidentali nella speranza che “isolasse il bolscevismo in Russia”, come scrisse Margaret MacMillan. Per il momento, fu tutto ciò che l’occidente poté fare, ma l’ambizione di porre fine all’esperimento rivoluzionario in Russia prima o poi rimase vivo a Londra, Parigi e Washington. Per molto tempo, i capi occidentali continuarono a sperare che la rivoluzione russa crollasse da sé, ma ciò non avvenne. Poi, negli anni ’30, sperarono che la Germania nazista si assumesse il compito di distruggere la rivoluzione nel suo covo, l’Unione Sovietica; questo è il motivo per cui permisero ad Hitler di rimilitarizzare la Germania e, attraverso l’infame “politica di pacificazione”, incoraggiarvelo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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