Perché Brezhnev non è più condannato per la guerra in Afghanistan

Pjotr Akopov, VZl, 21 novembre 2018 – Histoire et Societé

La Russia non ritiene più che l’entrata delle truppe in Afghanistan nel 1979 meriti una condanna politica e morale. La Duma di Stato è pronta ad adottare una dichiarazione che annulla il verbale che condanna la guerra in Afghanistan, data all’epoca dal parlamento sovietico. Ciò è necessario non solo per i veterani di questa guerra, ma anche per la nostra società. Tra meno di tre mesi celebreremo il trentesimo anniversario del ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan e, entro questo anniversario, la Russia esaminerà la valutazione ufficiale di questa guerra. La decisione è stata presa durante le udienze parlamentari tenutesi alla Duma di Stato. Un progetto di dichiarazione e risoluzione della Duma di Stato da adottare alla vigilia del trentesimo anniversario del completamento della campagna in Afghanistan, il 15 febbraio 2019, è stato approvato.
Perché è necessario non solo celebrare questo anniversario, ma anche annullare la decisione presa durante l’era sovietica? Perché dal dicembre 1989, quando la risoluzione fu approvata dal Congresso dei deputati del popolo dell’URSS di condanna dell’intervento in Afghanistan, non ci furono altre valutazioni ufficiali a livello ufficiale. E si scopre che a causa della naturale continuità della Russia coll’URSS, condividiamo ancora tale atteggiamento: “Il Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS aderisce alla valutazione politica data dal Comitato Supremo degli Affari Internazionali dell’URSS sulla decisione d’introdurre truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979, e ritiene che questa decisione meriti un condanna morale e politica”. La condanna politica e morale non è semplicemente un riconoscimento del fatto che ci sbagliammo: è una auto-flagellazione. A quel tempo, in piena perestrojka, la condanna dell ‘”avventura afghana” fu uno dei colpi più potenti, non solo contro il PCUS, ma anche all’Unione Sovietica. Il cliché della propaganda occidentale secondo cui “la guerra criminale in Afghanistan minò l’autorità dei leader sovietici, immobilizzò il Paese e fu la ragione principale del crollo dell’URSS”, negli anni ’90 fu sistematicamente instillato nel nostro popolo, dai riformatori dell’economia e della coscienza che ne fecero eco nel nostro Paese. Il che fa credere a molti che fu criminale, coloniale, crudele, ingiusto, insensato, cose che non fu sentita sulla guerra in Afghanistan, cosiddetta “Vietnam sovietico”.
Poi ci furono le due guerre cecene e l’atteggiamento nei confronti della guerra in Afghanistan cambiò gradualmente. Poi ci fu l’attacco statunitense all’Afghanistan, senza alcun motivo od invito da parte delle autorità del Paese. L’Afghanistan non attaccò gli Stati Uniti (anche se si ritiene che il saudita Usama bin Ladin, che si nascondeva nelle montagne locali, organizzò gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’accusa non giustificava invasione e occupazione di uno Stato indipendente) e la guerra civile attizzata a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti non fu una ragione sufficiente per intervenire al fianco di una delle fazioni. La presenza statunitense in Afghanistan dura da 17 anni, il doppio della nostra, ulteriormente modificando l’atteggiamento dei russi nei confronti di questa guerra. Cioè, se distinguevano semplicemente i veterani da una parte e l’aspetto politico della questione dall’altra, i ragazzi avevano solo eseguito gli ordini e combattuto con coraggio, ricevendo statale, risarcimento e rispetto, ma che la guerra fu un errore e una stupidità, ora iniziano a mettere in discussione le ragioni della decisione d’inviare truppe. Nel febbraio 2015, in occasione dell’anniversario del ritiro delle nostre truppe, Vladimir Putin presentò per la prima volta una nuova valutazione politica dello schieramento delle truppe durante un incontro con “veterani afghani”: “Ora che gli anni passano e si conoscono sempre più fatti, capiamo sempre di più quale fu la ragione e la causa dell’invio di truppe sovietiche in Afghanistan. Certo, c’erano molti errori, ma c’erano reali minacce che i leader sovietici cercavano di fermare in quel momento con l’introduzione di truppe in Afghanistan”. Questa laconica affermazione non va presa alla leggera. Perché ha messo fine alle fantasie su “Brezhnev e il Politburo che guidavano il Paese in un’avventura inutile e ingiustificata” o “I russi attaccano sempre tutti, sono aggressivi e dall’Afghanistan miravano l’Oceano Indiano”.
Sulle ragioni che portarono alla decisione eminentemente difficile d’intervenire in Afghanistan, ci sono già montagne di letteratura scientifica o no, anche dagli archivi declassificati del Politburo. Ed è chiaro che non può essere stata aggressività o avventurismo. C’erano reali timori che la guerra tra islamisti e comunisti in Afghanistan si sarebbe diffusa nell’Asia centrale (popolata dagli stessi gruppi etnici dell’Afghanistan settentrionale). C’era la rivalità geopolitica cogli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente (per loro lontano e per noi vicino, Iran e Afghanistan per noi sono come Canada o Messico per gli Stati Uniti). Ma non c’era alcuna violazione del diritto internazionale, fummo invitati dal governo legittimo (che a quel tempo controllava la stragrande maggioranza del Paese) o addirittura intenzioni d’espandere l’area di influenza dell’URSS (l’Afghanistan ne faceva parte da molti decenni). L’URSS non provocò i comunisti a Kabul, ma fu colpita dalle conseguenze della guerra civile, che non iniziò. Tuttavia, gli Stati Uniti crearono deliberatamente la trappola per l’URSS ancor prima dell’entrata delle nostre truppe. Poi, Zbigniew Brzezinski scrisse francamente su questo, ricordando l’invio di armi ai mujahidin in Pakistan nell’estate 1979: “Lo stesso giorno, scrissi al presidente un memorandum in cui spiegavo che, a mio parere, questo aiuto avrebbe portato a un intervento militare sovietico. Non abbiamo spinto i russi ad intervenire, ma abbiamo deliberatamente aumentato la probabilità che lo facessero”.
Il nostro giornale ha già fatto eco a tutto questo, così come alla lunga e difficile storia delle relazioni coll’Afghanistan, sottolineando che era giunto il momento di riconsiderare la condanna ufficiale delle ragioni dell’invio delle truppe. E ora questo momento è arrivato. Lo scorso aprile, Vladimir Putin approvava la proposta del Presidente del Comitato di difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, facendo il punto della guerra in Afghanistan prima del trentesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche sotto forma di decisioni parlamentari: “Sono d’accordo cogli ‘afghani’. Le celebrazioni devono aver luogo e le valutazioni vanno fatte. Sono completamente d’accordo con voi”. È chiaro che il prossimo febbraio Putin parlerà della guerra in Afghanistan e delle ragioni per l’introduzione delle truppe. Per ora, la Duma di Stato si prepara. All’udienza veniva approvata una bozza di dichiarazione e decisione, ribaltando la convinzione “morale e politica” espressa nel 1989. “Dobbiamo dichiarare inequivocabilmente che la Duma di Stato ritiene necessario riconoscere la condanna morale e politica della decisione d’introdurre truppe sovietiche in Afghanistan nel dicembre 1979, espressa nella risoluzione del Congresso dei Deputati del Popolo del Consiglio Supremo dell’URSS nel 1989, infondata storicamente… riconoscendo che tale condanna politica e morale è nulla”, affermava il deputato Nikolaj Kharitonov [KPRF], che aveva presentato il progetto. La bozza di dichiarazione afferma che la decisione d’introdurre truppe sovietiche in Afghanistan fu presa nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale e “in conformità col Trattato di amicizia, buon vicinato e cooperazione tra Unione Sovietica e Repubblica dell’Afghanistan, tenendo conto delle ripetute richieste dei leader afgani del tempo d’intervento sovietico diretto nel conflitto”. Inoltre, la dichiarazione rende “omaggio ai soldati sovietici”: “Ci inchiniamo ai loro coraggio, lealtà e patriottismo e, da parte nostra, faremo ogni sforzo per impedire il ripetersi dei tragici eventi di questo conflitto, e i veterani della guerra in Afghanistan riceveranno il meritato riconoscimento dallo Stato, così come misure di sostegno sociale necessarie”. Inoltre, i parlamentari desiderano sfidare il Ministero della Pubblica Istruzione proponendo la modifica dell’interpretazione degli eventi della guerra in Afghanistan nei libri di testo.
Questa riabilitazione della guerra in Afghanistan è necessaria non solo per i veterani “afghani”, ma anche per riguadagnare il rispetto per la nostra storia. La guerra non può essere “buona”, è sempre cattiva e terribile. Ma c’è una differenza tra guerre e aggressive, stupide o insensate e guerre sebbene non patriottiche, ma imposte. Certo, sarebbe stato meglio per tutti se non ci fosse stata alcuna guerra in Afghanistan, ma fu dovuta alla situazione in Afghanistan, allo scontro USA-URSS e alla situazione internazionale nell’insieme. Né politicamente né moralmente abbiamo ragione di pentirci: non abbiamo innaffiato l’Afghanistan col napalm e non abbiamo cercato di consolidare migliaia di chilometri di nostri confini per mantenere un dominio globale. Siamo persino riusciti a lasciare l’Afghanistan in modo tale che chi ci sosteneva restasse al potere, cosa che gli statunitensi non possono e non vogliono fare. Diversamente da noi, inoltre, non condannano nessuna delle loro guerre, né politicamente né moralmente, anche se la stragrande maggioranza di esse fu apertamente criminale e aggressiva. Non abbiamo bisogno di imitarli, abbiamo solo bisogno di conoscere e rispettare la nostra storia, senza sostituirne le pagine grevi con caricature disegnate da mani straniere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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