Le missioni lunari tra reperti fasulli e video scomparsi

Alessandro Lattanzio, 26 novembre 2018

Pietre lunari fasulle
Nell’agosto 2009, i curatori del Rijksmuseum di Amsterdam scoprivano che la “roccia lunare”, del valore stimato in 308000 sterline, regalata al primo ministro olandese Willem Drees dall’ambasciatore statunitense J. William Middendorf II, durante la visita degli astronauti dell’Apollo 11 nel 1969, si rivelava un falso, ovvero carbone pietrificato. Xandra van Gelder, che supervisionò le indagini, affermò “È una bella storia, con alcune domande ancora senza risposta. Possiamo riderne”. “È proprio una pietra piuttosto inutile”, disse invece Frank Beunk, geologo coinvolto nelle indagini. La roccia era stata assicurata per circa mezzo milione di dollari, ma il suo valore reale non supera i 70 dollari. I ricercatori della Libera Università di Amsterdam avevano messo in dubbio che la roccia provenisse dalla Luna iniziando numerosi test, che conclusero che la roccia era legno pietrificato. I funzionari dell’ambasciata statunitense non seppero spiegarlo.
La NASA avrebbe raccolto 270 rocce lunari, di cui una parte non sa ora dove sia; “La NASA ha consegnato i campioni al dipartimento di Stato per distribuirli”, affermava Jennifer Ross-Nazzal, storica della NASA, “Non abbiamo alcuna registrazione su quando e a chi sono state date le rocce”. “L’ufficio storico non tiene traccia di ciò che è stato delle rocce lunari e, per quanto ne so, non esiste un’ente che lo faccia”, scriveva Tiffany Hamelin, storica del dipartimento di Stato degli USA. La NASA conserverebbe 382 chilogrammi di pietre raccolte dalle missioni Apollo, avendo ceduto solo piccoli campioni ai ricercatori e prestando le rocce più grandi per le mostre. Gutheinz, investigatore statunitense, che lavorò per l’Ispettore Generale della NASA, affermava che diverse rocce lunari regalate sono scomparse, come le rocce raccolte dall’Apollo 17 e regalate a Malta, Spagna, Romania, Pakistan, Nicaragua e Afghanistan.

Filmati scomparsi
Le registrazioni originali dei primi umani sulla Luna furono cancellate e riutilizzate. Delle registrazioni video della missione dell’Apollo 11, che sarebbe allunato il 16 luglio 1969 con a bordo gli astronauti Neil Armstrong, comandante della missione e primo a scendere sulla Luna, e Buzz Aldrin, la NASA rilasciò nel 2009 dei video completamente digitalizzati del filmato originale dell’atterraggio, migliorandone le immagini sfocate e sgranate. Ma nel 2006 la NASA ammise che non poteva ritrovare le registrazioni video originali dello sbarco del 20 luglio 1969. Richard Nafzger, ingegnere del Goddard Space Flight Center della NASA, che supervisionava l’elaborazione televisiva della missione Apollo 11 nel 1969, li cercò scoprendo che i nastri furono smagnetizzati, cancellandone i filmati, e riutilizzati. “L’obiettivo era la diretta TV”, disse Nafzger in una conferenza stampa, “Avremmo dovuto avere uno storico che dicesse ‘non m’importa se li userete mai, li terremo’”. Trovò solo delle copie negli archivi della CBS e alcune registrazioni, chiamate kinescopi, nei caveau del Johnson Space Center.
Il 20 luglio 1969, i filmati dell’Apollo 11 non furono trasmessi elettronicamente, nel formato televisivo standard statunitense NTSC; l’Apollo 11 non trasmetteva immagini televisive. I filmati furono girati su pellicola SSTV, e trasmessi ai centri di rilevamento della NASA in Australia e California, e quindi ritrasmessi via telemetria a Houston, dove venivano convertiti in video da trasmettere sui televisori degli USA. Sono i filmati su pellicola ad essere scomparsi. Originariamente, la NASA disse che i nastri erano al Goddard Space Flight Center, da cui fu tratta una breve sequenza su pellicola da due pollici, ma quando venne riprodotta, lo schermo ronzava e non riproduceva immagini. Nel 2009 fu ammesso pubblicamente che i nastri originali erano stati cancellati, “per risparmiare denaro”, tra gli anni ’70 e ’80.
Nel 2015, in una casa di Pittsburgh furono trovati dei vecchi computer della NASA contenenti 325 nastri magnetici, datati dal 1967 al 1974, simili a quelli utilizzati durante la missione dell’Apollo 11. Tuttavia, la NASA distrusse subito tali computer e parte dei nastri poiché “erano troppo difficili da convertire e recuperare”. I computer IBM erano di un ingegnere che aveva lavorato per la NASA negli anni ’60 e ’70 e che quando morì, li lasciò in eredità a un commerciante di rottami, a fine 2015. Gli IBM recavano i contrassegni del Centro del volo spaziale Goddard della NASA e del Jet Propulsion Laboratory. Poco prima del Natale 2015, il commerciante di rottami contattò la NASA per restituire il materiale, una volta appartenente all’IBM Allegheny Center di Pittsburgh. Lo staff della NASA che ispezionò i computer, disse alla famiglia dell’ingegnere deceduto che doveva rimuovere i computer perché “non avevano alcuna utilità”. Uno dei computer, così pesante da richiedere l’impiego di una gru per spostarlo dal seminterrato, recava l’etichetta col numero di contratto NAS 5-2154, di cui non esiste alcuna registrazione presso gli uffici del governo degli Stati Uniti.

Il programma ALSEP
Il geofisico della Texas Tech University Niichi Nagihara, studiava gli archivi del geologo Marcus Langseth, deceduto nel 1997. Tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, Langseth fu incaricato di un programma per studiare il calore della Luna, nell’ambito dell’Apollo Lunar Surface Experiments Package (ALSEP). Nagihara sperava di riutilizzare i dati raccolti da Langseth, ma scoprì che almeno metà dei dati del programma ALSEP erano scomparsi dal 1977, quando il programma fu ufficialmente abbandonato. Nagihara affermava che i dati geosifici della Luna raccolti nell’ambito di quel programma, “Finora sono l’unico set di dati che abbiamo”. Le 14 apparecchiature che monitoravano l’atmosfera e la geofisica della Luna, operavano dai cinque siti di allunaggio, ma già nel 1974 la NASA iniziò a smantellare la rete di scienziati e ingegneri dell’ALSEP, e nel 1977 chiuse le stazioni radio che ricevevano i dati raccolti dagli strumenti lunari. Dopo la conclusione del programma, la gran parte dei dati andò persa. La maggior parte dei dati ALSEP sopravvissuti proviene da singoli ricercatori che elaborarono i dati grezzi per la NASA. Tuttavia, la documentazione fino al 1974 è quasi introvabile. Inoltre, le copie di backup dei dati, raccolte dalla NASA, non riescono ad essere trovate dagli scienziati. La NASA dice di averle inviate agli Archivi Nazionali, ma poi se li riprese nel 1980, e da allora sono scomparse. Yosio Nakamura, geofisico dell’Università del Texas che lavorò agli esperimenti dell’ALSEP e che salvò i dati raccolti nel 1974, sospettava che la NASA avesse cancellato i nastri. “Durante la missione, tutto ciò che avevamo era un grande computer con 24 kilobyte di memoria, una frazione di quello che avete sul vostro cellulare”, disse Nakamura. Renee Weber, scienziato planetario del Marshall Space Flight Center della NASA, riteneva i dati dell’ALSEP “inestimabili”. Degli altri esperimenti dell’ALSEP nessuno sa cosa successe, e gli sforzi di Nagihara e di un’altra ventina di scienziati che formarono l’ALSEP Data Recovery Focus Group nel 2010, portarono al recupero di 450 nastri relativi ai dati raccolti nella primavera 1975, ma per almeno altri 4550 nastri archiviati si sono perse le tracce.

Fonti:
ABC
Daily Mail
Discover Magazine
Phys
Reuters
The Telegraph
The Vintage News

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