Brexit in ritirata

Finian Cunningham SCF 20.11.2018

Quando i capi europei si incontreranno questo fine settimana, dovranno sostenere il pacchetto sul ritiro della Brexit proposto dalla prima ministra inglese Theresa May. Per prima cosa, gli altri 27 membri della UE senza dubbio vogliono evitare la debilitante debacle dell’uscita della Gran Bretagna dal blocco, che perdura da quasi due anni e mezzo da quando il Paese votava lo storico referendum per lasciare l’unione. La prossima mossa sarà May che porterà il pacchetto Brexit al parlamento inglese per il voto, probabilmente all’inizio del prossimo mese. Nonostante il trambusto della settimana scorsa dal suo partito conservatore e da vari partiti di opposizione che tracciano la proposta della roadmap sulla Brexit, la prima ministra punta a convincere i legislatori a votarlo. Dovrà affidarsi ai legislatori dell’opposizione, in primo luogo del partito laburista, che si uniscono ai conservatori per approvare la sua proposta di Brexit. Questo perché ci si aspetta che circa 50 parlamentari tra i banchi conservatori favorevoli a una Brexit dura voteranno contro il suo piano di ritiro. Considerano la proposta una cessione dalla Brexit perché prevede un periodo di transizione di due anni durante cui la Gran Bretagna sarà ancora parte integrante dell’UE aderendo al mercato unico. I brexiteer duri sognano che la Gran Bretagna ancora una volta diventi una nazione di bucanieri liberoscambisti, proprio come immaginano fosse durante il periodo di massimo splendore dell’Impero inglese più di un secolo fa. Tale nostalgia appare delirante e fatale.
In un acceso dibattito alla House of Commons di tre ore la scorsa settimana, durante cui May fu criticata da tutti, è evidente che difficilmente la sua proposta sulla Brexit passerà al voto parlamentare. Ma ciò su cui si affida è un’alternativa sarebbe così catastrofica che, alla fine, i parlamentari lo voteranno. Se il pacchetto Brexit di May non viene votato, allora l’alternativa è che la Gran Bretagna si staccherà nell’Unione europea il 29 marzo 2019, tra quattro mesi, senza accordi commerciali col blocco. A parte una minoranza di duri brexiteer, la maggior parte degli inglesi teme un tuffo sulla scogliera. Il caos per economia e società sarebbe tumultuoso. Quasi il 50 per cento delle esportazioni ed importazioni della Gran Bretagna riguarda l’UE. Se il Paese si staccasse improvvisamente dal blocco ci sarebbe il caos coll’imposizione dei controlli di frontiera all’improvviso. Il centro finanziario di Londra finirebbe in Europa senza troppi complimenti. Quindi May sembra contare sulla paura, l’equivalente del ciondolare di qualcuno su un precipizio e chiedere di essere tratto indietro. La maggioranza dei legislatori potrebbe non gradire la proposta di May, ma lo scenario della fine anomala sarebbe troppo da sopportare. Così lo voteranno e quindi lei ci scommette.
I capi europei affermavano che non c’è possibilità di ulteriori negoziati. In effetti, dicono che il pacchetto di May è l’unico sul tavolo. Da parte loro, o torna all’accordo o si getti pure sulla scogliera. Si può capire la frustrazione dell’UE. Il Brexit inglese ha consumato gran parte dell’energia politica del blocco e scosso incautamente la barca di Bruxelles. L’Unione europea vuol far sì che la debacle inglese si concluda il prima possibile. Se May non farà in modo che il parlamento inglese sostenga il suo piano, allora i brexiteer nel suo partito probabilmente faranno scattare la loro trappola per eliminarla. Già era turbata dalle dimissioni di diversi ministri del suo gabinetto. I brexiteer duri come l’ex-ministro degli Esteri Boris Johnson affilano i coltelli. Johnson condannava la settimana scorsa la proposta di May come “rendere la Gran Bretagna colonia dell’UE”. L’ammutinamento nel partito conservatore contro May sembra essersi attenuato questa settimana, almeno per ora. Il voto di fiducia anticipato sulla sua leadership non si è materializzato. I suoi nemici nel partito probabilmente aspettano e sperano in una sconfitta parlamentare del suo piano nelle prossime settimane quando scateneranno la loro offensiva per cacciarla dal 10 Downing Street. Boris Johnson, pasticcione ma popolare, viene presentato come primo ministro successore. Ma non è una soluzione ai problemi politici inglesi. I brexiteer potrebbero rallegrarsi del fatto che Johnson abbia le chiavi del 10 Downing Street, ma il resto del Paese ne sarebbe in subbuglio. A questo punto, sembra che ciò che May offre sia probabilmente il modo più pragmatico per far avanzare la Brexit. Qualcuno come Johnson sostituendola passerebbe all’opzione schianto sullo scogliera. E mentre il pubblico e molti legislatori inglesi non supportano l’offerta di May, sanno che è l’opzione meno dannosa. Certamente, c’è teoricamente un’altra opzione. Cioè, la Gran Bretagna rinuncia alla Brexit restando nell’UE. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk la scorsa settimana ribadiva l’invito alla Gran Bretagna a cambiare idea e ad abbracciare nuovamente l’adesione.
I sostenitori in Gran Bretagna di un secondo referendum dicono che se la gente avesse previsto il caos della Brexit quando la votò nel giugno 2016, avrebbero optato per rimanere nell’UE. Tuttavia, Theresa May ha ripetutamente affermato che “Brexit significa Brexit” e che non ci sarà un secondo referendum sulla questione. Certo, decidere un voto così ripetitivo sarebbe politicamente esplosivo. I fautori della Brexit lo denunciano come una violazione del mandato popolare democratico. Potrebbe anche esserci il pericolo che scoppino violenze civili, come l’estrema polarizzazione politica nella Gran Bretagna verso la Brexit. Sembra che non ci siano buone opzioni per la Gran Bretagna. Si è in una situazione di stallo e dopo più di due anni dallo storico referendum per uscire dal blocco, dopo 43 anni di appartenenza, la crisi politica in Gran Bretagna sembra crescere, non diminuire. L’impasse sulla Brexit è destinata a continuare causando costi all’economia inglese per la vorticosa incertezza. La Gran Bretagna è sul limite di una scogliera. Ma l’altra direzione non è migliore. Facendo un passo indietro, il Paese affronta il pantano delle lotte intestine politiche e dell’inerzia perdente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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