Lo Yemen avrà l’ultima parola

Nasir Qandil, Reseau International 11 novembre 2018

Negli ultimi dieci giorni, il discorso sul cessate il fuoco degli Stati Uniti nello Yemen, che entrerà in vigore entro la fine del mese, avveniva in concomitanza col piano militare sviluppato da essi, fornendo agli eserciti saudita ed emiratini tutte le risorse logistiche e d’intelligence necessarie per controllare la città e il porto di Hudayda, traccia principale che giustifica negoziati da posizioni di forza. In questi dieci giorni, migliaia di tonnellate di bombe sono piovute su Hudayda e dintorni, distruggendo edifici e ponti, uccidendo centinaia di inermi, bruciando depositi di viveri e di carburante… gli eserciti d’élite sauditi ed emiratini avanzavano su diversi assi facendo progressi seri. La leadership della coalizione dell’aggressione allo Yemen iniziò a celebrare la vittoria. Dal punto di vista strategico, la decisione di controllare lo Yemen non è altro che un’utopia e, nel piano di guerra USA-Arabia Saudita, i negoziati è chiaramente il massimo concesso. Dal punto di vista politico internazionale e regionale, e in previsione del futuro ruolo attribuito all’Arabia Saudita data la perdita della scommessa sull’accordo del secolo, in assenza del partner palestinese, non c’è alcuna speranza di continuare la guerra nello Yemen. Questo passo è l’ultimo e, alla fine, i progressi vanno delimitati prima dei negoziati. Il peso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sarà proporzionale ai successi o sconfitte, specialmente nella correlazione organica tra continuazione delle sanzioni all’Iran e la capacità dell’Arabia Saudita di essere pietra angolare dell’istituzione di un solido equilibrio dei Paesi del Golfo verso l’Iran. Tale contrappeso costituisce una delle basi della politica delle sanzioni, dopo che la scommessa sul ruolo militare israeliano contro l’Iran in Siria è svanita, e con essa la posta in gioco sull’accordo del secolo e l’alleanza israelo-saudita contro l’Iran col pretesto della pace in Palestina.
I leader yemeniti sono consapevoli di tutto ciò e, pertanto agiscono sulla premessa che questo passo sarà decisivo per le equazioni regionali, in particolare sul futuro ruolo dell’Arabia Saudita e dei suoi limiti ed equilibri che regoleranno i negoziati sul futuro dello Yemen. I leader yemeniti comprendono anche l’importanza della costa occidentale in tale equazione al cui centro si trova la città di Hudyda col suo porto, poiché conoscono la portata delle capacità mobilitate per questa battaglia decisiva e per i piani di sterminio e distruzione. Ecco perché reagivano all’evoluzione degli eventi con compostezza e valore. Fin dall’inizio, misero in dubbio la sincerità del discorso statunitense sul fermare la guerra e imporre le condizioni per togliere il blocco. I leader yemeniti hanno ridistribuito le truppe e modificato le posizioni per limitare le perdite nei primi giorni di assalto militare sulla costa occidentale, ma prepararono i piani per tendere imboscate e trappole r contrattaccando dopo. Non è la prima volta che gli yemeniti subiscono scontri ad Hudayda, anche se i precedenti furono una mera esercitazione rispetto la ferocia attuale, ma era anche un’esercitazione degli yemeniti nell’affinare l’efficacia delle loro tattiche e manovre militari. Due giorni prima, dopo che l’attacco saudita-emiratine raggiunse il culmine ed iniziava l’avanzata a terra, le imboscate yemenite apparvero, con trappole che attiravano i nemici verso punti di annientamento; i morti tra gli aggressori cominciavano a contarsi a centinaia, le ritirate degli aggressori si moltiplicarono da un asse all’altro, per sfuggire alla morte… E in pochi giorni, come nell’ultima volta, il contrattacco impose nuove equazioni
Gli yemeniti tracciarono i loro piani nei tempi annunciati dal segretario alla Difesa nordamericano James Mattis, indicando questo mese quello deciso per fermare la guerra secondo i risultati raggiunti e non in base ai risultati che speravano di raccogliere i suoi alleati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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