Bolsonaro è l’ultimo alleato degli israeliani

Jonathan Cook, Dissident Voice 4 novembre 2018

La vittoria di Jair Bolsonaro nelle elezioni presidenziali brasiliane della scorsa settimana portava Israele ad appassionarsi del nuovo amico internazionale. La quinta nazione più popolosa del mondo sarà ora “colorata in blu e bianco”, affermava un funzionario israeliano, riferendosi ai colori della bandiera d’Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu immediatamente si congratulò con Bolsonaro, ex-ufficiale con spiccata nostalgia per la dittatura militare del suo Paese. I critici lo descrivono come neofascista. Secondo i media israeliani, è “altamente probabile” che Netanyahu parteciperà alla nomina di Bolsonaro il 1° gennaio. Il presidente eletto brasiliano ha già promesso che il suo Paese sarà il terzo a ricollocare l’ambasciata a Gerusalemme, dopo Stati Uniti e Guatemala. Ciò minerà ulteriormente le speranze palestinesi per un eventuale Stato con Gerusalemme Est come capitale. Bolsonaro aveva detto ad Israele che può contare sul voto del Brasile alle Nazioni Unite e minacciava di chiudere l’ambasciata palestinese a Brasilia. Si potrebbe immaginare che Netanyahu sia semplicemente pragmatico nel confidare in Bolsonaro, data l’importanza del Brasile. Ma ciò significherebbe ignorare una tendenza inequivocabile: Israele gradisce la comparsa di capi di estrema destra nelle Americhe ed Europa, spesso con orrore delle comunità ebraiche locali.
Bolsonaro divide i 100000 ebrei brasiliani. Alcuni sono colpiti dalla frequente comparsa di bandiere israeliane durante i suoi raduni e dall posizione anti-palestinese. Ma altri sottolineano che esprime regolarmente ostilità verso le minoranze. Sospettano che Bolsonaro brami l’esperienza militare israeliana e il voto di decine di milioni di cristiani fondamentalisti in Brasile, che vedono Israele come centro delle loro credenze apocalittiche e in molti casi antisemite. Non che questo preoccupi Netanyahu. Era impegnato in un simile bromanzo con Viktor Orban, il primo ministro ultranazionalista dell’Ungheria, che vela a mala pena il suo fastidio per gli ebrei e elogia Miklos Horthy, il capo ungherese che collaborò coi nazisti. Netanyahu aveva anche corteggiato il primo ministro polacco di estrema destra Mateusz Morawiecki, anche se quest’ultimo alimenta il revisionismo sull’Olocausto con la legislazione che vieta le critiche alla Polonia per il coinvolgimento sui campi di sterminio nazisti. Milioni di ebrei furono sterminati in tali campi. Israele coltiva alleanze con altri ultra-nazionalisti, dentro e fuori dal potere, in Repubblica Ceca, Italia, Svizzera, Germania e Austria. La conclusione delle comunità ebraiche all’estero è che il loro benessere, ed anche sicurezza, sia ora una priorità molto più bassa rispetto al rafforzamento dell’influenza diplomatica d’Israele. Questo fu illustrato in modo netto la settimana scorsa subito dopo il massacro nella sinagoga di Pittsburgh il 27 ottobre. Robert Bowers uccise 11 fedeli nel peggior attacco antisemita della storia degli Stati Uniti. Le comunità ebraiche collegano il risveglio del movimento nazionalista bianco a cui Bowers apparteneva alla retorica ostile dell’amministrazione Trump nei confronti di immigrati e minoranze etniche. A Pittsburgh, un’enorme folla protestò mentre Trump fece le condoglianze alla sinagoga Tree of Life, issando striscioni con slogan come: “Presidente Odio, lascia il nostro Stato”.
Altrettanto difficile da ignorare è che i capi israeliani, mentre denunciano regolarmente esponenti della sinistra americana ed europea come antisemiti per aver criticato Israele per gli abusi ai palestinesi, rimasero in silenzio sulle dichiarazioni infiammanti di Trump. Chemi Shalev, commentatore del quotidiano israeliano Haaretz, notava l’inquietante impressione creata da Ron Dermer, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, che scortava Trump a Pittsburgh. Dermer sembrava una “guardia del corpo”, proteggendo il presidente dai manifestanti ebrei locali, osservò Shalev. Nel frattempo, il sordido ministro degli affari della diaspora Naftali Bennett, capo del più grande partito dei coloni israeliani, la Casa ebraica, sfruttava il dolore della comunità locale per il massacro di Pittsburgh a vantaggio d’Israele. Durante la commemorazione ufficiale, confrontava i proiettili di Bowers con i razzi lanciati dai palestinesi, descrivendo entrambi come esempi di antisemitismo. In un post online prima dell’attacco, Bowers individuò la sinagoga per il ruolo di primo piano nell’aiutare i rifugiati ad ottenere asilo negli Stati Uniti. Trump mutava rapidamente l’immigrazione in priorità della “sicurezza nazionale”. La scorsa settimana, inviava migliaia di truppe statunitensi al confine col Messico per fermare ciò che definiva una “invasione” dei rifugiati provenienti dall’America centrale. Attingendo alla storia delle proprie famiglie fuggite dalle persecuzioni, ebrei liberali come quelli della sinagoga di Pittsburgh ritengono che sia imperativo morale aiutare i rifugiati a sfuggire ad oppressione e conflitti. Quel messaggio è strenuamente respinto non solo da Trump, ma dal governo israeliano.
In una mossa che Trump spera di replicare al confine col Messico, Israele costruiva un muro lungo 250 km al confine con l’Egitto per bloccare il percorso dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa devastata dalla guerra. Il governo di Netanyahu aveva anche aggirato diritto internazionale e sentenze della corte israeliana per incarcerare e poi deportare i rifugiati in Africa, nonostante le prove che corrono gravi pericoli. Bennett definiva i rifugiati “piaga degli infiltrati illegali”, mentre il ministro della cultura Miri Regev li etichettava come “tumori”. I sondaggi suggeriscono che più della metà degli ebrei israeliani è d’accordo. Separatamente, la legge dello Stato nazionale d’Israele, approvata in estate, conferisce peso costituzionale all’idea che Israele sia esclusivamente ebraico, privando un quinto della popolazione, cittadini palestinesi, dei diritti più elementari. Più in generale, Israele vede i palestinesi con un unico prisma: minaccia demografica al piano ebraico del Grande Israele che Netanyahu porta avanti. In breve, i capi israeliani non solo placa la nuova ondata di capi bianco-nazionalisti e neofascisti. Me ha una profonda solidarietà ideologica. Per la prima volta, le comunità ebraiche all’estero affrontano un preoccupante dilemma. Vogliono davvero aderire al nazionalismo ebraico d’Israele che riecheggia decisamente le pessime retorica e politiche che li minacciano a casa?

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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