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Brasile: imperialismo USA e ascesa di Bolsonaro

Marcelo Zero, Eyes on Latinamerica 27 ottobre 2018

La caduta della democrazia egualitaria e sovrana brasiliana
Nel momento in cui scrivo questo articolo (ottobre 2018), il Brasile sta per eleggere Jair Bolsonaro presidente della Repubblica. È un ex-ufficiale e un politico apertamente fascista, omofobico, misogino e razzista. Intellettualmente molto limitato e con una carriera politica assolutamente mediocre, Bolsonaro ha già dichiarato pubblicamente che “la democrazia è buona a nulla” e che l’unico modo per risolvere i problemi del Brasile è con una nuova dittatura che uccida almeno 30000 persone. Il suo idolo è il grande torturatore della dittatura militare brasiliana, il colonnello Brilhante Ustra, che era solito inserire ratti nelle vagine delle prigioniere. Oltre a questo, ha l’abitudine di dire che l’omosessualità è il risultato della mancanza di punizione fisica per i bambini e che le donne dovrebbero guadagnare meno degli uomini. Una volta disse a una deputata di sinistra che “non meritava” di essere violentata perché brutta. Il suo candidato vicepresidente, il generale Mourao, fa dichiarazioni simili. Disse in pubblico che il Brasile, purtroppo, ha ereditato la “disonestà” della razza nera e la “pigrizia” degli indiani. No, queste dichiarazioni non sono notizie false. Tutto è registrato su video. Sfortunatamente è tutto vero. Questa debacle democratica si ha nella peggiore crisi politica, istituzionale ed economica della storia brasiliana. La Presidentessa Dilma Rousseff, riconosciuta, anche dai peggiori nemici come politica serio ed onesta, è stata deposta con un aperto colpo di Stato mediatico e parlamentare, basato su rivendicazioni a posteriori di condotta illecita. Dato che non c’era alcun crimine, fu ideato dall’immaginazione golpista. Un Congresso a maggioranza ultra-conservatrice e corrotto fu incoraggiato a ratificare le accuse come vere. Fu sostituita da politici corrotti e profondamente conservatori come Michel Temer, che approfittava del colpo di Stato per attuare l’agenda economica ortodossa e socialmente regressiva respinta dalle elezioni del 2014. Questo colpo di Stato ha notevolmente aggravato la crisi economica iniziata nel 2015, l’aumento della disoccupazione che ora colpisce 13 milioni di brasiliani e la sottoccupazione, che colpisce 24 milioni di persone. Il Brasile torna sulla mappa mondiale della fame delle Nazioni Unite, l’estrema povertà è tornata e la classe lavoratrice è duramente colpita dalle riforme del lavoro che hanno rimosso vari diritti storici. Il peggio, tuttavia, è il danno alla democrazia. Il colpo di Stato ha creato uno stato di eccezione che, tra le altre cose, ha imprigionato l’ex-Presidente Lula con una falsa condanna e alcuna prova concreta. Il “giudizio” aveva solo lo scopo di rimuoverlo dalle elezioni. Secondo tutti i sondaggi, Lula era il preferito e avrebbe battuto Bolsonaro con un ampio margine se gli fosse stato permesso di concorrere. È importante notare che il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite decideva, per due volte, che Lula aveva il diritto di candidarsi. Tuttavia il governo golpista semplicemente ha ignorato la decisione dell’ONU legalmente vincolante. Inoltre, i casi di violenza contro gay, neri, donne e attivisti di sinistra sono diventati comuni nelle strade del Brasile. Marielle Franco, femminista, attivista di sinistra e leader di comunità, fu barbaramente assassinata. Ad oggi, i colpevoli non sono stati trovati. A Bahia, un importante leader culturale, Moa de Katendê, nero come Marielle, fu assassinato dopo aver dichiarato di aver votato per il PT.
La situazione in Brasile oggi è in netto contrasto col Brasile di Lula, quando il Paese si sviluppava eliminando povertà, distribuendo reddito, con la democrazia e il protagonismo sulla scena internazionale. Per capire la caduta abissale del Brasile bisogna capire le debolezze strutturali della democrazia brasiliana, il padrone schiavo, il DNA esclusivo della sua struttura sociale e il ruolo che il Paese svolge nel conflitto geopolitico mondiale. Nella post-dittatura militare brasiliana, le controversie generalmente coinvolsero forze di sinistra e centro sinistra contro forze del centro destra e della destra gareggiando per il voto del centro politico e degli indecisi. C’era una specie di patto implicito con cui tutte le forze politiche competenti riconoscevano la democrazia come valore universale indispensabile per far progredire lo sviluppo nazionale. Anche cogli evidenti limiti strutturali della democrazia brasiliana, che negavano alla maggioranza della popolazione diritti politici e sociali fondamentali, c’era una disposizione praticamente consensuale ad approfondirli e consolidarli, un sentimento naturale in un Paese appena uscito da decenni di dominio militare. Tuttavia, questo patto, incarnato nella Costituzione del 1988, era rispettato nei suoi aspetti fondamentali, quando la sinistra era una minoranza controllabile utile come elemento legittimante di una democrazia ancora in costruzione. I partiti di sinistra composero un’opposizione tollerata incapace di contestare davvero il potere. In questo modo, contrariamente a quanto accaduto in Europa, ad esempio, la “stabilità” democratica brasiliana si basava su uno squilibrio strutturale del potere politico e sull’assenza di ogni reale alternanza di potere. Evidentemente, questo scenario cambiò coll’arrivo del PT al potere nelle elezioni del 2002. Molti credevano che la democrazia brasiliana fosse maturata abbastanza da gestire un governo moderato di centro-sinistra che si dedicasse alla promozione dell’inclusione sociale e all’eliminazione della povertà e dell’ineguaglianza. Per un breve momento storico, sembrò che emulassimo, mutatis mutandis, le esperienze riuscite della socialdemocrazia europea classica. La nostra democrazia sembrava essere capace di trattare e negoziare sui conflitti distributivi insiti nelle economie capitaliste. Nonostante molta resistenza e pregiudizi, i governi di Lula e Dilma riuscirono per un certo tempo a promuovere l’inclusione sociale di vasti segmenti della popolazione e ridurre sostanzialmente povertà ed ineguaglianza, in un contesto di forte opposizione ma relativa stabilità democratica. Tuttavia, questo quadro cambiò improvvisamente e drasticamente quando la crisi economica, unita alle pressioni delle politiche distributive sui profitti, iniziò a influenzare gli interessi delle grandi imprese, in particolare del grande capitale finanziario e dei settori politici alleati. In un lampo, l’illusione di far maturare la democrazia brasiliana fu gettata nel fango con golpe delle banane. Lo storico squilibrio strutturale tra le forze politiche ai lati opposti dello spettro politico fu ristabilito con la forza, contro 54,5 milioni di voti. Ruppe l’alternanza democratica tra le forze politiche e il patto incarnato nella Costituzione del 1988.
Non è un segreto per nessuno che ci sia una crisi generale nelle democrazie e nei sistemi di rappresentanza politica, fortemente danneggiata dalla disuguaglianza causata dalle politiche neoliberali. Come Piketty chiarisce, l’accumulazione capitalista del 21° secolo sembra sempre meno compatibile con la democrazia. Tuttavia, in Brasile esiste un serio fattore aggravante. Al contrario di ciò che accade ad esempio in Europa, qui la destra e il centrodestra tradizionale hanno alimentato le fiamme del fascismo e scommesso tutto su una frattura della democrazia. Le nostre oligarchie economiche e politiche hanno rotto con la democrazia. Hanno rotto con la democrazia e con la sovranità popolare. Hanno gonfiato le forze più arretrate del Brasile per attuare un colpo di Stato contro una presidentessa onesta e mettere al potere ciò che veniva chiamata la “classe sanguinaria”, una banda di politici corrotti, per lo più ricchi e bianchi. Inoltre si impegnarono pesantemente nell’arresto di Lula, che si trovava nella posizione migliore per opporsi al fascismo in ascesa. I sostenitori del colpo di Stato scesero n piazza insieme a Bolsonaro e ad altri gruppi proto-fascisti che chiedevano l’intervento militare. Condannarono democrazia e politica ingenerale. Avevano programmato di “distruggere il PT” ma deposero l’uovo del serpente che avrebbe iniettato veleno mortale in tutte le istituzioni democratiche. Il governo di Temer è divenuto la Repubblica di Weimar brasiliana. Le forze tradizionali della destra brasiliana hanno perso il controllo sul processo politico. I partiti tradizionali del centro e della destra sono stati spazzati via e la destra estremista e fascista ha assunto l’egemonia politica e ideologica del piano golpista. Col sostegno delle forze armate, di buona parte della magistratura e di vasti settori del capitale nazionale e straniero, Bolsonaro è diventato ciò che completa e approfondisce l’agenda ultraneoliberale del colpo di Stato del 2016. Perciò, non esiterà a usare la forza e a perseguitare e reprimere ogni tipo di “attivismo politico”. Questo è scritto nel suo programma di governo. Dalla sua forma attuale da semi-democrazia e stato d’eccezione, il Brasile dovrebbe scivolare in una dittatura camuffata, sostenuta da una casta di militari e giudici ultraconservatori.

Contesto internazionale e intervento imperialista
Questi cambiamenti profondi, rapidi e tragici sono stati principalmente causati da fattori interni economici, sociali e politici. Tuttavia, a priori non possiamo escludere che non ci siano anche interessi internazionali impegnati a destabilizzare la democrazia brasiliana e sostenere l’agenda economica conservatrice messa in atto col colpo di Stato del 2016. Ogni volta che si cerca di sollevare questo problema, le persone cercano di screditarla come mera teoria della cospirazione. È sbagliato. Dopo tutto, la storia dell’America Latina e del Brasile mostra che l’interferenza estera negli affari nazionali è stata, ed è tuttora, prevalente nella nostra regione. Uno studio del 2005 pubblicato nella Harvard Review dell’America Latina mostra che tra il 1898 e il 1994 gli Stati Uniti hanno attuato con successo cambiamenti di regime nella regione per 41 volte, con una media di uno ogni 28 mesi. È importante notare che questo studio, pubblicato dall’Università di Harvard, non analizza i recenti possibili interventi statunitensi come quelli in Honduras (2009), Paraguay (2012) e Brasile (2016). Esiste, quindi, una lunga storia di interventi, che include il colpo di stato brasiliano del 1964. Ciò suggerisce che è necessario fare un’analisi ampia e approfondita del colpo di Stato parlamentare del 2016, dell’Operazione Car Wash e del suo modus operandi e soprattutto della rapida ascesa di Bolsonaro e del suo fascismo. L’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del Brasile è sorprendentemente evidente nella campagna di Bolsonaro. C’era una crescita schiacciante del fascismo bolsonarista nell’ultima parte della campagna, alimentata da una valanga di notizie false contro il PT su Internet. È una vecchia tattica, sviluppata dalle agenzie d’intelligence statunitensi ed inglesi, per manipolare l’opinione pubblica e influenzare i processi politici e le elezioni. Fu utilizzata in Ucraina, nella primavera araba e in Brasile nel 2013. I documenti rilasciati da Edward Snowden dimostrano che i servizi d’intelligence statunitensi e inglesi, così come quelli di altri Paesi, dispongono di unità specializzate e sofisticate dedicate alla manipolazione delle informazioni che circolano su Internet cambiando l’opinione pubblica. Ci sono anche società private che, in collusione con tali agenzie, sono specializzate nella manipolazione dell’opinione pubblica. La campagna di Bolsonaro ha avuto la collaborazione attiva di Steve Bannon, stratega di Trump, usando ed abusando di tali tattiche per screditare Fernando Haddad, l’avversario del fascismo.
I molti messaggi barbari ampiamente diffusi su WhatsApp contro il PT includono la menzogna che Haddad abbia distribuito “kit gay” ai bambini delle scuole pubbliche per renderli omosessuali e che, a partire dall’età di 5 anni, i bambini dovrebbero essere consegnati allo Stato per indottrinarli o che Haddad stesso fosse un pedofilo. L’elenco delle sporche menzogne con manipolazioni grottesche di foto e video è enorme e vario. La squadra di Bolsonaro, composta da personaggi grossolani e incapaci come il loro candidato, non sembra avere le cognizioni finanziarie e tecniche per promuovere una campagna così massiccia e distruttiva. Perciò vi sono da tempo sospetti che tale schiacciante campagna di disinformazione abbia l’impronta digitale delle agenzie d’intelligence straniere, così come delle grandi aziende nazionali e internazionali, impegnate a promuovere questa cosiddetta “guerra ibrida”. Questo sospetto fu confermato da un articolo di Folha de São Paulo, un giornale che non ha simpatia per il PT, il 18 ottobre 2018. L’articolo rivelava che la campagna di bugie e odio sui social network di Bolsonaro è finanziata da denaro sporco delle grandi aziende utilizzato per assumere società tecnologiche specializzate nel spacciare informazioni sui social network. Solo una di queste aziende spese 3,5 milioni di dollari per diffondere notizie false sui social media brasiliani. La maggior parte dei numeri di telefono utilizzati erano dall’estero, principalmente Stati Uniti. Apparentemente, questa storia è solo la punta dell’iceberg e molte azioni continuano senza alcuna indagine. In Brasile, tali attività costituiscono un grave crimine elettorale. Tuttavia, la Corte suprema elettorale del Brasile (TSE) se ne lavava le mani, e l’attuale presidente, la ministra Rosa Weber, aveva già ricevuto minacce di morte se si rifiutava di conferire la vittoria a Bolsonaro nelle elezioni del secondo turno.
L’impegno di governi e società straniere nell’annientamento del PT e della sinistra brasiliana, così come nella promozione del colpo di stato e ora di un candidato fascista, non sorprende. C’è molto in gioco e il Brasile è un Paese chiave nella strategia geopolitica mondiale. Il grande conflitto geopolitico mondiale è chiaramente definito. Da una parte ci sono i grandi Paesi emergenti e i loro alleati come Cina, Russia ecc. Che lavorano per un ordine politicamente multipolare più equilibrato economicamente, e dall’altra Stati Uniti e certi alleati, che cercano disperatamente di ripristinare la precedente egemonia incontrastata della grande superpotenza mondiale e imporre un ordine mondiale unipolare e profondamente asimmetrico. Per questo motivo, la nuova dottrina della sicurezza degli Stati Uniti non considera più il terrorismo come massima priorità. Secondo il segretario alla Difesa Jim Mattis, il “Cane Matto” che recentemente visitava il Brasile, “la grande competizione per il potere mondiale, e non il terrorismo, è ora l’obiettivo principale della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Dopo il colpo di Stato, il Brasile prese una posizione favorevole nei confronti degli interessi geopolitici nordamericani in tale grande disputa divenendo, ancora una volta, satellite geopolitico degli Stati Uniti. In effetti, col colpo di Stato, il nostro Paese è rapidamente passato dall’essere un grande attore internazionale, creatore dei BRICS corteggiato e rispettato in tutto il mondo, a semplice pedina degli Stati Uniti nella loro lotta per il ripristino dell’egemonia. Il Brasile ha creato i BRICS ma ora ne è diventato il punto debole. La politica estera attiva e ambiziosa che aveva elevato così tanto il Brasile sul palcoscenico mondiale, viene sostituita da una politica passiva e sottomessa che ci fa strisciare sulla scacchiera mondiale da emarginati nelle relazioni internazionali. Il Brasile è ora un Paese che inesorabilmente scivolando verso l’irrilevanza geopolitica, ma che può essere estremamente utile agli interessi strategici di Stati Uniti ed alleati. Dopotutto è un Paese di proporzioni continentali dalle riserve di idrocarburi più grandi del mondo, riserve di petrolio senza solfo, la più grande biodiversità del pianeta, abbondanti riserve minerali, una grande disponibilità di terra arabile e il 14% dell’acqua dolce del mondo. Inoltre, nonostante la crisi, è ancora l’ottava economia più grande del mondo. Il fatto è che il recente predominio strategico degli Stati Uniti, alimentato dal colpo di Stato del 2016, rischiava la possibilità che il PT tornasse al potere, il che sarebbe certo accaduto se Lula avesse concorso. Pertanto, è assolutamente vitale per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e del capitale internazionale impegnati a sfruttare le vaste risorse naturali del Brasile, che Bolsonaro vinca le elezioni. Forse preferivano un candidato più civile, ma in pratica era l’unico in grado di sconfiggere Haddad e PT. Tra riformismo moderato e fascismo, hanno scelto il fascismo. Sebbene Bolsonaro sia un ex-militare brasiliano, ha pubblicamente salutato la bandiera degli Stati Uniti, promesso sostegno a Trump, accettato di partecipare a un intervento militare in Venezuela e detto che cederà la base di lancio spaziale di Alcantara agli Stati Uniti. In altre parole, chiariva che sarà un alleato incondizionato dell’egemonia geopolitica nordamericana. Un uomo come Bolsonaro non infastidisce chi sostiene Pinochet.

Questo articolo fu pubblicato per la prima volta sul New Socialist. Marcelo Zero è un sociologo, esperto di relazioni internazionali e consulente tecnico della leadership senatoriale del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori).

Traduzione di Alessandro Lattanzio