Chi insiste per un conflitto militare tra Colombia e Venezuela?

Mision Verdad

Nelle ultime settimane sono saliti i toni che pongono sul tavolo della discussione pubblica lo scontro bellico tra i Paesi limitrofi Venezuela e Colombia. Alcuni alti funzionari USA e colombiani sottolineano le opzioni militari, in particolare un intervento che tenderebbe a rovesciare il governo guidato da Nicolas Maduro, come forma necessaria di fronte alla presunta mancanza di azione regionale e mondiale nel respingere l’esecutivo venezuelano.
Per molti colombiani, tale paradigma bellico sarebbe fuori luogo data l’instabilità economica, sociale e politica interna che l’amministrazione Duque deve affrontare. In questo modo, i segni che emergono su una possibile guerra scatenata dalla Colombia non cessano di essere respinti da politici, analisti e giornalisti. Soprattutto dopo aver annunciato l’acquartieramento delle forze armate colombiane lungo il confine e la richiesta del Ministero della Difesa al Congresso di approvare l’aumento del budget. La promozione di una guerra convenzionale tra Venezuela e Colombia obbedisce a diversi fattori sostenuti da differenti livelli. Ma in breve, ci sarebbero due agenti principali, eterogeneamente uniti, che cercano di innalzare la temperatura bellica alle già tese relazioni bilaterali.

Dagli Stati Uniti
Il primo ad annunciare “l’opzione militare” sul Venezuela è stato lo stesso presidente USA Donald Trump che non ha nascosto di gestire le alternative per deporre il criminalizzato governo di Maduro. Benché si sia mantenuto il focus su un colpo di Stato militare in seno alle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), come svelato da New York Times e AP a suo tempo, il Pentagono forniva risorse e personale per preparare un intervento di tipo umanitario come risposta alla “crisi regionale”, ovvero la situazione venezuelana. Di fatto, il Congresso USA poneva tale richiesta al segretario della Difesa, James Mattis, ed è stato il massimo organo legislativo di quel Paese che istigava altre sanzioni contro il Venezuela, con la lobby della Florida principale agente interventista.
Sono il senatore Marco Rubio, insieme ad congressisti della Camera dei Rappresentanti (Ileana Ros-Lehtinen, Mario Diaz-Balart, Carlos Curbelo), che con maggior determinazione fecero di tutto per attaccare, da parte delle istituzioni di Washington, il governo venezuelano, specificamente, e il Paese in generale. L’interesse di Donald Trump per ciò che accade in Venezuela è dovuto soprattutto a Rubio, il cui portavoce indicava un maggiore spostamento del dipartimento di Stato a sostenere la politica estera su ciò che accade in America Latina e Caraibi. Tra strumenti ed argomenti del senatore della Florida presso l’attuale governo USA vi sono le speranze che i residenti di Doral e Miami, tra cui banchieri e affaristi latitanti, militari e politici sediziosi di un’altra epoca, di poter materializzare il sogno (incubo per altri) di vedere sterminato il chavismo dalla faccia, se non del pianeta, almeno regionale. Mediante gli operatori più influenti della Florida, roccaforte elettorale di Trump nelle elezioni presidenziali del 2016, l’idea di attaccare il Venezuela ha assunto una rilevanza oggi che, nelle ere di Bush Jr. e Obama, non ebbe mai. Gli stessi interessi risuonano nelle parole del vicepresidente Mike Pence, che alle Nazioni Unite dichiarava che, nel contesto di una guerra tra gli Stati venezuelano e colombiano, rimarrebbe coll’amministrazione Duque. Dichiarazione questa che si univae a quella pronunciata da Donald Trump, anch’essa all’ONU, dicendo ai giornalisti che “tutte le opzioni sono sul tavolo” riguardo il Venezuela, essendo il nostro Paese utilizzato anche come un jolly elettorale per le prossime elezioni di metà termine negli USA e la continua cartellizzazione mediatica che, in quella nazione, predomina sulla demonizzazione del Governo bolivariano. Rahm Emanuel, funzionario dell’amministrazione Obama, sottolineava che lo stesso Trump potrebbe ordinare un (improbabile) attacco militare al Venezuela per avere effetti positivi sul Partito Repubblicano nelle elezioni di novembre, con la Florida quale principale fonti di voti. In quest’ultimo caso il presidente colombiano Ivan Duque e l’attuale presidente della Casa Bianca hanno molto in comune, ma non solo: gli interessi del gruppo di pressione e lobbying di Washington per spingere all’intervento contro il Venezuela, si coniugano con quelli di certi settori dell’oligarchia di Bogotá e paisa, denominazione geosocioantropologica riferita agli abitanti di Antioquia (ndt) (in particolare Medellín, dipartimento di Antioquia).

Dalla Colombia
L’annuncio che il Pentagono approvava che la nave ospedale USNS Comfort (che partecipa ai conflitti militari) gettasse l’ancora in acque colombiane colla connivenza del governo Duque, presumibilmente per aiutare i migranti venezuelani al confine, era un importante allarme per il governo di Maduro e le FANB che la Colombia sarà il principale agente di intervento. Il cambio strategici di fondo delle Forze Armate della Colombia secondo la Dottrina Damasco, cerca dinamizzare il ramo militare del Paese, dopo che nel quadro degli Accordi di Pace con le FARC, era mutato il concetto di “nemico interno” coll’obbiettivo di agire a livello regionale e planetario da partner globale della NATO e principale alleato latinoamericano del Pentagono. Tale preparazione dottrinale, ancora in lento processo, potrebbe dare l’impressione che l’esercito colombiano cerchi internazionalizzare l’esperienza verso altre zone in conflitto, e promuovere contesti bellicosi con dietro la struttura di supporto occidentale. Ciò che l’esercito colombiano potrebbe o meno fare contro il Venezuela, sarebbe ordinato dal capo di Casa Narino, Ivan Duque, che riceve pressioni, di diverso tipo, per provocare lo scontro col Paese vicino. Il presidente stesso ha come mentore politico Alvaro Uribe, ex-presidente della Colombia per due periodi consecutivi ora senatore e protagonista di algidi momenti diplomatici tra il suo governo e quello di Hugo Chavez. Dal suo seggio, ed anche davanti a uomini d’affari e politici degli USA, difese la strategia dell’invasione militare del Venezuela, o il colpo di Stato militare contro il governo di Nicolás Maduro. Uribe rappresenta gli interessi dell’oligarchia paisa, dato che il suo passaggio dal governatorato del dipartimento di Antioquia lo consacrò come uno dei politici più esaltati della Colombia (essendo alleato commerciale del famoso narcotrafficante Pablo Escobar), questione che l’aveva anche portato alla Presidenza della Repubblica con una politica di aspro conflitto antiguerrigliero e nell’ambito del Piano Colombia degli USA. Fu durante il suo mandato nella Casa Narinho che la violenza paramilitare aumentò, così come le menzogne e gli attacchi dei cartelli della droga. Sulla stessa linea, tenendo conto dell'”opzione militare” di Trump, l’attuale ambasciatore colombiano negli USA, Francisco “Pacho” Santos, rappresentante dell’oligarchia di Bogotà come il cugino Juan Manuel Santos e vicepresidente nell’era Uribe (2002-2006, 2006-2010), aveva recentemente dichiarato da Washington che “tutte le opzioni sono valide per il Venezuela”, questione che creava un’animata avversione nell’opinione pubblica e mediatica della Colombia, poiché un alto funzionario diplomatico suggeriva che l’invasione, proposta da Uribe, è una politica dello Stato. Allo stesso modo, dichiarava il segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, al confine colombiano-venezuelano: “Riguardo l’intervento militare per rovesciare il regime di Nicolas Maduro, penso che non dobbiamo scartare alcuna opzione”. Che tanto singolari politici di alto livello si esprimano in maniera così simile impone nell’analisi una cartellizzazione su taler strategia dell’estrema bellicosità, in cui l’esercito colombiano non è ancora pronto ad affrontare in maniera convenzionale le FANB rafforzatasi con armamenti, dottrine militari e supporto geopolitico (Cina e Russia) adempiendo alla deterrenza del conflitto.

Risposta e prospettive
Nonostante che l’ambasciatore USA in Colombia Kevin Whitaker sia stato categorico nell’affermare che, in un conflitto militare tra i due Paesi, il Pentagono proteggerò il principale alleato in America Latina, il presidente Ivan Duque non era molto sicuro di tale approccio. Piuttosto, optava, almeno nel discorso, la strategia della pressione diplomatica internazionale e delle sanzioni, che il Gruppo di Lima segue negli ultimi 14 mesi. Il ritiro della Colombia dall’UNASUR guidata dal Venezuela, è stata una delle prime azioni intraprese da Ivan Duque come meccanismo di pressione diplomatica internazionale, conseguenza di ciò che diceva a proposito della strategia da seguire contro il chavismo. Tale scissione tra quanto espresso dalla coppia Uribe Velez – “Pacho” Santos e Duke mostra chiaramente che non v’è consenso sull’ordine del giorno dell’intervento militare nella dirigenza colombiana, che obbligherebbe a concentrasi contro il Venezuela. Le cause di tale disaccordo di Duke? Possiamo nominarne tre.
-L’aumento del traffico di droga è una crisi che metteva in tensione le relazioni tra USA e Colombia, soprattutto a causa del modo in cui, entrambi gli Stati, affrontano la politica contro i cartelli. È un paradosso che va affrontato, poiché gli attivi del narcotraffico salvano l’economia colombiana. Duque affronta un difficile contesto in cui viene messa alla prova la capacità dello Stato di risolvere la crisi interna, essendo l’asse fondamentale di qualsiasi Paese.
-La pace in Colombia è minacciata dalle turbolenze sociali causate dal paramilitarismo e dal narcotraffico. Più di 150 leader sociali sono stati uccisi nel 2018, e le FARC denunciavano la mancata osservanza da parte dello Stato degli accordi dell’Avana. Inoltre, i possibili accordi con l’ELN sembrano in questo momento difficili da raggiungere date le pretese dello stesso Duque. USA e NATO avevano calcato la situazione di pace che dovrebbe esistere in Colombia per promuoverne l’esercito come “partner globale” per i vertici militari occidentali.
-Una crisi di identità si ha nell’amministrazione Duque, dato che Uribe Vélez si avvantaggia del clamore ufficiale e della politica interna del governo colombiano. Di fronte all’opinione pubblica, Duke sembra sempre più un delfino dell’ex-presidente antiochegno, problema che lo costringe a sottrarsi ad alcune linee fondamentali dell’uribismo, ma che lo colloca in un limbo politico il cui sostegno popolare era sceso del 12% secondo gli ultimi sondaggi. Una crisi che Duque deve affrontare è la situazione nel dipartimento Norte de Santander, dove la maggioranza l’aveva votato (77%) e c’è stato l’abbandono dello Statale, senza precedenti, negli ultimi anni.
Il governo del Venezuela adotta misure economiche su sussidio della benzina e controllo sui cambi che avranno un impatto negativo sul contrabbando di combustibile, legalizzato da Uribe durante il suo mandato, e che mantiene a galla quel dipartimento. Il combustibile venezuelano, a sua volta, serve anche per la preparazione della cocaina spacciata dai cartelli della droga nella frontiera colombo-venezuelana, e le misure di Maduro colpirebbero in modo severo tale business che trae guadagni annuali per 12 miliardi di dollari e che mantiene gradualmente il tessuto economico di Norte de Santander e del Paese in generale. La dialettica tra la sovvenzione della benzina del Governo bolivariano e la reazione di Bogota mette Duque al bivio rigettando, finora, l’opzione militare contro il vicino, ma che già è sotto pressione sia dalle oligarchie colombiane che dai funzionari degli USA, che hanno nel governo della Colombia, insieme a quello uscente del Messico, uno dei loro alleati decisivi, secondo la CIA. In tutto ciò, vi sono ancora cose da definire per l’amministrazione Duque affinché l’agenda dell’intervento militare continui come definito da Rubio, Almagro ed Uribe. La verità è che Miraflores aveva ripetutamente denunciato le minacce che gravano oltre confine, sapendo dei forti interessi e ragioni delle élite occidentali nel generare una guerra tra Venezuela e Colombia.

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