La perdente guerra petrolifera di Trump

Alessandro Lattanzio, 7/10/2018
Parlando al forum della Settimana russa dell’Energia a Mosca, Putin aveva commentato gli sforzi della Russia nel ridurre la dipendenza dal dollaro nei rapporti commerciali, il Presidente Vladimir Putin definiva la politica di sanzioni di Washington un “errore strategico colossale” che mina la credibilità del dollaro come valuta di riserva globale.
In effetti, la Banca Centrale e il Ministero delle Finanze dell’India studiano la fattibilità di accordi commerciali basati su monete nazionali e baratti con i produttori di petrolio come Russia, Iran e Venezuela. La commissione interministeriale indiana guidata dal Ministro dell’Industria e del Commercio Suresh Prabhu aveva chiesto alla Banca Centrale di esplorare la possibilità di scambi rupie-yuan con la Cina, e di accordi commerciali in euro anziché dollaro e la promozione di iniziative collegate all’oro ed obbligazioni sovrane, oltre a misure per ridurre le importazioni di oro. Ciò avveniva mentre il valore della rupia rispetto al dollaro crollava. L’indebolimento della valuta si combinava coll’aumento dei prezzi del greggio, ampliando il deficit commerciale di Nuova Delhi. Il Presidente Vladimir Putin aveva detto che Mosca è pronta a collaborare con l’India su una serie di progetti energetici, come Far East LNG e Arctic LNG 2, oltre ai programmi per i giacimenti di gas in Siberia, Jamal e piattaforma continentale russa.
L’India è il terzo importatore mondiale di petrolio, di cui oltre il 60% proveniente dal Medio Oriente. Le importazioni di petrolio del Paese erano aumentate del 53,55% nei primi cinque mesi del 2018. Ciò rientra perfettamente nella linea politica commerciale adottata ultimamente dall’Unione indiana, che ha diminuito l’acquisto di petrolio greggio degli Stati Uniti del 75% negli ultimi quattro mesi. L’esportazione di petrolio statunitensi verso l’India è scese a 84000 barili al giorno (bpd) a settembre, contro i 347000 barili a giugno. Invece, a settembre, l’India aumentava l’acquisto di greggio iraniano a 502000 bpd, con un aumento di 111000 bpd rispetto ad agosto. L’India è il secondo acquirente del greggio iraniano dopo la Cina, che ne aveva aumentato gli acquisti da 29000 a 620000 bpd. Inoltre, l’India acquisterà 9 milioni di barili di petrolio iraniano a novembre, indicando che il terzo maggiore importatore di petrolio al mondo continuerà a comprare greggio dalla Repubblica islamica iraniana nonostante le sanzioni statunitensi. E Il governo indiano “comunicava all’amministrazione Trump che l’India è un caso adatto alla rinuncia presidenziale alle disposizioni della Legge di contrasto agli avversati degli Stati Uniti con le sanzioni (CATSA) studiata contro la Russia e l’Iran”, riferiva Hindustan Times. Il Ministro degli Esteri iraniano dichiarava che l’India è intenta ad acquistare petrolio iraniano e a continuare la cooperazione economica, “I nostri amici indiani sono sempre stati categorici nell’intenzione di continuare la cooperazione economica e l’importazione di petrolio dall’Iran e ho ascoltato la stessa dichiarazione della controparte indiana”.
In effetti, la politica aggressiva adottata dall’amministrazione neocon di Trump colpisce più che i nemici, gli alleati, come nel caso dell’Arabia Saudita, che su pressione degli Stati Uniti avrebbe sostituito le importazioni di greggio iraniano andate perse con le sanzioni unilaterali statunitensi. Il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman aveva detto che il suo Paese aveva aumentato la produzione di greggio di 1,5 milioni di bpd, i compensando 700000 bpd persi a causa delle sanzioni anti-iraniane. “La richiesta che gli USA hanno fatto all’Arabia Saudita ed altri Paesi dell’OPEC è di essere sicuri che se ce la perdita dei rifornimenti dall’Iran, le sostituiremo. E quello è successo. L’Iran ha ridotto le loro esportazioni di 700000 barili al giorno, se non sbaglio. E Arabia Saudita, lPEC e Pesi non OPEC, hanno prodotto 1,5 milioni di bpd. Quindi esportiamo 2 barili per ogni barile perso dall’Iran. Quindi abbiamo fatto il nostro lavoro e oltre”. L’amministrazione Trump aveva preteso da tutti gli acquirenti del petrolio iraniano di ridurre queste importazioni a zero. Invece, l’effetto immediato erano i prezzi del petrolio che toccavano il massimo in quattro anni, 86 dollari al barile. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zangeneh, difatti, dichiarava che Trump era responsabile dell’impennata dei prezzi del petrolio. Il principe ereditario saudita infine notava che l’Arabia Saudita estrae ora 10,7 milioni di bpd, e può arrivare a 12 milioni, “se il mercato ne ha bisogno”.
Ma nel frattempo, il Quwayt smetteva di esportare greggio negli Stati Uniti, per la prima volta dal 1990. Ciò era dettata dalla crescente domanda di petrolio in Asia, dato che gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni unilaterali all’Iran. Le importazioni statunitensi del greggio kuwaitiano sono scese a zero alla fine di settembre; per la prima volta l’invio di greggio veniva completamente sospeso. Il Quwayt inviava la propria produzione verso il più stabile mercato asiatico. Il Quwayt esportava l’80 percento della produzione in Asia, aumentando grazie all’attivazione delle Raffinerie Nghi Son e Petrochemical Co. in Vietnam, dalla capacità di 200000 bpd.

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