Sabra e Shatila: Le carte segrete

Jeremy Salt AHTribune 4 ottobre 2018

Sabra e Shatila, settembre 1982, rappresentano una delle peggiori atrocità della storia moderna. 3500 palestinesi furono massacrati quando gli agenti israeliani falangisti invasero i due campi di Beirut nel settembre 1982. Israele cercò di scaricare la colpa sui falangisti. “I goyim uccidono i goim e arrivano ad incolpare gli ebrei”, si lamentò il primo ministro israeliano Menahim Begin. In effetti, Israele diresse l’intera operazione. La punizione messa a punto dalla commissione d’inchiesta di Kahan fu irrisoria. Ariel Sharon, il “ministro della difesa” israeliano fu degradato, ma rimase al governo dopo che Begin rifiutò di licenziarlo. Nonostante la sua complicità, Begin non fu punito e nessuno dei politici che accettò che i campi venissero “ripuliti”. L’opinione mondiale fu indignata, ma nemmeno questo spaventoso evento bastò a fare rendere conto ad Israele. Sfrenato, Israele poté liberamente uccidere a volontà. L’annesso segreto della commissione Kahan è recentemente stato reso pubblico (Rashid Khalidi, “I massacri di Sabra e Shatila: New Evidence”, Palestine Square, Institute of Palestine Studies, 25 settembre 2018). I fatti basilari sono ben notii, quindi l’interesse risiede in ciò che questi documenti raccontano sull’interazione tra israeliani e falangisti e perché, alla fine, Sabra e Shatila dovettero essere invase. Anche prima del 1948 Israele si preparava a trasformare il Libano in uno Stato satellite, giocando sulle paure della comunità cristiana maronita. Nel 1958 il Libano subì la sua seconda guerra civile (seconda al conflitto druso-maronita del 1860). Questa guerra faceva parte di un dramma regionale che coinvolgeva antinasserismo, anticomunismo, rovesciamento della monarchia in Iraq e tentato golpe in Giordania. Alcun evento in Libano è mai semplicemente interno, ma mentre ‘occidente’ ed Israele hanno avuto un grande interesse in ciò che successe nel 1958, la guerra scoppiò come causa ed effetto delle fazioni interne. Quando gli Stati Uniti intervennero, mandando la sesta flotta e facendo sbarcare i marines sulle spiagge di Beirut, queste fazioni avevano per il momento risolto le divergenze. Nel 1968, nel contesto della resistenza palestinese dal sud del Libano, Israele distrusse 13 aerei di linea sull’aeroporto internazionale di Beirut. Il Libano fu avvertito di controllare i palestinesi, o altrimenti. Certamente, data la natura frammentata, il Libano non poteva controllare i palestinesi. Nell’aprile 1973, gli israeliani si infiltrarono dal mare a Beirut occidentale e uccisero quattro personalità politiche e culturali palestinesi (Kamal Nasser, un poeta) e nel 1975 il Paese era traballante. Il 13 aprile una sparatoria in una chiesa maronita a Beirut orientale lo spinse nel baratro. tra i morti vi erano membri del Qataib, la Falange libanese, un partito fondato sul modello spagnolo degli anni ’30. I falangisti risposero sparando su un autobus di palestinesi e la guerra iniziò.
Dato che Israele era già legato ai falangisti, poiché voleva il caos in Libano per finire i palestinesi e distruggerne le istituzioni, la sparatoria nella chiesa fu molto probabilmente una deliberata provocazione israeliana. L’annesso segreto alla commissione Kahan rivela che nel 1975 Israele aveva incontri segreti coi capi falangisti, volti al coordinamento politico e militare, in cui Israele diede ai falangisti 118,5 milioni di dollari in aiuti militari (la cifra riportata nell’allegato Kahan, quella vera era probabilmente molto più alta) e addestrò centinaia di falangisti, in preparazione alla guerra che Israele voleva che i falangisti scatenassero. Israele mantenne le relazioni coi falangisti durante la guerra civile. Nel 1982 c’era una “alleanza di principio”, come descritto dai giornali sull’annesso Kahan. Addestrati in Israele agli standard militari israeliani, tuttavia era inteso, Israele era sicuro che il falangista estremista Bashir Gemayel, figura dominante nel gruppo ombrello cristiano Forze Libanesi (LF), fosse passato “dal capo emotivo di una banda pieno di odio, in un cap o politico relativamente prudente e cauto”. Senza dubbio fu così che Bashir si è presentato agli incontri cogli israeliani, ma le sue azioni passate e future indicano che semplicemente nascondeva la brutalità a cui soggiaceva.
Nel gennaio 1976, le LF attaccarono lo slum Karantina, distretto portuale di Beirut, uccidendo o massacrando almeno 1000 combattenti e civili palestinesi. A giugno, i falangisti, insieme ad altre fazioni delle LF, tra cui le Tigri libanesi della famiglia Chamoun e i Guardiani dei Cedri, assediarono il campo palestinese Tal Zatar. I loro mezzi comprendevano carri armati e blindati statunitensi. Il campo resistette per 35 giorni prima di essere travolto. Furono massacrati 3000 civili palestinesi. I documenti della Kahan includono uno scambio interessante tra Ariel Sharon e Shimon Peres, ministro della Difesa nel 1976, che chiese a Sharon se un ufficiale dell’IDF l’avesse avvertito di non inviare i falangisti a Sabra e Shatila. Sharon rispose che “voi” (il governo Rabin del 1976 di cui Peres faceva parte) avevate stabilito i rapporti coi falangisti e mantenuto anche dopo il massacro di Tal Zatar: “Tu (Peres) hai parlato dell’immagine morale del governo. Dopo Tal Zatar, signor Peres, non hai il monopolio della moralità. Non ti accusiamo, ci accusi. Lo stesso principio morale sollevato dall’incidente di Tal Zatar [sic], esiste ancora. I falangisti assassini a Shatila e i falangisti assassini a Tal Zatar. Il collegamento è morale: dovremmo aver a che fare coi falangisti o no? Li avete supportati e continuate a farlo dopo Tal Zatar. Rabin e Peres, non c0erano ufficiali delle IDF a Shatila, come assenti a Tal Zatar”. Ciò che rimase non detto è che Israele aveva un “ufficiale di collegamento” a Tal Zatar anche se ufficiali delle IDF non erano nel campo.

‘Alta statura’
Il ritornello ripetuto costantemente dall’intelligence e dai militari israeliani nel 1982 era che nessuno si aspettava che i falangisti si comportassero così. Erano persone di alto livello, di qualità, “uomini di statura molto più alta di quanto sia comune tra gli arabi”, secondo le dichiarazioni alla commissione Kahan. “Ho interrogato i comandanti libanesi (tutti i comandanti libanesi” hanno operato sotto diretto comando israeliano)”, affermò Sharon. “Gli chiesi, perché l’avete fatto? Mi guardarono negli occhi, mentre li guardavo e i loro occhi non si abbassavano. Dissero “non l’abbiamo fatto, non eravamo noi”. Non parlo di vagabondi, parliamo di ingegneri e avvocati, tutta giovane élite, intellighenzia, e mi guardavano negli occhi dicendo “non l’abbiamo fatto”. In effetti, non solo durante la lunga guerra civile, ma durante l’invasione del Libano nel 1982, Israele aveva prove abbondanti della brutalità falangista, non solo nel massacro di musulmani catturati ai checkpoint o dei drusi nelle montagne, ma nelle dichiarazioni dei capi. Il 12 settembre, due giorni prima che venisse assassinato, Bashir Gemayel disse a Sharon che dovevano create le condizioni “che potassero i palestinesi a lasciare il Libano”. Nello stesso incontro emerse che gli israeliani avevano prove che “come conseguenza delle attività di Elie Hobeika”, 1200 persone erano “scomparse”. Hobeika, un capo falangista estremamente brutale, fui implicato nel tentativo della CIA del 1985 di assassinare il leader sciita Shayq Muhamad Husayn Fadlallah, ed assassinato nel 2002 poco dopo aver annunciato di essere pronto a testimoniare in una corte belga sul ruolo di Sharon nei massacri di Sabra e Shatila. La sua auto saltòin aria, con la testa finita sul balcone di un appartamento vicino. L’8 luglio Bashir disse di voler demolire i campi palestinesi nel sud del Libano. Nel successivo incontro, chiestogli da Sharon “Cosa faresti ai campi profughi?”, rispose “Pensiamo a uno zoo”. Un colonnello delle IDF fornì le prove alla commissione Kahan secondo cui era “possibile congetturare dai contatti coi capi della Falange” quali fossero le loro intenzioni. Se Sabra diveniva uno zoo, il destino di Shatila sarebbe stato un parcheggio.
Il colonnello delle IDF parlò dei massacri degli abitanti dei villaggi drusi per mano di Elie Hobeika e dei suoi uomini. Un documento del 23 giugno indicava “circa 500 persone” detenute dai cristiani a Beirut “terminate”. Nahum Admoni, il capo del Mossad, disse di conoscere bene Bashir, essendosi incontrato spesso con lui nel 1974/5, dichiarando che “Quando parlava di cambiamento demografico, era sempre in termini di assassinio ed eliminazione. Questo era il suo stile istintivo. “Il “cambiamento demografico” era la preoccupazione di Bashir per le dimensioni della popolazione sciita libanese e l’elevato tasso di nascite rispetto ai cristiani. Per risolvere il problema, Bashar disse, “diverse Dayr Yasin saranno necessarie”. Riferendosi al brutale discorso di Bashir, Admoni affermò che “allo stesso tempo era un politico e come tale aveva un pensiero estremamente cauto e quindi evitò di partecipare alle varie attività belliche”. Le prove non confermano tale parte dell’affermazione, visto che Bashar aveva una lunga tradizione, anche prima del 1982, di “attività bellicose” estremamente brutali. La violenza dell’assalto israeliano al Libano portò i falangisti da una parte dello stesso spettro delle violenze di Ariel Sharon, come i massacri di civili a Gaza e Cisgiordania dall’altra parte. I due estremi s’incontrarono nel mezzo a Sabra e Shatila e l’esito fu prevedibilmente catastrofico.

‘Totalmente asservito’
Ciò va ribadito è che la “pulizia” o “rastrellamento” di Sabra e Shatila fu pianificata, coordinata e comandata dall’esercito israeliano. Non era un’operazione falangista con Israele che svolgeva il ruolo di supervisore distante. Era un’operazione israeliana delle agenzie di intelligence approvata dal governo israeliano. I falangisti erano addestrati e armati da Israele e i capi delle LF erano “totalmente sottomessi” al comandante della forza israeliana inviata sui campi, la 96.ma Divisione. Ai falangisti fu detto quando entrare nei campi e quando andarsene. Gli israeliani illuminavano di notte i campi coi razzi, così i falangisti potevano vedere cosa facevano (o chi uccidevano) e si prepararono a dare assistenza medica ai feriti e intervenire se si mettevano nei guai. Qualsiasi idea che Menahim Begin, primo ministro, non sapesse cosa succedeva va scartata. Come osservò Sharon in una riunione del Consiglio dei ministri del 12 agosto, “dire che parlo col Primo ministro cinque volte al giorno sarebbe un eufemismo”. Israele decise i negoziati cogli statunitensi per non entrare a Beirut Ovest. L’assassinio di Bashir Gemayel il 14 settembre provocò l’invasione di Beirut ovest il giorno seguente, il sequestro di posizioni chiave e l’accerchiamento di Sabra e Shatila secondo un piano ben preparato. I falangisti entrarono nei campi la sera del 16 settembre su ordine di Israele, e non si ritirarono che il 18 settembre, sempre su ordine israeliano. Non c’erano “terroristi” nei campi, per non parlare dei 2500 che secondo Sharon furono abbandonati dal ritiro dell’OLP da Beirut ad agosto. C’erano solo civili e non ci fu alcuna resistenza armata da parte loro. I falangisti fecero il loro lavoro in silenzio, per lo più coi coltelli in modo che la prossima vittima non sapesse del destino che affrontava( molti morti erano donne e bambini e persino gli animali furono macellati) finché non era troppo tardi.
L’ufficio di collegamento falangista fu istituito nel quartier generale della 96.ma Divisione israeliana, dove le intercettazioni produssero “prove importanti” non specificate, secondo l’allegato della commissione Kahan. L’intercettazione elettronica della rete di comunicazione falangista nei campi fu mantenuta assieme alle intercettazioni “improvvisate” delle conversazioni nel quartier generale della 96.ma Divisione. Secondo l’annesso della commissione Kahan, l’ufficiale di collegamento falangista riferiva “accadimenti anormali” nei campi a diversi ufficiali solo poche ore dopo che i falangisti vi erano entrati. Chiaramente, le dichiarazioni dell’intelligence e dei militari che non sapevano cosa succedeva o che lo seppero troppo tardi, vanno prese per valore nominale. Non ci furono sparatorie nei campi e alcuna resistenza come ci si sarebbe aspettati da “terroristi” armati. In tale silenzio tombale, senza esplosioni di arma da fuoco, o il minimo segno o suono di combattimenti, gli israeliani pensavano davvero che i falangisti uccidessero solo uomini armati? Inoltre, Sharon chiarì che voleva distruggere tutti i campi palestinesi e disperderne gli abitanti. Una figura crudele e brutale, perfettamente capace di ciò. Cosa poter essere meglio nel spingere i civili palestinesi in fuga in preda al panico di un ancora più mostruosa Dayr Yasin? Potrebbero esserci altre prove su questo, testuali e grafiche, che non è arrivato nemmeno nell’annesso segreto. Sharon deliberamente insultò e umiliò i due principali rappresentanti statunitensi a Beirut, l’ambasciatore Morris Draper, che accusò d’impudenza nel chiedere che Israele si ritirasse da Beirut ovest e l’inviato speciale del presidente Reagan Philip Habib. “Sono stato chiaro?” “Non lamentatevi sempre” e “Ne sono stufo”, sono esempi della sua aggressività quando era in loro compagnia ma, come disse degli statunitensi in un’altra occasione, “Li odio”.

Città fantasma
Questo bugiardo spietato affermò che non c’erano civili nei campi. “Voglio che sappiate che Burj al Barajneh e vicinanze e l’area di Shatila e luoghi simili sono città fantasma”, insisteva, secondo l’annesso Kahan. Ad agosto, mentre i bombardamenti aerei e terrestri di Beirut si avvicinavano al culmine, disse al Consiglio dei ministri che “non colpiamo l’area residenziale sunnita libanese”. Il 18 agosto mentì di nuovo: “Oggi non c’è nessuno nei campi profughi. Solo terroristi. È lì che rimangono le loro posizioni, nei campi profughi. È lì che si trovavano le loro posizioni, i bunker e i quartieri generali, e tutti i civili erano fuggiti”. In effetti, i campi erano pieni di civili, non avendo altro posto dove andare, mentre a Beirut Ovest migliaia di musulmani sunniti, cristiani e chiunque altro ci viveva, veniva ucciso dagli attacchi aerei. Allo stesso tempo, Sharon ebbe la straordinaria gioia di presentarsi come una sorta di salvatore della popolazione civile. Dopo essere entrato a Beirut Ovest, disse che “in realtà non cerchiamo lodi da nessuno, ma se la lode è dovuta, allora è nostra avendo salvato Beirut dall’anarchia totale. Il 21 settembre, pochi giorni dopo i massacri di Sabra e Shatila, disse al Consiglio dei ministri che “abbiamo impedito un bagno di sangue”. In realtà, l’invasione fu un bagno di sangue sin dall’inizio. Alla fine dell’anno furono uccise circa 19000 persone, quasi tutte civili palestinesi o libanesi. Due numeri occupano numerose pagine nell’annesso del rapporto Kahan. Uno è la velocità con cui l’esercito israeliano entrò a Beirut ovest dopo l’assassinio di Bashir Gemayel. La ragione è che l’assassinio “minacciò di abbattere l’a struttura politica e minare gli anni di piani militari in preparazione da mesi”. Avendo promesso pieno appoggio, Bashar alla fine si rifiutò d’inviare i falangisti a Beirut ovest e con tale figura autoritaria morta, gli israeliani temevano che la loro invasione sarebbe fallita nel momento cruciale. Con nessuno che li fermasse, i “terroristi” immaginari di Sharon sarebbero stati liberi di ricostruire la loro infrastruttura.

‘Valore supremo’
L’altro problema è perché Israele non inviò proprie truppe nei campi. Come espresso nei documenti di Kahan, “la natura attesa dei combattimenti nei campi non suscitò molto entusiasmo nelle IDF”. Ci sarebbero stati combattimenti duri, “che potevano causare molto spargimento di sangue in un’area densamente popolata, dove i terroristi andavano localizzati essendo camuffati da civili in un ambiente ostile”. Una tale azione comportava un numero elevato di vittime e l’IDF non aveva alcun desiderio di entrarci, “con un’azione militare spiacevole ma necessaria”. Il dispiegamento dei falangisti causò invece “grande sollievo” ai militari: il “valore supremo” che dettò la decisione era il desiderio di non causare vittime bnlle IDF. Quindi, gli ascari d’Israele furono inviati a fare il lavoro sporco. Dopo essere stato eletto presidente, Bashir Gemayel capì che avrebbe dovuto comportarsi come tale, il che significava mettere il consenso libanese avanti all’alleanza con Israele. Doveva lavorare con sunniti e sciiti e riparare le relazioni spezzate con le altre fazioni maronite. Doveva prendere in considerazione gli interessi degli Stati arabi. Non poteva essere contemporaneamente presidente del Libano e presidente d’Israele. Come un noto falangista, Antun Fattal, osservò a Morris Draper il 13 dicembre 1982: “La nostra economia dipende dal mondo arabo e non possiamo sacrificarla per un trattato di pace (come preteso da Israele)”. Il 14 dicembre, il successore di Bashar, e fratello più mite, Amin, chiese ad Israele d’interrompere ogni contatto con il Libano, dicendo che intendeva annunciare all’ONU che il Libano era occupato da Israele. Come Bashir, sapeva di dover rispettare il consenso libanese. Alla fine del 1982 ciò che Israele ampiamente dimostrò era che semplicemente non capiva il Libano. Tutto ciò che aveva era la forza bruta. L’invasione certamente riuscì a cambiare la situazione strategica geopolitica, ma non a vantaggio d’Israele. Sì, l’OLP se ne andò, ma solo perché Hezbollah ne prendesse il posto. Nel 2000 Hezbollah cacciò Israele dal sud occupato, nel 2006 sventò Israele e nel 2018 ha missili che infligeranno danni inauditi se Israele tornasse in guerra. Il Paese che Israele considerava l’anello più debole della catena araba si era rivelato uno dei più ostici.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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