Contro-storia della “guerra fredda”

Bruno Guigue, Entelekheia 12 settembre 2018

Dall’Ucraina all’affare Skripal, dalla Siria al Russiagate, i notiziari offrono la razione giornaliera di ciò che va definita nuova “guerra fredda”. Come ai bei tempi andati, il mondo è diviso tra il bene e il male, e c’è una valanga impressionante di propaganda. Non è una novità. Per accreditare una minaccia sovietica sospesa come la Spada di Damocle sulle democrazie occidentali, fu ripetutamente affermato fino agli anni ’80, che l’arsenale militare dell’URSS era di gran lunga superiore a quello degli Stati Uniti. Ma era completamente sbagliato. “Durante questo periodo, osserva Noam Chomsky, furono fatti grandi sforzi per presentare l’Unione Sovietica più forte di quanto fosse in realtà, e pronta a distruggere tutto. Il documento più importante della Guerra Fredda, il NSC 68 dell’aprile 1950, cercò di nascondere la debolezza sovietica che l’analisi non mancò di rivelare, così di dare l’immagine desiderata dello Stato schiavista che perseguitava inesorabilmente il controllo assoluto di tutto il mondo” (“Anno 501 la conquista continua”, 1994).
Questa minaccia sistemica era davvero una finzione. L’arsenale sovietico era sempre inferiore a quello dei suoi avversari. I leader dell’URSS non hanno mai considerato l’invasione dell’Europa occidentale, per non parlare della conquista del mondo. In effetti, la corsa agli armamenti, e in particolare le armi nucleari, è una tipica iniziativa occidentale, una sorta di applicazione alla questione militare del dogma liberale della competizione economica. Ecco perché questa competizione mortale, in cui l’apocalisse atomica si avvicinò almeno una volta, nell’ottobre 1962, venne mantenuta coscientemente da Washington all’indomani della vittoria degli alleati su Germania e Giappone. Cinicamente, il campo occidentale aveva due buoni motivi per provocare tale competizione: la guerra aveva esaurito l’URSS (27 milioni di morti, il 30% del potenziale economico distrutto) e arricchito in modo fantastico gli Stati Uniti (il 50% della produzione industriale mondiale nel 1945). Forgiata dal conflitto mondiale, tale supremazia economica senza precedenti creò le condizioni per una politica estera aggressiva. Certo, tale politica ebbe un abito ideologico: la difesa del “mondo libero”, della democrazia e dei diritti umani dal “totalitarismo sovietico”. Possiamo anche misurare la serietà di tale motivazioni democratiche col sostegno dato da Washington nello stesso periodo alle dittature di destra più sanguinarie. Ma questa politica imperialista, in accordo con la dottrina forgiata da George Kennan nel 1947 (il contenimento del comunismo), aveva soprattutto un obiettivo occulto: il progressivo esaurimento dell’Unione Sovietica, severamente testata dall’invasione hitleriana, con una competizione militare in cui il sistema sovietico sperperava i mezzi che avrebbe potuto dedicare allo sviluppo. È chiaro che tale politica diede i suoi frutti, da Harry Truman (1945-1952) a George WH Bush (1988-1992).
Sorpresa da un capitalismo occidentale che godette di condizioni estremamente favorevoli dopo la Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica finì per lasciare la scena nel 1991 dopo una competizione perdente. Eppure nulla sembra essere cambiato e la guerra fredda continua ancora oggi. A quasi trent’anni dalla scomparsa dell’URSS, l’ostilità occidentale nei confronti della Russia non sparisce. “Da Stalin a Putin”, una storia in cui la buona coscienza occidentale trasuda tutti i difetti dall’altra parte, accusando una potenza malvagio la cui resilienza rappresentava una minaccia irresistibile al cosiddetto mondo civilizzato. Come se il confronto est-ovest dovesse assolutamente sopravvivere al potere comunista, si persiste nel designare in Russia d’oggi una sorta di nemico sistemico, l’impero del male sovietico semplicemente ridipinto con i colori russi per il bisogno attuale.
Agli occhi delle élite dominanti occidentali, è giusto credere che Mosca rimanga Mosca e che la minaccia proveniente dall’oriente resista ai cambiamenti politici. Comunismo o no, l’agenda geopolitica del “mondo libero” rimane irriducibilmente anti-russa. In un certo senso, i russofobi di oggi pensano come il Generale De Gaulle, che notò la permanenza della nazione russa sotto la vernice sovietica. Ma gli ossessionati dall’orco di Mosca traggono conclusioni diametralmente opposte. Visionario, fieramente legato all’idea nazionale, il fondatore della Quinta Repubblica trovò in questa permanenza una buona ragione per dialogare con Mosca. I russofobi contemporanei, al contrario, lo vedono come pretesto per lo scontro infinito. De Gaulle voleva andare oltre la logica dei blocchi allentando le tensioni con la Russia, mentre oggi mantengono le tensioni per saldare coll’odio anti-russo il blocco occidentale. Il discorso dominante in occidente durante la prima “guerra fredda” (1945-1990) continuò ad accusare dello scontro l’espansionismo sovietico e l’ideologia comunista. Ma se la guerra fredda continua oggi, è la prova che un discorso del genere era fuorviante. Se il comunismo fosse stati responsabile della guerra fredda, il crollo del sistema sovietico avrebbe suonato la campana a morto di tale confronto, e il mondo avrebbe cambiato pagina del conflitto erroneamente attribuito all’incompatibilità tra due sistemi. Ma non è così. La Russia non è più comunista, e l’occidente, vassallo do Washington, lo accusa ancora dei peggiori orrori, ne espelle i diplomatici con false pretese, infligge sanzioni economiche, esercita pressione militare ai suoi confini, ne bombarda gli alleati Medio Oriente, e gli conferisce persino il potere machiavellico di eleggere un suo candidato alla Casa Bianca. Tale rinascita dell’isteria anti-moscovita è tanto più significativa in quanto riesce a superare un decennio, gli anni ’90, il cui tono geopolitico era molto diverso. Ma questa volta è finita. Finito il tempo in cui la deliquescente Russia di Boris Eltsin (1991-2000) aveva i favori del “mondo libero”. Sottoposta a una “terapia d’urto” liberale e posta in orbita occidentale. L’aspettativa di vita della popolazione diminuì di dieci anni, ma questo dettaglio contava poco. La Russia entrò nel meraviglioso mondo dell’economia di mercato e della democrazia occidentale. Il suo gruppo dirigente ricevette i dividendi di una resa adulta dall’occidente. Sfortunatamente per quest’ultimo, questa luna di miele finì nei primi anni 2000. La Russia alzò la testa. Con Vladimir Putin riacquistò la sovranità e difeso i suoi interessi nazionali. Fermò gli oligarchi e riprese il controllo dei settori chiave dell’economia, in particolare l’energia, che gli squali della finanza globale guardavano bramosi.
Questa improvvisa rinascita provoca un putiferio in occidente. Dopo aver superato l’interludio provvidenziale, dal punto di vista occidentale, dell’era Eltsin, il contenimento del comunismo riprese servizio nella forma di frenetica demonizzazione della Russia. Finché promise fedeltà agli occidentali, la debilitata Russia degli anni ’90 non l’offese: aveva ripristinato la legge comune delle nazioni che guardavano saggiamente allo stendardo a stelle e strisce. Ma quando si emancipò da tale tutela, la seducente Russia di Vladimir Putin suscitò un’insolita inquietudine. Come nella Guerra Fredda, Mosca viene accusata di tutti i mali. Una litania senza fine di nuovo invade i media del “mondo libero”. Una minaccia sistemica al mondo occidentale, pericolo mortale per i suoi interessi, fermento corrosivo dei suoi valori, comprensione bruta solo della forza, Stato canaglia impermeabile al codice di condotta delle nazioni civili: tutte sfumature del repertorio passato. Concentrato tutti i cliché russofobi, tale discorso aggressivo purtroppo non era solo tale. Atti fecero seguito. Per quindici anni, gli Stati Uniti hanno deliberatamente organizzato il confronto globale con Mosca dalla duplice caratteristica: nessun presidente degli Stati Uniti fece eccezione e si schierò su tre fronti principali. Il complesso militare-industriale lo richiede, sulla base della corsa agli armamenti che Washington innescando le ostilità. Nel 1947, gli Stati Uniti volevano “contenere” il comunismo bloccando l’Unione Sovietica con una rete di presunte alleanze militari difensive (NATO, SEATO, Patto di Baghdad). Negli anni ’90, l’URSS non esiste più. Eppure la politica statunitense è sempre la stessa, e l’alleanza atlantica sopravvive miracolosamente alla minaccia che avrebbe evitato. Peggio ancora, Washington allarga unilateralmente la NATO ai confini della Russia, violando l’impegno preso con Gorbaciov accettando la riunificazione della Germania in cambio della promessa di non estensione dell’alleanza atlantica al cortile ex-sovietico. Tale offensiva geopolitica della NATO aveva ovviamente un corollario militare. Fu prima l’installazione, nei nuovi Stati membri dell’Europa orientale, dello scudo antimissile statunitense. Impensabile al tempo dell’URSS, tale dispositivo pone la minaccia del primo attacco a Mosca e rende obsoleto qualsiasi accordo sul disarmo nucleare. Fu allora la moltiplicazione delle manovre militari congiunte ai confini occidentali della Federazione Russa, dal Baltico al Mar Nero. Per non parlare, ovviamente, dello sfondo di tale dimostrazione di forza: il colossale bilancio militare statunitense che rappresenta la metà della spesa militare globale, terminando nel 2018 col massimo di 700 miliardi di dollari. In costante aumento, equivale a 9 volte quello della Russia (13 volte se si tiene conto del budget militare della NATO). Inoltre, la maggior parte delle nuove spese aumenta la capacità di proiezione delle forze e non ha carattere difensivo, in accordo con la dottrina dell'”attacco preventivo” imposta dai neoconservatori dal 2002. In questa campo, non si ferma, e Donald Trump annunciava nel luglio 2018 che avrebbe persino creato una “forza spaziale” separata dall’US Air Force per impedire a russi e cinesi di dominare questo nuovo teatro di operazioni.
Dopo la corsa agli armamenti, la destabilizzazione del “vicino estero” fu il secondo fronte aperto da Stati Uniti e loro vassalli contro Mosca. Fomentando il colpo di Stato in Ucraina (febbraio 2014), intendevano staccare questo Paese dal suo potente vicino per isolare ulteriormente la Russia, sulla scia delle “rivoluzioni colorate” avvenute nell’Europa orientale e nel Caucaso. Dal 2014 l’Ucraina è in preda di una gravissima crisi interna. Il colpo di stato portava al potere una cricca ultranazionalista la cui politica umiliava la popolazione di lingua russa delle regioni orientali. Tale deliberata provocazione delle autorità usurpatrici di Kiev, sostenuta da gruppi neonazisti, spinse i patrioti del Donbas alla resistenza e alla secessione. Ma alcun carro armato russo occupa il territorio ucraino e Mosca ha sempre favorito la soluzione negoziata di tipo federale. La NATO stigmatizza e sanziona la Russia per la politica nei confronti dell’Ucraina, mentre l’unico esercito che uccide gli ucraini è quello di Kiev, celebrato dalle potenze occidentali. In questo “vicino estero”, è chiaro che è l’occidente che apertamente sfida la Russia ai suoi confini, non il contrario. Cosa diremmo a Washington se Mosca guidasse le manovre militari congiunte con Messico e Canada e provocasse apertamente la destabilizzazione del Nord America?
Dopo la corsa agli armamenti e la destabilizzazione del “vicino estero”, è sul terreno siriano che Washington si è impegnata a contrastare Mosca. Il piano di destabilizzazione in Medio Oriente risale ai primi anni 2000. L’ex-comandante in capo delle forze statunitensi in Europa, generale Wesley Clark, rivelò il contenuto di un memoriale del Pentagono classificato dall’ufficio del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: “Disse che avremmo attaccato e distrutto i governi di sette Paesi in cinque anni: avremmo iniziato con l’Iraq, poi saremmo andati in Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine Iran”. Clark descrsse il vero scopo dei neoconservatori del Pentagono: “Volevano che destabilizzassimo il Medio Oriente, lo rovesciassimo, per vederlo finalmente cadere sotto il nostro controllo. (Citato da F. William Engdahl, “The Discreet Charm of Jihad, Demilune, 2018). Questa strategia segreta era, ed è tuttora, volta a sgretolare il Medio Oriente in una miriade di entità etniche e religiose in competizione, deboli e manipolabili a volontà. L’attuazione di tale programma comporta la distruzione o smembramento degli Stati sovrani della regione, in particolare quelli che persistono nel loro rifiuto ad allinearsi all’asse Washington-Tel Aviv. Il tentativo di annientare lo Stato laico siriano, il principale alleato arabo dell’URSS, poi della Russia, è l’ultimo avatar di tale strategia, in cui Afghanistan, Iraq, Sudan, Libia e Yemen l’hanno pagata e continuano a pagarla fino ad oggi. Per raggiungere i suoi scopi, l’impero del caos orchestrava violenze destinate a destabilizzare Stati recalcitranti, come la Siria, fornendo nel contempo il pretesto per l’intervento militare, diretto o indiretto, presumibilmente volto all’eradicazione del terrorismo. In breve, la strategia dei “neocon” mira a mantenere il terrore mentre pretende di combatterlo, Washington approfitta della situazione su entrambi i fronti, qualsiasi progresso del terrorismo che giustifica la presenza armata degli Stati Uniti e qualsiasi sconfitta inflitta al terrorismo sono accreditati come loro fermezza contro tali forze del male. Tale straordinario stratagemma strategico fu provato con l’organizzazione del “jihad” antisovietico in Afghanistan alla fine degli anni ’70: Zzigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, organizzò il reclutamento di jihadisti in tutto il mondo, portandoli clandestinamente in Afghanistan via Pakistan. Lo scopo dichiarato di tale manovra era creare “un Vietnam sovietico”. Washington scatenò le tensioni in Afghanistan per costringere l’URSS a rispondere intervenendo presso il governo filo-comunista di Kabul. Venendo dall’aristocrazia polacca, Brzezinski era ossessionato dall’Unione Sovietica. Teorizzò la strategia per destabilizzare la “cintura verde” (musulmana) al confine meridionale dell’URSS. Ai suoi occhi, i jihadisti, ribattezzati “combattenti per la libertà”, erano le prime reclute per la “guerra santa” contro il comunismo ateo. Mosca cadde nella trappola di Washington, e questo errore gli costò caro. Per mettere in atto la destabilizzazione del governo afgano, gli strateghi della CIA si basarono sulla forza finanziaria saudita, che concesse ingenti somme alle bande armate. Infine, la logistica della jihad anti-sovietica passò da Usama bin Ladin, la cui organizzazione provvide al reclutamento per i combattenti che si riversano nel mondo musulmano. Dall’inizio degli anni ’80, il dispositivo terroristico presto conosciuto come al-Qaida agiva, coordinato e sponsorizzato dall’asse Washington-Riyadh.
In realtà, la “guerra fredda” non si è mai fermata. La corsa alle armi frenetica, la destabilizzazione del “vicino estero” e il caos organizzato nella “cintura verde” lungo il fianco meridionale della Russia sono i tre fronti aperti dagli strateghi di Washington negli anni 2000, per far rivivere il confronto est-ovest. Tale impresa egemone è uno sforzo a lungo termine che estende la strategia del contenimento sostenuta da George Kennan già nel 1947. Tale confronto giustifica lo sforzo militare di cui il presidente Eisenhower non ebbe nemmeno idea quando avviò il pubblico nordamericano, alla fine del suo mandato, sui pericoli del “complesso militare-industriale”. Aggrappati al loro sogno dell’egemonia globale, gli Stati Uniti oggi compensano coll’attivismo a tutto campo il declino della loro economia e il crollo del loro modello di società. Sostenuta dall’alleanza russo-cinese e russo-iraniana, la resistenza vittoriosa della Siria ha appena dato una lezione ai guerrafondai di Washington. Gli Stati Uniti si vantano di aver vinto la prima guerra fredda. Che vincano anche la seconda è improbabile. Come la precedente, si sono spinti ad imporre al resto del mondo il modello liberale, o cosiddetto tale, che gli garantisce dal 1945 accesso privilegiato a materie prime e mercati mondiali. Ma il successo economico della Cina e il rinascimento politico della Russia sono le basi monumentali gettate sulla stagnante fine egemonia. E le litanie su “democrazia” e “diritti umani” finiranno per stancare tutti coloro che vedono quale uso ne fanno i “Dottor Stranamore” di Washington.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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