La rinascita del Partito comunista indonesiano

Srechko Vojvodich, CommunismGR, 12 novembre 2017

Il seguente saggio tratta della ripresa dell’attività legale del Partito comunista indonesiano dopo 50 anni di proibizione. È un adattamento ed elaborazione della presentazione di Vladimir M. Soloveichik, pubblicata su Leningrad Internet TV e YouTube il 27 giugno 2016, in lingua russa. L’articolo offre interessanti informazioni sulla storia eroica e tragica del Partito Comunista non al potere più grande del mondo ed esprime l’ottimismo che le nuove generazioni di comunisti indonesiani continuino la lotta, unendosi al movimento marxista-leninista per la materializzazione dell’ideale comunista.

Prologo
Questo argomento ha grande importanza morale per noi comunisti. Qui parliamo del Partito Comunista Indonesiano, la cui storia è ricca di eventi, tragedie e coraggio dei comunisti e di crimini contro di loro commessi dalla reazione borghese. Ora, dopo un divieto di 50 anni, il Partito Comunista Indonesiano ha tenuto il suo congresso e riprende l’attività legale nel Paese.

Origini
Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo, uno dei più grandi partiti comunisti dell’Asia, il Partito Comunista dell’Indonesia aveva, al momento del divieto nel 1965, circa tre milioni di seguaci, tra cui due milioni di iscritti. Era il terzo partito comunista più numeroso del mondo, subito dopo il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e il Partito Comunista Cinese (PCC). La storia di quel partito iniziò nel maggio 1920. L’Indonesia è un Paese su un vasto arcipelago nel sud-est asiatico, che in quel momento era colonia olandese. Il socialdemocratico olandese Henk Sneevliet iniziò a radunare i compagni, lasciando i socialdemocratici olandesi e locali organizzò il congresso fondativo del partito, che entrò nella storia come Partito comunista indonesiano. Porta questo nome dal 1924. Chi era Henk Sneevliet? Già non molto giovane, quasi 40 anni, aveva accumulato molta esperienza nel lavoro sindacale nei Paesi Bassi e, in quanto tale, fu nominato rappresentante della sezione orientale del Comintern. Dopo aver fondato il Partito Comunista Indonesiano, andò in Cina, dove si trovò alla fondazione del Partito comunista cinese. Fu lui che organizzò, nel luglio 1921, il Congresso fondativo del Partito Comunista cinese a Shanghai. Non fu nientemeno che lui che invitò al Congresso, tra gli altri, un giovane studente dell’Università di Pechino, Mao Tse-tung, vedendo in lui i tratti del futuro leader comunista. Dopo aver lavorato nella sezione orientale del Comintern, Henk Sneevliet tornò nei Paesi Bassi e poi ruppe drammaticamente con la leadership comunista olandese, passando al trotskismo e poi separandosi da Trotzkij. Più tardi, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, deputato indipendente dell’Olanda, il rappresentante dei lavoratori Sneevliet guidò la resistenza clandestina olandese ed organizzò il più grande sciopero durante l’occupazione nazista dell’Europa occidentale contro l’hitlerismo, nel novembre 1941. Fu arrestato e giustiziato dalla GeStaPo di Hitler nell’aprile del 1942. Non aveva ancora 60 anni.
Il Partito fondato da Sneevliet si sviluppò come molti altri partiti orientali del Comintern, i partiti comunisti asiatici, attraverso il Terrore Bianco nel 1926, la lotta ai colonizzatori, l’occupazione giapponese e la resistenza armata agli alleati giapponesi di Hitler. Dopo la debacle del militarismo giapponese nel 1945, i nazionalisti indonesiani, guidati dal presidente Sukarno, iniziarono la lotta per l’indipendenza contro gli olandesi e il loro dominio coloniale. Il PKI sostenne Sukarno, come doveva fare qualsiasi forza patriottica, e ciò fu ricambiato con oscura ingratitudine. Non fu altri che Sukarno che, insieme ai nazionalisti e ai generali islamici, organizzò una provocazione armata nel 1948 coinvolgendo l’esercito e le formazioni armate del partito, il cui esito fu il sanguinoso massacro dei comunisti indonesiani, l’assassinio dell’allora Segretario generale della Comitato centrale del Partito comunista indonesiano, Munawar Musso, e del membro del Politburo Amir Sjarifuddin, ministro della Difesa nel governo di coalizione tra comunisti e nazionalisti, il governo anticolonialista di Sukarno. Tuttavia, comprendendo di dover ancora aver bisogno dei comunisti nella lotta contro i generali islamici e i colonizzatori olandesi, Sukarno evitò di bandire il PKI, sperando che i nuovi leader fossero più leali nei suoi confronti di Munawar Musso e Amir Sjarifuddin, che fece giustiziare. In realtà, al timone del Partito arrivarono Dipa Nusantara Aidit, Njoto, MH Lukman e alcuni altri, orientati verso il vittorioso Partito Comunista Cinese e la collaborazione del Partito Comunista Indonesiano con il PCC. Nel 1951, la piena attività legale del PKI fu ripristinata e quell’anno i comunisti indonesiani adottarono il programma di partito, che conteneva, come si rivelò in seguito, molti punti errati e confusi che costrinsero il Primo Segretario del CC del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, Stalin ad esprimere critiche al progetto di programma del PKI. Sfortunatamente, nelle condizioni di semi-legalità e terrore condotte contro il PKI dai generali islamici, in assenza di contatti diretti tra PKI e PC(b)US, le deliberazioni di Stalin raggiunsero la nuova leadership del PKI solo dopo l’adozione del nuovo programma. Invece di considerare queste critiche mentre sviluppavano l’attività, i leader del PKI scrissero una risposta a Stalin rifiutando praticamente tutte le considerazioni e mostrando l’aplomb dei neofiti: il loro leader Aidit non aveva allora 30 anni! Solo uno dei membri del Politburo, Rinto, in realtà il prof. Iskandar Subekti, marxista che parlava correntemente olandese, inglese e molte altre lingue straniere, istruito in Europa e che conosceva a fondo le opere dei classici del marxismo, espresse dissenso e scrisse una lettera a Stalin chiedendogli di abbozzare alcune idee sulle prospettive della rivoluzione indonesiana. Con stupore di Aidit e Njoto, Stalin rispose alla lettera di Subekti, invitandolo con altri comunisti indonesiani al 19° Congresso del PCUS nell’ottobre 1952. Subekti arrivò a Mosca e più tardi, nel dicembre del 1952, Dipa Nusantara Aidit con Njoto arrivò nella capitale dell’Unione Sovietica, dopo aver partecipato al Congresso del Partito Comunista dei Paesi Bassi. Così, ai primi del gennaio 1953, iniziarono le conversazioni di Stalin con la dirigenza del PKI su come muovere le forze, prospettive e carattere della rivoluzione indonesiana. Le conversazioni furono abbastanza interessanti e significative, tra amici. Stalin cercò di convincere i comunisti indonesiani che le sue conclusioni erano corrette. Nel complesso, ci riuscì. Sulla base di questi colloqui, Stalin compose un ponderoso documento il 16 febbraio 1953, indirizzato a Aidit: “Sul carattere e le forze mobili della rivoluzione indonesiana, sulle prospettive del movimento comunista in Asia orientale, sulla strategia e le tattiche dei comunisti sulla domanda agraria”. Di fatto, fu l’ultima opera teorica di Stalin, purtroppo ignota nell’URSS per molto tempo. Per la prima volta fu pubblicata in russo nel 2009, stampata direttamente dal suo manoscritto.
Questo originale manoscritto è conservato nell’Archivio Presidenziale della Federazione Russa, nel Fondo Stalin. Quest’ultima opera teorica di Stalin del 16 febbraio 1953, solo due settimane prima della scomparsa, è molto interessante, in primo luogo perché formulava il punto chiave della rivoluzione indonesiana: la questione agraria. Criticò i comunisti indonesiani quando scrivevano: “Combatteremo contro il feudalesimo”, senza chiarire di quali resti del feudalesimo nella società indonesiana parlavano e insistendo chiaramente che il PKI doveva puntare allo slogan sulla consegna della terra ai contadini indonesiani come proprietà privata e senza indennizzo, fornendo una spiegazione teorica per cui doveva essere fatto esattamente così, dato che la situazione agraria in Indonesia all’epoca era diversa dalla situazione agraria nella Russia pre-rivoluzionaria e dell’Europa orientale, quindi in Indonesia era esatto lo slogan della consegna della terra ai contadini indonesiani come loro proprietà privata e senza un compenso, mentre spiegava perché lo slogan sulla nazionalizzazione della terra non avrebbe funzionato nella situazione data. È esattamente in questo lavoro che Stalin sollevò la questione del Fronte nazionale, mettendo in guardia la leadership del Partito Comunista Indonesiano sul possibile assorbimento del Partito da parte della borghesia nazionale, sulla conversione del Partito in appendice del presidente Sukarno e della sua cricca, in modo che i comunisti dell’Indonesia non divenissero pedine nella lotta di clan tra nazionalisti e islamisti, tra colonizzatori diretti e loro complici, in modo da condurre una linea autonoma di alleanza tra classe operaia e contadini e sottolineando che più forte era l’alleanza, più solide sarebbero state le posizioni del Partito nel Fronte Nazionale. Il lavoro è interessante di per sé, per l’approccio completamente non dogmatico. Ad esempio, analizzando la situazione agraria in Russia alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin valutò positivamente non solo il programma agrario dei bolscevichi ma anche dei socialisti rivoluzionari (SR), definendoli entrambi “partiti socialisti”. Dichiarò inoltre che l’ottobre fu vittorioso grazie all’alleanza della classe operaia coi contadini, che si materializzò politicamente nelle azioni comuni dei due partiti socialisti, bolscevico e socialista rivoluzionario, una visione assolutamente non tradizionale nelle scienze sociali sovietiche del tempo!
In questa situazione, il PC indonesiano si armò, naturalmente, di tutti questi chiarimenti. Le formulazioni di Stalin trovarono il loro posto anche nella una nuova versione del Programma, adottata nel 1954, e in un grande lavoro teorico di Aidit, pubblicato l’anno dopo. Naturalmente, date le circostanze della campagna di Krusciov per screditare la lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo, sotto l’apparenza insensata dell'”anti-stalinismo”, il nome di Stalin non fu mai menzionato in questi documenti e le sue formulazioni divennero note solo dopo la pubblicazione del testo in lingua russa nel 2009. In pratica, la semplice attuazione dei suggerimenti di Stalin per spostare l’attenzione del lavoro politico del PKI nei villaggi comportò una tale crescita del PKI in numero e forza che divenne il terzo partito comunista più potente del mondo! L’afflusso massiccio di contadini, la creazione di associazioni di contadini, guidate dai comunisti, il rafforzamento delle posizioni del partito nel movimento operaio, portarono a vittorie elettorali, nonché all’impulso della reputazione dei comunisti nella società indonesiana. Tre milioni di iscritti e seguaci, tra cui due milioni aderenti al Partito e un milione alle organizzazioni giovanili, sindacali, contadine, delle donne e altre guidate dai comunisti. Questi numeri parlano da soli. E non sono miti, sono accuratamente documentati. La crescita delle contraddizioni sociali in Indonesia, mancata soluzione della questione agraria, peggioramento della situazione dei lavoratori, coperta da slogan nazionalisti e retorica antimperialista del presidente Sukarno e dalla sua amicizia con Krusciov; provocarono la graduale transizione del PKI all’opposizione al regime di Sukarno, anche se due dei suoi aderenti erano ancora ministri nel Gabinetto di Sukarno, uno dei quali era il membro del Politburo Njoto, e a un nuovo passaggio alle posizioni del maoismo, vedendo nel motto di Mao che il fucile porta al potere una soluzione semplicistica a tutti i problemi della società indonesiana. Le azioni di Krusciov vi contribuirono molto. Aveva incontrato Sukarno sempre presentandogli regali esclusivi del Tesoro dell’URSS, senza consultare nessuno, e definendolo “distinta figura progressista dei nostri tempi”, mentre trattava i comunisti indonesiani da servitori. A differenza di Stalin, che non risparmiava tempo o sforzi per convincerli sulla validità delle sue argomentazioni, Krusciov li trattava come un padrone che cammina altezzoso trattandoli da suoi servi: “Il capo ha parlato, punto! Chi non è d’accordo: esca!” Tutto questo contribuì all’atmosfera psicologica della transizione della leadership del PKI all’idea maoista di sviluppo del Partito. E questo fu una delle cause più importanti della tragedia avvenuta il 30 settembre 1965 e della successiva debacle del PKI, della liquidazione fisica di un milione di comunisti e di loro seguaci per mano della reazione borghese.

Incombente esplosione
In superficie e al centro di una marea di contadini analfabeti ma devoti, l’Indonesia era gestita con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria di Sukarno sul “socialismo indonesiano”, che dichiaratamente si adattava a tutti, dagli abitanti dei villaggi senza terra ai proprietari terrieri ereditari, con la borghesia compradore e la burocrazia dilagante al centro. In verità, vi furono dei risultati significativi, soprattutto nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, ma l’economia in generale declinò: all’inizio degli anni Sessanta, la produzione era inferiore ai livelli del 1940. L’industria lavorava a un quarto della capacità, principalmente per la cronica mancanza di materie prime, e il budget ricevuto nel 1961 era solo 1/8 delle entrate previste dal settore statale! Anche le costose apparecchiature importate inutilizzate in assenza di una pianificazione sistematica, furono spesso lasciate arrugginire o semplicemente rubate. In tali circostanze, il finanziamento per l’esercito si prosciugò e i comandanti badarono agli affari, fino al saccheggio delle proprietà dello Stato, al contrabbando e al traffico di droga. Molti giovani ufficiali, nati nella povertà, si unirono rapidamente a compradores e proprietari terrieri e il tutto favorì inevitabilmente lo sviluppo dei sentimenti militaristi e della visione del mondo avversa ai politici in generale, ma in particolare ai comunisti. Preparando le condizioni per l’instaurazione della dittatura e della soppressione di ogni resistenza, i militaristi indonesiani concentrarono gli sforzi sui villaggi. Dai tempi in cui fu introdotto lo Stato di emergenza, nel 1957, i comandanti dell’esercito gestirono tutti gli affari dei villaggi: nominarono e sostituirono gli anziani, gli amministratori e così via. Infatti, la cupola dell’esercito decise, come disse un giornalista statunitense, “di competere col PKI nel campo del lavoro con le masse”. Poi il ministro della Difesa, generale Nasution, assegnato alle truppe, avviò dopo il conflitto sull’Irian con l’Olanda tra il 1961 e il 1963, una “missione civica”, denominandola “operazione lavoro”. Quei soldati ararono le terre vergini insieme agli abitanti dei villaggi, costruirono e ripararono abitazioni, scuole, centri sanitari, strade, canali e dighe; distribuivano cibo e semi agli abitanti dei villaggi, ai quali insegnavano ad alfabetizzarsi e a purificare l’acqua. Alla luce della costante protrazione della riforma agraria, questa “missione civica” dell’esercito attirò molti contadini. Tuttavia, il lavoro utile era sempre accompagnato dal lavaggio del cervello propagandistico di soldati e contadini con spirito anticomunista. Secondo la dottrina di Nasution, l’attività “civica” delle forze armate era intervallata dalla preparazione per la “difesa del Paese” insieme ai contadini, come ai tempi della guerra contro gli olandesi. Tuttavia, questa volta “il nemico” non era estero, ma interno. I villaggi non furono preparati alla guerra, ma al terrore di massa. Scorte armate dei proprietari terrieri, distaccamenti di fanatici religiosi e bande criminali furono fusi in un sistema di formazioni terroriste stragiste. Come in America Latina, sarebbero diventati noti, diversi anni dopo, come “squadroni della morte”, dal nome di una di esse. Lo spazio di manovra del regime tra blocchi sociali e classi antagoniste si esaurì gradualmente, evolvendo verso la transizione di tutti i poteri nelle mani di uno di essi. La crisi nazionale generale poteva essere risolta solo in uno dei due modi: o attraverso
· la dittatura democratico-rivoluzionaria dei lavoratori, con l’egemonia del proletariato, aprendo una prospettiva socialista al Paese, o attraverso
· la dittatura reazionaria delle classi sfruttatrici, con l’egemonia della burocrazia corrotta (solo 100 ministri!) amalgamata ad imprenditori in divisa. I comunisti li chiamavano “cabiri” (capitalisti-burocrati).
Lo scontro si avvicinò inesorabilmente. Nell’agosto 1965 il presidente si unì pubblicamente all’appello del CC del PKI a “rafforzare l’offensiva rivoluzionaria”. Il procuratore generale dichiarò che la magistratura era pronta a liquidare i “cabiri”. A settembre, le forze di sinistra scesero più volte nelle strade di Giacarta con lo slogan “Morte ai cabiri!” L’8 e 9 settembre, i manifestanti comunisti assediarono il consolato statunitense a Surabaya. Il 14 settembre, Aidit invitò il Partito alla vigilanza. Infine, il 30 settembre, la Gioventù popolare e l’Unione delle donne organizzarono a Giakarta una manifestazione di massa contro l’inflazione e la crisi economica. Alla vigilia, durante una manifestazione studentesca, il presidente invitò apertamente a “distruggere i generali che sono diventati protettori dei controrivoluzionari”. Se questa non era una situazione rivoluzionaria, cos’era? Tuttavia, come Lenin avvertì ne “Il crollo della Seconda Internazionale”: “…non sempre ogni situazione rivoluzionaria porta alla rivoluzione; la rivoluzione nasce solo da una situazione in cui i summenzionati cambiamenti oggettivi sono accompagnati da un cambiamento soggettivo, vale a dire la capacità della classe rivoluzionaria d’intraprendere un’azione di massa rivoluzionaria è abbastanza forte da spezzare (o abbattere) il vecchio governo, che mai nemmeno in periodi di crisi, “cade” se non viene rovesciato”. Soprattutto osservò: “Non si può vincere solo con l’avanguardia. La vittoria richiede che non solo il proletariato, ma anche vaste masse di lavoratori oppressi dal capitale, arrivino con la propria esperienza al diretto sostegno all’avanguardia o, perlomeno, a una benevola neutralità e piena incapacità di sostenere il nemico”. Pertanto, il carattere oggettivo della base di massa della controrivoluzione indonesiana dimostrò che, in quella situazione, era inutile e anche peggio, mortalmente pericoloso, aspettare un più favorevole equilibrio di forze. C’era solo un modo per impedire la catastrofe: sfruttare tutte le possibilità per elevare la rivoluzione al nuovo stadio democratico popolare, aprendo non solo al proletariato ma anche alle masse piccolo-borghesi la prospettiva visibile di una vita migliore.

La battaglia persa
Il 30 settembre 1965 un gruppo di giovani ufficiali, per lo più della Guardia Presidenziale e dell’Aeronautica, cercarono di catturare e distruggere i vertici dell’Esercito, dalle posizioni islamiste. Cinque generali e il loro seguito furono uccisi ma la figura principale tra i comandanti catturati dagli ufficiali di sinistra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì, si nascose e poi lanciò, insieme al comandante dell’esercito Suharto, il contrattacco al Consiglio rivoluzionario, costituito da questi giovani ufficiali di sinistra. L’esercito aveva la superiorità numerica e il supporto delle truppe aviotrasportate e della Marina. La loro superiorità numerica sulla Guardia presidenziale e l’Aeronautica fu così grande che alla fine del giorno successivo, il 1° ottobre, distrussero il Consiglio rivoluzionario, che praticamente fu fatto a pezzi dal feroce assalto delle truppe di Suharto e Nasution. I leader del Consiglio rivoluzionario si nascosero nella base aerea di Halim e l’esercito l’assaltò. Esattamente in quel momento, né un giorno prima né un giorno dopo, la dirigenza del PKI dichiarò di sostenere il Consiglio rivoluzionario e il Movimento del 30 settembre! Nel momento in cui era già crollato, ed era abbastanza chiaro che i suoi avversari vincevano. Resta inteso che non fu facile convocare un congresso, una conferenza o il plenum del Comitato centrale. Ma il presidente del Comitato centrale, Aidit, non convocò nemmeno la sessione del Politburo. Cinque di loro, Aidit, Njoto, il primo vice di Aidit Saidman, il suo secondo vice Lukman e il membro del Politburo Sudisman, decisero di sostenere il Consiglio rivoluzionario. Poi, la mattina del 2 ottobre, quando la base aerea di Halim fu praticamente conquistata dai nemici della Rivoluzione, i comandanti islamisti, l’organo centrale del PKI pubblicò l’appello a sostenere il Consiglio rivoluzionario che, in quel momento, non esisteva più, e una dichiarazione della posizione del PKI.

Catastrofe
Va da sé che tutto questo fu il pretesto per massacrare i comunisti da parte delle forze islamiste. Incendiarono l’edificio del Comitato centrale, la redazione dell’organo centrale del PKI e la sua tipografia. In tutto il Paese, fanatici furiosi iniziarono a uccidere comunisti, in modi bestiali. Sul torace dei comunisti catturati e dei loro familiari incidevano martelli, falci e stelle a cinque punte; poi fecero lo stesso sulla schiena e sulla fronte; tagliarono i loro genitali; li sventrarono; l’impalarono, li decapitavano nei villaggi mettendo palizzate intorno ai villaggi con le loro teste in cima.. Il terrore di massa anti-comunista nell’ottobre del 1965 uccise 500000 membri del PKI mentre la sua leadership sperava che Sukarno li proteggesse. Ahimè, non successe niente del genere! Il 6 ottobre, Sukarno consegnò all’esercito il suo ministro e membro del Politburo del PKI Njoto, che giustiziò il giorno dopo; poi il 7 ottobre, il Primo Vicepresidente del CC del PKI Sakirman, e il Secondo Vicepresidente Lukman furono giustiziati. Aidit stesso scappò in un villaggio, cercando di organizzare la resistenza, ma fu catturato il 22 novembre 1965 dai paracadutisti e fucilato. Sudisman, che guidò il Partito dopo l’assassinio di Aidit, Lukman, Sakirman e Njoto, sopravvisse fino al 1967, organizzò la resistenza clandestina nelle città, ma fu catturato dal controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo ed ucciso dopo essere stato torturato in modo bestiale. Il 12 marzo 1966, su pressione di Suharto e Nasution, il presidente Sukarno, amico di Krusciov, decise di bandire il Partito Comunista Indonesiano. Il mese successivo, i sindacati furono banditi, così come altre organizzazioni di massa guidate dai comunisti. I fanatici islamisti furono sostituiti dalle truppe di controintelligence dell’ammiraglio Sudomo e dalle forze speciali che lanciarono il terrore di massa anti-comunista. Uccisioni per strade, detenzione di comunisti e membri delle loro famiglie nei campi di concentramento e loro esecuzione, uccisioni per mano di soldati, forze speciali, truppe di contro-intelligence, squadroni della morte islamici… Sembrava che un’ombra scura avesse coperto l’Indonesia. Tuttavia, un fattore umano giocò, come sempre, il suo ruolo e gli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo commisero un errore di calcolo. Il membro del del Politburo del CC del PKI Iskandar Subekti, messo da parte da Aidit e Njoto come elemento filo-sovietico, teorico, intellettuale ed oratore ma non organizzatore, l’uomo che non tenne mai tra le mani qualcosa di più pesante di una penna o una matita, rimase fuori della zona d’influenza degli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo, che conclusero fosse emigrato in Unione Sovietica a scrivere le memorie alla periferia di Mosca, o tenere conferenze sul marxismo nelle università europee. Tuttavia, Iskandar Subekti non emigrò ma andò invece nelle zone rurali del Giava Orientale, dove i comunisti avevano la maggiore influenza nelle associazioni dei contadini, e lanciò l’insurrezione dei contadini! Insieme ai suoi compagni: il leader della gioventù cominista indonesiana Sukatno e il vicepresidente del sindacato Ruslan Wijayasastra. L’esercito dei contadini iniziò ad attuare la riforma agraria, quella che Stalin scrisse nel 1953! La distribuzione delle terre dei proprietari terrieri ai contadini senza compenso ne fece una vera forza di massa. I distaccamenti armati di comunisti non solo combatterono i fanatici islamisti, ma schiacciarono le loro bande, espellendole dal territorio e assaltarono le forze militari e di polizia del regime di Sukarno. Allo stesso tempo erano in corso i preparativi per la costituzione di un fronte comune dei distaccamenti di tutti gli insorti su tutte le isole dell’arcipelago indonesiano, per l’istituzione di un comando congiunto e dell’Armata Rossa Indonesiana. Dopo le prime vittorie acquisirono armi pesanti.
I primi a riprendere il combattimento furono i diplomatici statunitensi, le spie degli Stati Uniti. spaventati dal fatto che l’Indonesia divenisse un altro Vietnam. Fecero forti pressioni su Sukarno e Suharto; diedero supporto finanziario e tecnico all’esercito indonesiano, nonché armamenti ed istruttori. Misero a tacere le contraddizioni tra i regimi malese e indonesiano, consentendo a Suharto di ritirare le truppe dal confine con la Malesia e organizzare, di fatto, la rappresaglia contro i territori rossi liberi. Avendo sia superiorità numerica e tecnica, che migliore addestramento, l’esercito indonesiano distrusse gli ultimi focolai di resistenza nel 1968. Il Prof. Iskandar Subekti, che incontrò Stalin, cadde e anche i suoi compagni Ruslan e Sukatno caddero insieme a migliaia di comunisti indonesiani…

Epilogo
L’ombra della reazione borghese cadde infine sul Paese e Sukarno, avendo venduto tutti e tutto, non era più necessario ai generali islamisti e fu gettato via nel nulla politico. Suharto divenne presidente e Nasution vicepresidente. Per più di trent’anni il Paese fu preda al terrore anticomunista. I comunisti furono uccisi o inviati nei campi di concentramento e nelle prigioni. Le ultime condanne a morte per la partecipazione agli eventi del 30 settembre 1965 furono eseguite alla fine del regime di Suharto, nel 1996. Per trent’anni la gente fu in carcere, in attesa nei bracci della morte. Tuttavia, scoppiò la crisi finanziaria asiatica. Dato che il regime di Suharto e Nasution non risolse alcuno dei gravi problemi economici, non solo non migliorò la situazione dei lavoratori ma, anzi, la peggiorò, massicce dimostrazioni popolari spazzarono via questo regime come mera spazzatura politica. Il presidente Abdurrahman Wahid, che fu il primo presidente eletto dell’Indonesia dopo le dimissioni di Suharto nel 1998, dichiarò l’amnistia generale e chi era da trenta e più anni nelle prigioni e nei campi di concentramento iniziò ad uscire. Nel 2000 cercò di legalizzare l’attività del Partito Comunista invocando la Costituzione. I generali, tuttavia, si opposero. Ugualmente infruttuoso fu il secondo tentativo di legalizzare il PKI nel 2009, gli islamisti obiettarono sostenendo che non fosse ammissibile avere in Indonesia un partito che dichiarasse apertamente il suo ateismo.

Boccioli testardi
Tuttavia, nel 2004 e dopo quarant’anni, tutte le limitazioni relative ai diritti civili dei comunisti furono rimosse. Cominciarono a comparire circoli marxisti, organizzazioni comuniste aziendali, studentesche, ecc. Inoltre, il Comitato estero del PC dell’Indonesia lavorò per 50 anni tra la numerosa emigrazione indonesiana in Europa e in Cina, tra i leader degli attivisti di sinistra indonesiani, sebbene senza connessione diretta con la madrepatria. Infine, la crescita delle contraddizioni sociali, lo sviluppo della lotta di classe e del capitalismo in Indonesia, così come il coraggio e la tenacia dei comunisti indonesiani costrinsero il regime a cedere. Eccoci nel giugno 2016, il PC dell’Indonesia riprende l’attività legale. Tuttavia, le autorità non hanno revocato il divieto. Pertanto, il prossimo congresso del PC dell’Indonesia sarà considerato il primo, e non l’ottavo, dopo il settimo del 1962, come se il Partito fosse costituito da zero. Tuttavia, il Partito manterrà il nome: Partito Comunista dell’Indonesia e i suoi simboli fondamentali: la bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Ciò vale per l’ideologia del marxismo-leninismo e la leadership collettiva. Il Partito unirà tutti coloro fedeli alle idee comuniste nei lunghi decenni di clandestinità, sotto Suharto o nell’emigrazione, tutti coloro che erano e rimangono comunisti.

Conclusione
La ripresa dell’attività legale dei comunisti indonesiani è di per sé un importante evento morale, indipendentemente da come si svilupperà il PKI, quale ruolo giocherà nella vita politica e sociale del Paese e quanto i comunisti riusciranno ad avere la fiducia delle masse, dei lavoratori. Dimostra che le idee del comunismo non possono essere squartate, abbattute o bruciate vive. Non possono essere uccise o bannate. Anche dopo cinquanta anni di divieto, come è successo in Indonesia, continuano la loro strada, sotto la stessa bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Questa è l’ideologia fondata dai nostri grandi maestri: Marx, Engels e Lenin!
Siamo sicuri che la nuova generazione di comunisti indonesiani continuerà le tradizioni dei maestri: Munawar Musso, Iskandar Subekti e molti, molti altri che caddero nelle mani degli islamisti, della reazione militare e borghese. Siamo sicuri che il Partito Comunista Indonesiano si unirà al movimento comunista internazionale, all’esercito dei combattenti per il comunismo e il socialismo. Pertanto, auguriamo con tutto il cuore ai comunisti indonesiani, a nome di tanti compagni, la vittoria nella lotta per la nostra causa comune, la materializzazione del nostro ideale comunista!
In sintesi: il comunismo non può essere ucciso, non può essere vietato. L’idea rossa, l’idea di giustizia sociale e fratellanza dei lavoratori di tutte le terre, dell’uguaglianza sociale vinceranno, indipendentemente dagli ostacoli!
Così sarà!

Giugno 2016

Riferimenti principali:
· Presentazione di Vladimir M. Solovejchik su Leningrad Internet TV, 27 giugno 2016
· ТЯЖКИЙ УРОК ИСТОРИИ: К 50-летию антикоммунистического геноцида в Индонезии автора А.В. Харламенко © Рабочий Университет им. И.Б. Хлебникова 2007 – 2016
· Pretesto per la strage: il Movimento del 30 settembre e il colpo di Dtato di Suharto in Indonesia, John Roosa, Univ. di Wisconsin Press, 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Intervento del Ministro Mualam alla 73esima sessione dell'UNGA Successivo The US Military-Industrial Complex’s Worst Nightmare: The S-300 May Destroy and Expose the F-35