Bannon crea la ‘War Room’ per vincere le elezioni europee, e questo non è interferire?

Finian Cunningham SCF 25.09.2018

Una caratteristica della decadenza imperiale è l’hubris sfrenato. Data l’arroganza sempre più acuta mostrata da funzionari, personaggi pubblici e media degli Stati Uniti, si può concludere tranquillamente che nell’impero accelera la decadenza. Un recente esempio spettacolare sono le visite in Europa del segretario alla Difesa statunitense James Mattis e di Steve Bannon, ex-assistente del presidente Trump. Bannon si rivolgeva a un forum di destra in Italia dichiarando che avrebbe dedicato “l’80%” del tempo ad aiutare i partiti anti-UE a vincere seggi nelle prossime elezioni parlamentari europee di maggio 2019. Bannon aveva detto che costituisce un comitato di coordinamento, chiamato “The Movement”, a Bruxelles, da dove il suo piano politico dirigerà “sala di guerra” in Europa per garantirsi che i partiti anti-UE e anti-immigrati ottengano un terzo dei seggi alle elezioni parlamentari del blocco dei 27 membri. In breve, una dichiarazione di guerra politica. Impenitente. Diretta. Arrogante. L’ideologo ed ex-banchiere di Goldman Sachs, accusato di incitamento al razzismo e al neofascismo negli Stati Uniti, appoggia apertamente i politici nazionalisti in Europa, dall’inglese Nigel Farage alla francese Marine Le Pen, dall’ungherese Victor Orban all’italiano Matteo Salvini. Bannon minaccia esplicitamente di sbandare l’Unione europea, che considera con disprezzo per ciò che chiama suo “marxismo culturale”. Nel frattempo, all’inizio della settimana scorsa, il capo del Pentagono James Mattis si trovava in Macedonia, dove dava pieno sostegno al voto favorevole al referendum nel Paese. Il plebiscito che si terrà questo fine settimana deciderà se il piccolo Paese balcanico può aderire all’alleanza militare della NATO e all’Unione europea. È un voto cruciale per il Paese. L’ironia di tale combinazione di ipocrisia statunitense è davvero sbalorditiva. Negli ultimi due anni, politici e media statunitensi hanno sempre accusato la Russia d'”interferire” nella loro democrazia. In primo luogo, nelle elezioni presidenziali del 2016, e ora in vista del voto al Congresso di medio termine, a novembre. Alcuna prova credibile è mai stata presentata per suffragare tali sensazionali accuse alla Russia, che alcune teste calde come il defunto senatore John McCain arrivarono a denunciare per aver commesso “un atto di guerra”. Le stesse accuse basate su allusioni “altamente probabili” furono piazzate contro la Russia per “ingerenza” nei sondaggi europei, come il referendum sulla Brexit nel giugno 2016, le elezioni presidenziali francesi nel maggio 2017 e ora il referendum in Macedonia.
Mentre nella capitale Skopje la settimana scorsa aveva detto ai macedoni di votare per la NATO, Mattis ebbe la faccia di tolla d’accusare la Russia d’interferire nel referendum. Al solito, Mattis non fornì alcuna prova, ed anche ammise di non sapere quanto sia stata efficace l’influenza presunta della Russia sulle intenzioni di voto, il che significa che gli Stati Uniti non hanno idea se la Russia davvero cerchi d’intromettersi o meno. Ma ciò che sappiamo, secondo i media statunitensi, è che Washington chiede a gran voce un sì nel referendum macedone, con tanto di appello personale del presidente Donald Trump. Inoltre, secondo i media statunitensi, Washington versò milioni di dollari nel Paese dei Balcani per “contrastare le campagne sui social media” per un voto negativo. Gli Stati Uniti dicono che l’alluvione di denaro è volta a contrastare la presunta “influenza russa”, ma una spiegazione più diretta è che Washington sia in realtà la potenza straniera che influenza per il sì al voto. Mosca negava con veemenza ogni interferenza nel voto macedone, così come tutte le altre cosiddette campagne d’influenza, dagli Stati Uniti alla Brexit. Il referendum in Macedonia è un tema fortemente contestato tra i suoi 2,1 milioni di abitanti. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti trovava a luglio che il Sì era sostenuto solo dal 57% dell’elettorato. Molti macedoni sono contrari alla proposta del referendum di cambiare il nome del Paese in Repubblica del Nord della Macedonia, che quindi aprirà la strada a NATO e UE. Secondo quanto riferito, un’ardente campagna di non voto, con piattaforme social media utilizzate per argomentare contro il nuovo nome e, in secondo luogo, per aderire alla NATO guidata dagli Stati Uniti. Per molti cittadini, il nome storico “Macedonia” dovrebbe essere indipendente e non essere modificato col qualificatore “Nord”. Dicono che tale mossa è una deferenza inaccettabile verso la Grecia, che ha anche una provincia dallo stesso nome. In ogni caso, è un sconsiderato attribuire la campagna del No in Macedonia all’interferenza russa. Il primo ministro pro-NATO Zoran Zaev ha ripetutamente accusato la Russia d’intromettersi nel referendum. La Macedonia aveva espulso due diplomatici russi con la scuse dell'”ingerenza”. Il governo greco pure aderiva alle accuse dei media contro Mosca.
C’è interesse a sostenere tale narrativa anti-Russia. Se il referendum porta al Sì, allora Atene vince sulla lunga disputa sul nome della Macedonia. E i politici pro-NATO a Skopje raggiungeranno l’obiettivo d’ingraziarsi Washington. Parlando delle “attività maligne russe”, si calcola che i macedoni possano essere spinti a votare Sì per dovere patriottico.
La Russia è ovviamente contraria all’adesione della Macedonia alla NATO, diventando così il 30° membro dell’alleanza e segnalando ancora una volta l’inarrestabile espansione della forza militare multinazionale ai confini occidentali della Russia. Ma estrapolare dalla legittima opposizione di Mosca alla Macedonia che aderisce alla NATO le affermazioni d'”interferire” nel referendum è ingiustificato. Non ci sono prove, solo le solite confuse insinuazioni e russofobia. Dall’aperta dichiarazione di “guerra politica” di Steve Bannon all’Unione Europea e da James Mattis che impone ai Macedoni di votare per l’adesione alla NATO, il livello d’ingerenza statunitense nella politica europea supera tutto ciò che viene attribuito alla Russia e che, anche se quest’ultima ha qualche regione, non c’è. Dell’interferenza statunitense in altre democrazie, non c’è nulla di nuovo. Ricordiamo come uno dei primi piani della CIA americana fu comprare le elezioni nell’Italia del dopoguerra per sconfiggere i comunisti, per arrivare a come Washington gioì per la sua ingerenza nelle elezioni in Russia del 1996 a favore di Boris Eltsin. Gli USA si sono inesorabilmente intromessi in decine di Paesi per deciderne i risultati elettorali. Bannon e Mattis sono solo l’ultima sfacciata espressione delle attività malevoli degli Stati Uniti. Sullo sfondo di accuse infondate alla Russia, tale sfacciata ipocrisia statunitense è qualcosa da sopportare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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