Crisi del gruppo di Lima e richieste d’intervento

Mision Verdad 20 settembre 2018

Il Gruppo Lima, piattaforma promossa da Luis Almagro e dipartimento di Stato degli Stati Uniti come progetto parallelo alle organizzazioni internazionali tradizionali per produrre un accordo regionale contro il Venezuela e a sostegno delle sanzioni economiche, rilasciava una dichiarazione che respinge le dichiarazioni del Segretario Generale dell’OAS secondo cui alcuna opzione dovrebbe essere esclusa per rovesciare il governo di Nicolás Maduro, nemmeno l’intervento militare. Questa apparente manifestazione di condanna dello scontro diretto nel territorio venezuelano guidato dagli Stati Uniti è conseguenza di una linea narrativa che testa la possibilità di avanzare quel piano, basandosi sulla storia della “crisi dei rifugiati venezuelani”, sullo “Stato fallito” e la supposta minaccia che il Venezuela implica per la regione, in diversi ordini. Dichiarandosi seriamente contrari all’aggressione unilaterale alla Repubblica Bolivariana, i Paesi dell’area si dissociavano dall’approccio, esercitando del pragmatismo di fronte ai settori più ostili alla sovranità venezuelana. La principale prova dell’allontanamento è che l’idea dell’intervento militare in Venezuela viene spacciata con forza sui media e rafforza i responsabili di Casa Bianca e Pentagono, divenendo una minaccia credibile. Tale uscita diplomatica non è nuova. Nel settembre 2017 Donald Trump incontrò a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite l’ex-presidente Juan Manuel Santos e i presidenti di Brasile, Panama e Perù, incalzando la questione dell’invasione del Venezuela, proposta respinta dai Paesi consultati.

Assassinio fallito, richiesta d’intervento militare
Immediatamente dopo che il primo tentativo di assassinio con l’uso di droni a un Presidente veniva sventato, fu data ampia copertura, con dati imprecisi ed esagerando specifiche situazioni del fenomeno migratorio causato dalla guerra economica attuata contro il Venezuela dagli Stati Uniti. Considerando i media aziendali, questo problema supporta le pretese che mettono il Paese quale questione di sicurezza regionale di competenza degli Stati Uniti, l’agenda guidata da Almagro e dal senatore Marco Rubio. Entrambi hanno utilizzato la fabbricazione della “diaspora venezuelana” e la narrazione dello “Stato fallito” per progettare uno scenario in cui l’invasione militare sia fattibile. Nel seno del governo nordamericano c’è una disputa sulla politica estera da adottare contro il Venezuela. La disputa tra democratici e neoconservatori neoliberisti bipartisan, insieme alla loro scorta mediatica mondiale e a settori conversatori, ultranazionalisti e suprematisti bianchi rappresentati dal presidente Trump, aprendo un dibattito pubblico sui piani interventisti. La posizione di Almagro, in tal senso, risponde a questo contesto. Durante un viaggio al confine colombiano-venezuelano, il 14 settembre, il Segretario Generale dell’OAS ratificava la linea d’aggressione militare. In una conferenza stampa tenutasi al Simón Bolívar International Bridge, un sito per raccogliere rifornimenti che diano il tocco drammatico alla questione dell’immigrazione, disse che “l’intervento militare per rovesciare Nicolás Maduro non va escluso come opzione”. Un approccio superficiale alle testimonianze “strazianti” fu la manovra per fare pressione minacciando “aiuti umanitari”. I loro continui fallimenti nelle azioni per smantellare il Paese con la scusa delle denunce umanitarie, oggi s’intensificano nell’attuale contesto dell’ offensiva economica che il Presidente Maduro affronta coll’appoggio di importanti forze geopolitiche, in particolare Russia e Cina, lottando anche contro i sistemi finanziari controllati dagli Stati Uniti. Da qui, il punto in cui si manifesta l’accelerazione a cui non tutti gli attori politici sono disposti a partecipare. Marco Rubio avanza anche verso l’azione militare con un percorso chiaro, dopo che venne evidenziato su media di portata globale come Bloomberg e The New York Times, che resero pubblica la partecipazione di Washington a trattative con golpisti incaricati dell'”Operazione Costituzione” e altri piani. Da allora, e col formato della campagna mediatica migratoria (“la diaspora venezuelana”), il senatore repubblicano difese l’approccio delle “opzioni non scartate” per affrontare un problema continentale costato agli USA enormi risorse nei meccanismi non convenzionali dell’aggressione. Oltre a far parte del ruolo di “gendarme” nel Senato degli Stati Uniti, Marco Rubio approfitta della storia dell’esodo venezuelano per controllare i danni sul gruppo di Lima. La propaganda di falsità su miseria e fame tra la popolazione venezuelana, motivato moralmente della salvaguardia dei diritti umani, rappresenta l’occidente come “protettore” di tale causa. L’essenza che gli consente di invocare la “Responsabilità di proteggere” (R2P) quale dottrina dell’intervento umanitario. Infatti, dopo il comunicato degli 11 Paesi firmatari, Rubio sul suo account Twitter concordava sul fatto che “tutte le opzioni vanno sul tavolo nell’affrontare la crisi in Venezuela”, riferendosi a quanto espresso dall’ambasciatore colombiano negli Stati Uniti, Francisco Santos, nel primo atto come funzionario pubblico in quel Paese.

Bogotá: il sarto che prende le misure dell’invadente seme
Colombia, Canada e Guyana sono stati gli unici Paesi che non firmavano il comunicato del gruppo di Lima che respinge qualsiasi azione che implichi l’intervento militare. Le dichiarazioni dell’ambasciatore Santos assicurano che il cambio di regime è indispensabile per garantire la soluzione alla situazione venezuelana. Sostiene Almagro e sottolinea la mancanza di consenso col resto dei Paesi latinoamericani sulla considerazione delle possibilità per cui tale cambiamento si verifichi. In precedenza, il suo omologo a Bogotà Kevin Whitaker stabiliva il tono nel Paese subordinato nel dimostrare sostegno alle ultime operazioni d’informazione aggressiva, sullo sfondo della guerra all’amministrazione Trump per le violente dimissioni della leadership politica di Washington. In un’intervista al Tiempo, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia ribadiva che la Colombia ha il sostegno del suo Paese in caso di presunta aggressione dal Venezuela. Commentava l’iniezione ultima di dollari per la causa migratoria: 60 milioni di finanziamenti per l’intervento umanitario, mascherati da assistenza ai precari “centri per i rifugiati” installati nelle città di confine colombiane. L’insistenza su un presunto conflitto al confine della “tragedia venezuelana” fu indotta coll’approvazione della dirigenza politica nordamericana, che inviò ad agosto il segretario alla Difesa James Mattis coll’ordine del giorno prioritario di specificare le azioni che il nuovo presidente colombiano deve continuare per innescare lo scontro e giustificare l’attacco unilaterale al Paese vicino. “Sarà come la prima visita a un sarto”, disse il capo del Pentagono incontrando Ivan Duque per discutere la questione della sicurezza emisferica. Le misure furono prese con precisione dalla Colombia, che assume fin dalla fatidica frattura dell’opposizione venezuelana, che falliva col modello delle rivoluzioni colorate, la lobby interventista regionale.

Condizioni affrontate dal Gruppo Lima nel continente
Lo scisma è evidente nella regione: la breve integrazione collettiva dei Paesi per proteggere i piani per il caos economico e sociale tra la popolazione venezuelana non tiene il passo quando le politiche estere del potere frammentato degli Stati Uniti vengono ostacolate, scuotendo gli Stati soggiogati dell’America Latina. Quando i Paesi che beneficiano delle risorse fornite dal governo venezuelano si sacrificano per l’agenda sanzionatoria, come il Brasile, che sarebbe interessato dalla fornitura di energia elettrica in un’area del proprio territorio dalle azioni economiche coercitive che impediscono di ripagare Corpoelec, ci sono tali svolte nei rapporti col Venezuela. Un altro caso è l’Argentina, che ritiene che l’economia nazionale sia stata devastata dopo aver seguito la prescrizione degli advisor dell’FMI precarizzando la vita sociale con tagli finanziari ai settori pubblici, aumento del costo dei servizi di base e indebolimento della sicurezza sociale. Gli agenti incaricati di riprendere la via della Dottrina Monroe syi governi progressisti, attraverso interventi indiretti tramite infiltrazione (giudiziario nel caso brasiliano, politico nel caso ecuadoriano) dello Stato, ora vedono come la situazione s’inverta nelle rispettive amministrazioni. Sono schegge impazzite delle operazioni contro il Venezuela, quindi usa e getta. Pedro Pablo Kuczynski, ospite iniziale del gruppo Lima, lo testimonia. In effetti, sostenere l’intervento militare estero in Venezuela significherebbe per quei governi, che avevano firmato l’ultimo comunicato del Gruppo di Lima, un’ambigua decisione politica, poiché non solo i disastri umanitari derivanti da tali invasioni sono vivi nella memoria (Panama 1989, Libia 2011, ecc.), ma avrebbe anche conseguenze regionali dirette nei Paesi confinanti col Venezuela o con rapporti commerciali e diplomatici con esso di cui occuparsi. La Colombia, d’altra parte, sembra avere ragioni e interessi sufficienti per suscitare una guerra, perché con essa cercherebbe di garantirsi il controllo di una zona strategica (l’occidente venezuelano) per il corridoio del narcotraffico, così come petrolio e benzina, risorsa essenziale per la produzione di cocaina e suo trasporto. Nel contesto del golpe coll’invasione militare, si prevede che i cartelli della droga rimarrebbero, i cui interessi convergono strettamente con le dinamiche para-economiche della potenza nordamericana. Ciò è illustrato dalla domanda: “Come soddisfare i settori governativi degli Stati Uniti frenando il business che sostiene l’economia colombiana, la parapolitica e gli affari bellici, a loro volta coinvolgendo interessi di altri settori dello stesso Stato nordamericano?”

Proiezioni (realistiche) di un attacco unilaterale degli Stati Uniti
In tale delicato quadro, sembra non esserci accordo tra le élite statunitensi nell’attivare tale scenario, dato che le forze avversarie sono associate dalla campagna diffamatoria contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Tale conflitto interno, in primo luogo, determina più chiaramente le intenzioni degli Stati Uniti e ne massimizza costi sulla credibilità presso l’opinione pubblica. Secondo, legittima le denunce che lo Stato venezuelano fa di tutte le operazioni per cambiare l’ordine politico nel Paese. D’altra parte, dà margine di manovra agli attori politici che optano per il dialogo a scapito delle violenze, virando sulla diplomazia venezuelana. Nell’immediato, questo corso è apprezzato: l’incontro con il consigliere di Nicolás Maduro veniva confermato da José Luis Rodríguez Zapatero il 19 settembre. L’ex-premier spagnolo, che haveva respinto le pretese politiche sul flusso migratorio contestualizzando le sanzioni economiche, potrebbe partecipare al cambio di corso che i Paesi dell’OAS adottano sul Venezuela. In tal senso, Hugo de Zela, vicepremier del Perù che guidò la dichiarazione del gruppo di Lima, prevedendo la caduta dell’attuale presidente peruviano Martin Vizcarra, cercherebbe di “ingraziarsi la sinistra regionale per facilitare la propria elezione dopo l’eventuale dipartita di Almagro dal Segretariato Generale dell’OAS”, secondo Rafael Poleo della rivista Zeta. Quindi, una combinazione di interessi politici che si battono per un seggio al vertice regionale potrebbe abbassare i venti dell’intervento militare contro il Venezuela assediato minacciato da Washington. Le lotte interne e l’intenzione di conquistare i settori che difendono il discorso ufficiale delle aggressioni politiche e finanziarie a cui il Paese è sottoposto negli ultimi cinque anni, descrivono una tendenza regressiva sugli effetti degli attacchi internazionali, anche quando cercano di essere ancor più aggressivi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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