Brasile: una scelta decisiva

Juan Manuel Karg, Cuba Debate

Molte volte (noi) gli scienziati sociali che flirtiamo con l’ambito giornalistico siamo soliti usare parole rimbombanti per classificare una situazione che si avvicina. Decisiva, trascendentale, estreme: tutto quel carico di valutativo, qualche volta esagerato, in ogni minuto di ripercussione, avrà un significato concreto per le prossime elezioni presidenziali in Brasile. Ora sì, non erriamo la diagnosi: qualunque cosa accada, quel Paese muterà ancora di più di ciò che va cambiando sulla pelle, almeno dall’inizio delle mobilitazioni di strada che portarono all’impeachment senza responsabilità sfociata nella uscita di Dilma Rousseff dal Palazzo Planalto, in un chiarissimo, sempre più evidente col passare del tempo, golpe istituzionale.
Per primo: Jair Bolsonaro, che guida i sondaggi, Datafolha, IBOPE, CNT/MDA, con un discorso sempre più di destra, è il visibile risultato del crescente deterioramento della politica vissuta dal gigante continentale. Bolsonaro è l’erede di un Lava Jato disordinato, irregolare, separato dallo Stato di Diritto e dalle istituzioni che dovrebbero, da esso, emanare. Ma a sua volta rappresenta, per un settore della popolazione che già non crede alle promesse del progresso, l’idea di ordine, presente anche nella bandiera del Paese. Ordine di destra, ma ordine, alla fine per una parte dell’elettorato. Non solo Bolsonaro è visto al secondo turno: lo stesso Doria, del PSDB, manifestava, per l’ira di alcune linee nel suo partito, di pugnalare Juiz Da Fora che gareggia nel ballottaggio.
Secondo: Fernando Haddad sembra consolidarsi, secondo gli ultimi sondaggi, come l’alternativa a Bolsonaro. In realtà accompagna la stessa curva, salendo di pari passo con l’estrema destra, mentre si sgretola la storica promessa Marina Silva, che all’epoca fu consigliata dall’ecuadoriano Jaime Durán Barba. Haddad è il Campora Lula e avanza proprio perché promette il progresso che il detenuto a Curitiba aveva già dimostrato possibile nelle sue due presidenze, ciò cui anelano milioni di brasiliani oggi, nostalgici di un passato che sembrava per sempre presente. La sfida del Partito dei Lavoratori è far scendere Haddad dal piedistallo dell’accademia, dottore in filosofia ed autore di diversi libri, per portarlo sulle strade del nord-est, dove ruggisce il grido di un altro governo trablahista (PT), ed ai set televisvi. Mutando la pelle, dalle carte agli spot, qualcosa per cui lavora giorno e notte un team della comunicazione guidato dalla giovane promessa Otavio Antunes, col sempre influente Ricardo Stuckert responsabile dell’immgaine.
Più in basso nei sempre fallibili sondaggi, Ciro Gomes, a cui Haddad ha già, in modo intelligente, offerto pubblicamente spazio in un suo ipotetico governo; la stessa Marina; ed il candidato della destra tradizionale Alckmin che cade man mano che Bolsonaro sale.
Come si vede, un’elezione irregolare, un candidato imprigionato e poi inabilitato, un altro pugnalato, che inizia a mostrare alcune variabili logiche da diverse settimane. Il voto delle donne (il 52% del campione) potrebbe diventare il muro logico di contenimento della misoginia del candidato d’estrema destra: un gruppo su Facebook chiamato “Donne contro Bolsonaro” ha ottenuto 2 milioni di adesioni in breve tempo, tracciando una prospettiva che potrebbe avere ripercussioni dirette sulle urne. Sarebbe una buona notizia nel collasso generale, istituzionale, politico, economico, che il Brasile vive.
Come si vede, e senza esagerare, un’elezione decisiva.

(Tratto da pagina 12)

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