Gli sconvolgimenti geostrategici all’origine dell’ascesa del fenomeno khmer rossi

Sacha Sher Mondialisation 28 dicembre 2007 – Khmers Rouges
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Sacha Sher autore di Kampuchéa des “Khmers rouges”, essai de compréhension d’une tentative de révolution, l’Harmattan, 2004. Una parte della sua tesi di sociologia politica rivista è leggibile su Blog Khmers rouges.

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1) Introduzione
L’ideologia dei «Khmer rossi» s’inscrive in una lotta politica locale di trenta anni e in una certa cultura europea alternativa e plurisecolare, che aveva per scopo il rovesciamento definitivo dell’oppressione e creare, a tal fine, il comunismo statale più completo possibile, fino a collettivizzare i mezzi di consumo. Il loro comunismo s’inspirava, anche, ai modelli pratici esogeni e diversi, e soprattutto ai modelli vietnamita e cinese, che sembravano anche possibile superare. Ma da un punto di vista sociologico, la brusca irruzione della guerra ebbe una parte fondamentale nel modo con cui essi applicarono la loro politica, di volta in volta precipitosamente, radicalmente e inegualmente. In modo che l’accrescimento numerico e la radicalizzazione di questo movimento si siano realizzati su un lasso di tempo significativamente corto, sotto l’effetto degli eventi esterni e imprevedibili, soprattutto i combattimenti devastanti del 1970-1975 tra gli USA e il Nord-Vietnam.

2) La Cambogia intrappolata dalla «guerra del Vietnam»
Per rispondere alla cocente offensiva generale del Têt, nel 1968, gli USA intensificarono i loro bombardamenti a colpi di napalm, di bombe a frammentazione e di erbicidi. Per sfuggirvi, le truppe del Fronte Nazionale di Liberazione (F.N.L.) Sud-vietnamita, sostenute dal Nord-Vietnam, s’infiltrarono sempre più frequentemente dal lato di Prey Veng, di Svay Rieng e di Ratanakiri così, tra settembre 1968 e settembre 1969, i loro effettivi superarono da seimila a trentacinquemila circa. Per il presidente Nixon, l’obiettivo sembra esser stato reprimere i comunisti, accusati di sostenere i «vietcong», ma anche di spostare il fronte al Sud della Cambogia, e di fare anche dimenticare completamente l’impantanamento, e permettere una ritirata onorevole delle truppe statunitensi previsto nel Nord-Vietnam, e affidare più facilmente la guerra ai suoi servi. Dunque è stato proprio il governo statunitense ha estendere la guerra. E Sihanouk finì per pensare che la presenza statunitense sarebbe durata nella regione. Nel 1968-1969, aveva permesso all’esercito USA di penetrare nel Nord-Est della Cambogia, a Rattanakiri e a Mondolkiri, il feudo degli irriducibili comunisti cambogiani e sede di tre basi del F.N.L. su nove. Ciò non impedì di denunciare le diverse aggressioni «americano-sud-vietnamite» del 1968 e del 1969 nell’Est – distruzione di villaggi, di «ospedali», utilizzo di defolianti, ecc., aggressioni ricordate in un Libro bianco pubblicato nel gennaio 1970. Rivolgendosi solamente verso l’altro campo, il Principe domandava ai «comunisti asiatici», «se volessero o no spingere la Cambogia verso gli statunitensi continuando le loro infiltrazioni, la loro sovversione e il loro appoggio ai Khmer Rossi» (27.mo congresso dell’Assemblea Nazionale del 31 luglio 1969) – mentre si sapeva, adesso, che loro non li appoggiavano per nulla – poi riconosceva allo stesso tempo, nel 1969, il Governo Rivoluzionario Provvisorio della Repubblica del Sud-Vietnam, e riceveva la visita di Huynh Tan Phat per discutere del ripristino delle vie di rifornimento attraverso la Cambogia, destinate ai guerriglieri del F.N.L., riforniti di armi attraverso il porto di Kompong Som. Anche sua moglie, la principessa Monique, e il suo premier e futuro nemico pro-USA, Lon Nol, avevano dato l’autorizzazione per vendere riso al F.N.L. trattando delle compensazioni personali. Nel settembre 1969, dopo avere assistito ai funerali di Hô Chi Minh, Sihanouk cercò di nuovo il sostegno dei socialisti Vietnamiti, e ottenne l’assicurazione che avrebbero tolto il sostegno alla ribellione comunista in cambio della neutralità (complice) della Cambogia.

3) I seguaci, per non dire gli effettivi della guerriglia, aumentano sotto le bombe statunitensi
Sotto l’effetto delle bombe statunitensi, l’armata rivoluzionaria, che avrebbe contato su duemilaquattrocento combattenti, nel 1969, sarebbe giunta, verso la metà del 1969, a cinque o anche diecimila combattenti (secondo la CIA) e a diecimila nel 1970 (secondo il regime sihanoukista). Al contrario, secondo gli statunitensi, il 1970 fu marcato da sessantaseimila diserzioni (in un rapporto di Robert D. Heinl). Ben inteso, ogni cifra indicata da un nemico, non può essere che vaga. Ed è difficile misurare gli effetti dei bombardamenti. Potevano avere avuto un effetto dissuasivo, facendo fuggire i soldati meno agguerriti e più terrorizzati, ma anche aver condotto alla rabbia, come indicano certe testimonianze, e dunque al rafforzamento, infine, della guerriglia, dopo che ha avuto una formazione di qualche mese, soprattutto politica piuttosto che militare, i tempi per trasformare le reclute in partigiani e, quindi, in soldati e in ufficiali che sapessero difendersi e manovrare. Dunque se la guerriglia non contava che tremila veri soldati, nel 1970, tale albero poteva ben nascondere una foresta sempre più fitta. Secondo Pol Pot, il rapporto tra le truppe regolare e irregolari era il seguente: nel 1970, il suo esercito avrebbe contato quattromila combattenti regolari, di cui sessantasei nel Nord-Est, e cinquantamila riservisti, armati di fucili a pietra focaia, di granate, di mine e di archi e frecce. Pol Pot lodava la loro qualità: questi combattenti conoscevano i più nascosti angoli del terreno e eccellevano nell’arte di infastidire il nemico secondo l’obiettivo di «difendere attaccando».
Fino al marzo 1970, i problemi di comunicazioni rimanevano importanti tra le differenti «basi d’appoggio» (Mulathan Bang Ek), ma queste raggruppavano in totale circa sessantamila abitanti nel Nord-Est, nel Sud-Ovest e all’Est. Secondo il giornalista Richard Dudman, l’impresa «terroristica» dei bombardamenti aerei, contribuì ad unire gli abitanti dei villeggi e i partigiani che li accompagnavano nelle loro zone di ripiego [1]. Questi bombardamenti anonimi, erano veramente «cataclismatici, assurdi, il mondo moderno industriale s’abbatteva su di loro [2]». Nel 1971, periodo in cui i bombardamenti non avevano ancora raggiunto il culmine della loro intensità, il 60% dei profughi delle campagne diceva di aver voluto sfuggire ai bombardamenti statunitensi [3]. In totale, la metà dei rifugiati era fuggita dai bombardamenti del 1973 [4]. E quando questi bombardamenti finirono il 15 agosto 1973, i rifugiati fuggivano sia dalle zone dei combattimenti bombardate dall’esercito «repubblicano» e dalle zone controllate dalla «resistenza». L’esercito statunitense stesso riconobbe, nel luglio 1973, che «la popolazione [temeva] ben più gli attacchi aerei statunitensi che i razzi comunisti o la tattica della terra bruciata» [5]. I B52 volavano troppo alti per essere sentiti – 35000 piedi, più di dieci km. – e le loro bombe colpivano la popolazione all’improvviso. Inoltre i B 52, gli statunitensi e le forze repubblicane utilizzavano gli L-19 per la ricognizione e dei T-28, vecchi aerei sufficientemente lenti per la ricognizione e per bombardare istantaneamente il terreno [6]. Questi T-28, battezzati Lap Kat (da Slap Kat, ali mozze) erano temuti poiché volavano furtivamente, radenti al suolo e bombardavano i villaggi con il napalm facendo molte vittime [7] o devastando il bestiame [8]. Secondo una vietnamita di Kompong Speu, bombardata a partire dal marzo 1973, «i B52 sganciavano grosse bombe nella giungla e piccole bombe sulle strade». Le bombe provocavano molti morti e la terrorizzavano: «quando penso alla parola americani, pensavo alla morte». E M. Ponchaud raccontava come gli abitanti dei villaggi avevano spalancato i loro occhi quando gli venne mostrato un giornalista statunitense. «Senza dubbio, se l’immaginavano come un orco, la gola bardata di zanne» [9]. Dato l’effetto psicologico disastroso di questi bombardamenti, non era difficile l’estendersi della resistenza.

4) Valutazione dei bombardamenti
Le forze reali e, nell’arco di qualche mese, gli elicotteri statunitensi, finirono con l’abbandonare il terreno del Nord-Est ai comunisti vietnamiti e cambogiani, al fine di concentrarsi su altre zone, lasciando alle bombe statunitensi di finire il «lavoro». Gli USA non avevano truppe al suolo e bombardarono la Cambogia con più intensità del Vietnam o del Laos, per una durata molto più corta, tentando anche di compensare militarmente la propria debolezza o quella dell’esercito di Lon Nol. Lo storico dell’aviazione Earl Tilford stima che la Cambogia fosse «un dei paesi bombardati con più intensità nella storia delle guerre aeree». Dal marzo 1969 al 15 agosto 1973, con i B-52, che non risparmiarono più i villaggi, l’aviazione statunitense vi sganciò 539129 tonnellate di bombe a novemila metri d’altitudine – di cui 257465 dal 27 gennaio al 15 agosto 1973, con il culmine nel mese d’aprile – cioè il 350% del tonnellaggio totale sganciato sul Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale (160000 tonnellate) [10]. Secondo uno studio di Ben Kiernan e Taylor Owen pubblicato nel 2006-2007, il tonnellaggio avrebbe superato i 2,5 milioni, cioè un po’ più di ciò che gli osservatori indiretti avanzano per il Laos durante sei anni (2 milioni) [11] e più del totale delle bombe alleate durante la Seconda Guerra Mondiale. Qualche mese dopo gli accordi del 27 gennaio 1973, le Cambogia era divenuto il solo Paese dell’Indocina in cui gli statunitensi non si erano ritirati a vantaggio delle truppe locali, e il solo a subire praticamente tutti i bombardamenti tra gennaio e agosto 1973 [12].

5) La continuazione della mobilitazione guerrigliera con la collettivizzazione dell’economia
Kenneth M. Quinn data dal mese di giugno 1973 il passaggio dell’economia delle zone della guerriglia verso una collettivizzazione massiccia. Ometteva di ricordare il contesto: i bombardamenti statunitensi avevano raggiunto il culmine ad aprile, i Vietnamiti avevano abbandonato il terreno, e i rivoluzionari cominciavano a lanciare le loro prime offensive contro la capitale da giugno ad agosto 1973 [13]. La tattica statunitense era, come affermava Noam Chomsky, di rendere i rivoluzionari più duri di quanto lo fossero, o ancora di «togliere l’acqua» per «asfissiare il pesce» come nel Sud-Vietnam [14]? Michael Vickery indica che ci si aspettava, generalmente, ciò che i ribelli cambogiani fossero meno duri dei vietnamiti. Ora gli USA non volevano un socialismo moderato che avrebbe fatto degli emuli in Thailandia [15].
Ciò che è certo è che l’Angkar ha immaginato una collettivizzazione più spinta sarebbe stata il miglior mezzo d’assicurare la sopravvivenza della popolazione, controllando innanzitutto la produzione e la mano d’opera. E che la popolazione sotto choc, obbligata a nascondersi per sfuggire alle bombe, era più disposta a essere mobilitata e a consentire dei sacrifici. Secondo Thiounn Prasith, interrogato da Elizabeth Becker, l’attuazione delle cooperative permetteva di gestire le ore di lavoro: «Se c’erano dei bombardamenti il giorno», le persone «lavoravano di notte». D’altra parte nel 1973, «i vietnamiti costituivano il problema essenziale. Volevano comprare il riso. Mentre noi avevamo abolito il danaro. Se il popolo non aveva bisogno di soldi, se viveva in una cooperativa dove tutto gli era fornito dallo stato, non avrebbe venduto riso ai vietnamiti». Forse la misura mirava ad accelerare la partenza di qualche vietnamita che non ancora ritiratosi dopo gli accordi di Parigi del 23 gennaio 1973. D’altra parte, la gestione centralizzata dei prodotti del raccolto, contribuì a vincere la guerra del riso contro l’esercito di Lon Nol. Nel settembre 1978, Pol Pot affermava che prima della creazione delle cooperative, «i proprietari fondiari e i mercanti avevano raccolto tutto il riso per venderlo alla cricca di Lon Nol e ai vietnamiti. La parte povera della popolazione era a corto di riso … L’esercito rivoluzionario di Kampuchea, che combatteva al fronte, era a corto di riso e si nutriva di zuppa di riso a ogni pasto… Nel 1973 il Comitato Centrale del nostro Partito decise di creare delle cooperative di livello inferiore e superiore in tutta la zona liberata» [16]. Fino al 1972, i mercanti cinesi si erano, senza dubbio, sforzati di rifornire i due campi per potere transitare più liberamente. I comunisti stessi disponevano di emissari nella città, per acquistare derrate o medicamenti. Un quadro dichiarò che una buona parte della popolazione, rovinata o vicina al nemico e ai mercati, cercava i profitti e subiva l’influenza o le minacce del nemico. Bisognava, dunque, tagliare i rifornimenti del nemico, interdicendogli la vendita di qualsiasi cosa. Questa direttiva fu data a Kompong Speu nel 1972. [17]

6) La collettivizzazione statalista dall’alto, un’arma psicologica provvisoria, e, in definitiva un obiettivo politico che porta alla repressione
Contrariamente al campo repubblicano piagato dalla corruzione, i comunisti ripartivano in modo quasi equo le derrate disponibili. In più, la messa in comune delle risorse che permetteva, a più uomini validi, di partire per il campo di battaglia, con le loro famiglie assicurate dall’essere approvvigionate dalla collettività. Al momento dell’offensiva di Kompong Thom, gli abitanti della parte controllata dalle truppe di Lon Nol, dove i viveri mancavano, decisero di passare di notte nella zona rivoluzionaria. Perciò loro iniziarono a smobilitare ed a eseguire il cammino inverso nel 1973, dopo «l’applicazione di profonde riforme» da parte di uomini assai severi: umiliazione dei bonzi, lavoro faticoso per i giovani, interdizione delle case individuali, pasti collettivi che si limitavano a una semplice zuppa [18]. I documenti del 1974 e del 1975 mostrano che per il PCK, il monopolio del riso, del sale, dei vestiti, o della benzina, aveva progressivamente permesso di controllare l’economia e l’equipaggiamento (le macchine tramite la benzina). Il controllo totale dei mezzi di produzione da parte dello «Stato», era anche una maniera di costruire «una società propria e giusta» [19]. Egualmente a partire dal 1974-1975 che, almeno nella regione di Kampot, le terre cessarono d’essere possedute in privato. Le biciclette, i buoi, il pollame e i bufali furono confiscati. «Il problema, è che nessuno voleva riparare le biciclette. Poichè non si compravano pezzi di ricambio, le biciclette [divennero] inutilizzabili», si ricordava un abitante del Sud, nel 2001 [20]. Ciò che sottintendevano queste misure era anche trattenere la mano d’opera nelle unità produttive. E allontanarsi dal proprio villaggio era commettere un’infedeltà. Certi si rivolgevano ai capi, le persone che si spostavano molto erano delle spie (kmeng) [21]. Con questo fenomeno che s’amplificava, il controllo si rinforzava a ogni livello: nel 1974, quando dei quadri del F.U.N.K. furono rovesciati nella provincia di Kompong Thom, cinquantamila abitanti dei villaggi fuggirono nel Sud-Vietnam, a seguito di ciò il dispositivo di sorveglianza delle frontiere fu rinforzato. Ed è a partire da quel momento che la liberta individuale di movimento fu limitata, e molte persone si disillusero sui nuovi rivoluzionari [22].
Come si vede, per imprevedibili che fossero i bombardamenti statunitensi, non potevano che generare, nella loro scala, questa spirale che condusse alla militarizzazione, alla repressione interna e all’incatenamento di una popolazione diretta da comunisti in una cittadella assediata. Il movimento rivoluzionario, assai minoritario ed eterogeneo prima del 1970, non si ampliò che dopo il riallineamento insperato del principe e del vecchio re – il quale era sufficientemente deciso a vendicarsi dei parlamentari traditori che l’avevano rovesciato per offrire la sua benedizione ai rivoluzionari –, e dopo la prova dei bombardamenti avviati dagli USA e dal regime di Lon Nol. Da tremila a diecimila nel 1970, il numero dei suoi combattenti finì per raggiungere un totale di circa sessantamila al momento della presa di Phnom Penh [23]– dopo aver raggiunto i centoventicinquemila – cioè una curva di crescita identica a quella del F.N.L. vietnamita negli anni sessanta [24]. La direzione divenne allora più agguerrita e più determinata a imporre una rivoluzione che non divenisse già più un succedaneo.

Note
[1] Gli articoli di Dudman (The International Herald Tribune, 23-29/6/1970) sono citati da Serge Thion e Jean-Claude Pomonti in Des courtisans aux partisans, 1971, Gallimard Poche, p.278.
[2] Jonathan Neal, The American War, Vietnam 1960-1975, Bookmarks, London, 2001, p.153.
[3] Hildebrand & Porter, Cambodia: Starvation and Revolution, Monthly Review Press, New York, 1976, p.109, n.83, menzionano le interviste a rifugiati condotti da funzionari del General Accounting Office (Congressional Record, April 18, 1973, p.S7812).
[4] Kiernan, in Khmers rouges! Matériaux pour l’histoire du communisme au Cambodge, Hallier-Albin Michel, 1981, p.239.
[5] Ben Kiernan, Le genocide au Cambodge, 1975-1979, race, idéologie et pouvoir, Gallimard, 1998, p.35, cita Effectiveness of U.S. Bombing in Cambodia, 21/8/1973, p.2.
[6] L-9: Thion & Kiernan, Khmers rouges!, p.68. T-28 : entretien avec Serge Thion (22/2/01). Chasseurs-bombardiers: Haing Ngor, L’odyssée cambodgienne, pp.44-48.
[7] Chandler, The Tragedy of Cambodian History, Politics, War and Revolution since 1945, Yale University Press, New Haven and London, 1991, pp.192-194 e Pol Pot, frère numéro un, Plon, 1993, p.162. Ponchaud, Cambodge année zéro, réédition Kailash, 1998, p.55.
[8] Thion e Kiernan, Khmers rouges!, pp.55, 57, 64, 67. F. Debré, Cambodge, la révolution de la forêt, Flammarion, 1976, p.184.
[9] Carol Wagner, Soul Survivors, Berkeley, 2002, p.168. Ponchaud, id.
[10] Wilfred P. Deac, Road to the Killing Fields; the Cambodian War of 1970-1975, 1997, pp.175-176. William Shawcross, Sideshow, Kissinger, Nixon and the Destruction of Cambodia, pp.296-7 (En français, Une tragédie sans importance). Elizabeth Becker, When the war was over: The Voices of Cambodias’s Revolution and Its people, New York, Simon & Schuster, 1986, p.170. Chandler, Pol Pot…, p.162 (540 000). Khieu Samphan, avanzava la cifra di 150000 tonnellate al mese per il solo periodo febbraio-agsto 1973, («Ottenere la cessazione di ogni intervento americano in Cambogia», Le Monde diplomatique, novembre 1974, n°248, p.8).
[11] Cifre stabilite dopo l’apertura degli archivi sotto Clinton, vedasi «Bombs over Cambodia», Ben Kiernan e Taylor Owen, The Walrus, Canada, October 2006, o ZNet, «Bombs Over Cambodia: New Light on US Air War», mai 2007. La chronique d’amnesty, avril 2001, Far Eastern Economic Review, 23 déc. 1977.
[12] Kiernan presenta una carta statunitense dei bombardamenti durante questo periodo (How Pol Pot Came to Power: a History of communism in Kampuchea, 1930-1975, Verso, New Left Books, London, 1985, p.239).
[13] Wilfred P. Deac, Road to the killing fields; the Cambodian War of 1970-1975, Texas A & M University military history series; 53, 1997, pp.171, 175-6.
[14] G. Condominas e Richard Pottier, Les réfugiés originaires de l’Asie du Sud-Est…, p.118.
[15] Vickery, «Looking Back at Cambodia, 1942-1976», in Kiernan & Boua, Peasants and politics, p.111.
[16] Elizabeth Becker, When the war was over, p.162, 163 (Paris, p.153 [17] Serge Thion, «Journal de marche dans le maquis», in Khmers rouges!, pp.59, 65. Intervista del 23 febbraio 2001 con S. Thion che conosceva le persone incaricate dell’approvvigionamento degli emissari del FUNK a Phnom Penh. Aveva constatato la presenza di commercianti cinesi nel 1972, nella zona speciale presieduta da Vorn Vet tra Kompong Speu e Oudong. Era stato invitato per constatare la presenza d’una resistenza del FUNK puramente khmer, e non aveva potuto confermare la presenza di truppe vietnamite impegnate massicciamente al fianco del FUNK. Uno dei combattenti che lo riportava a Phnom Penh, gli sembrava essere vietnamita, ma non rispose quando gli si rivolse in vietnamita. Quando ritornò nella regione, nel 1981, gli abitanti lo riconobbero e gli raccontarono che una équipe era stata incaricata di precederlo nel suo tragitto per evitare i soldati vietnamiti sulla strada.
[18] Elizabeth Becker, When the war …, p.166. Debré, op. cit., pp.185
[19] Ben Kiernan, How Pol Pot …, p.368, citando una intervista di Steve Heder.
[20] Fabienne Luco, Entre le tigre et le crocodile, approche anthropologique sur les pratiques traditionnelles et novatrices de prévention et de gestion des conflits au Cambodge, pour le compte de l’UNESCO, octobre 2001, p.55.
[21] K. M. Quinn, The Origins and development …, p.94, cita Khmer Republic, Delegation to the 29th Session of the United Nations General Assembly, The Road to Freedom, october 1974.
[22] Fabienne Luco, Entre le tigre et le crocodile…, octobre 2001, pp.54, 56: «Nel 1973 (…) Hanno costituito dei nuovi capivillaggio e di comune. Erano diffidenti. Erano autoritari. Era vietato viaggiare», e 59: «Era vietato viaggiare soli. Si ci spostava in gruppo (…) Non si doveva deviare o si era puniti».
[23] Per tre o quattro miglia, Chandler, Pol Pot…, pp.142, 148, Hamel, Résistances au Vietnam, Cambodge et Laos (1975-1980), l’Harmattan, 1994, p.96. Ben Kiernan menzionava una valutazione della C.I.A da cinquemila a diecimila per la metà del 1969 («La Révolte de Samlaut», ultima pagina, in Khmers rouges!) e di diecimila secondo il regime di Sihanouk per il 1970 (How Pol Pot Came to power, p.284).
[24] Kiernan, How Pol Pot Came…, p.322, rinvia a un rapporto di Sam Adams, specialista della Cambogia nella CIA.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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