Maduro in Cina: il Venezuela punto di svolta dell’ordine internazionale

Mision Verdad 14 settembre 2018

Il Presidente Nicolás Maduro arrivava il 13 settembre a Pechino, capitale della Repubblica popolare cinese, per partecipare direttamente alla XVI Commissione mista composta da Cina e Venezuela. Il 14 gli accordi venivano firmati dal presidente venezuelano e dalla controparte Xi Jinping. Questa importante visita del presidente fu preceduta da tre incontri chiave del Vicepresidentessa della Repubblica Bolivariana Delcy Rodríguez, questa settimana. Rodríguez incontrava il presidente della Commissione congiunta della Cina He Lifeng, per rafforzare i legami di cooperazione in varie aree strategiche per entrambe le economie. Allo stesso modo, incontrava l’Amministratore delegato della Development Bank of China Zheng Jizh, una delle più importanti istituzioni finanziarie del settore pubblico del gigante asiatico, e il vicepresidente Wang Qishan, dichiarando, secondo CGTN, “che il Vostro Paese è pronto a lavorare col Venezuela per salvaguardare le nazioni in via di sviluppo”. Questi incontri furono organizzati per rafforzare la cooperazione bilaterale e i quadri dell’investimento nei settori strategici dell’economia venezuelana e cinese (petrolio, acciaio, oro, ecc.) per consolidare il piano di rilancio recentemente avviato dal governo venezuelano per smantellare le principali variabili della guerra economica.

Contesto e ragione della visita a Beijing
Risultato dell’annuncio del viaggio del presidente, sui social network si tentò di presentare Nicolás Maduro compiere una visita disperata e senza conoscere le autorità del gigante asiatico. Contrariamente a tale insulsa versione, il Ministero degli Esteri della Cina confermava che il Presidente Maduro si è recato in Cina su invito del Presidente Xi Jinping, coll’obiettivo di espandere le relazioni bilaterali con la premessa che “il governo e il popolo del Venezuela sanno gestire i propri affari interni in conformità col proprio sistema legale”. La visita di Maduro avveniva tra operazioni semi-segrete e pressioni internazionali dal governo degli Stati Uniti, per cristallizzare il cambio di regime. Sia New York Times (NYT) che il media finanziario Bloomberg attestavano come diversi ambiti della burocrazia nordamericana seguissero la via del colpo di Stato militare o l’opzione dell’intervento aperto da parte del Consiglio di sicurezza nazionale. Il mese prima, il Presidente Nicolás Maduro aveva subito un attentato per ucciderlo assieme all’alto comando politico e istituzionale della Repubblica. Giorni dopo, Bloomberg confermava che gli Stati Uniti sapevano del piano, ma fu solo con la fuga al NYT dell’8 settembre che fu confermato che, in effetti, l’amministrazione Trump aveva tenuto riunioni con ufficiali per preparare un colpo di Stato. A settembre, l’uso politico dell’emigrazione venezuelana per giustificare l’intervento negli affari interni del Paese per via extralegale, tramite la cosiddetta Dichiarazione di Quito del Gruppo di Lima e l’ultima (fallita) sessione del Consiglio dei rappresentanti permanenti dell’OAS, rappresentando il correlato pubblico ed internazionale delle operazioni segrete volte a minare il Chavismo. L’apice di tali movimenti nell’arena internazionale fu l’accusa personale dell’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Nikki Haley che convocava una sessione informale del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sotto la “Formula Arria”, per linciare il Venezuela e spacciare la storia che sul “narco-Stato” venezuelano, affermazioni mai supportate da prove, si dovrebbe optare per la via antipolitica ed interventista. In tale contesto di gravi pressioni, la visita di Maduro in Cina invia, in prima battuta, un messaggio di contenimento agli Stati Uniti. Elevando il posizionamento internazionale, non solo protegge il Paese geopoliticamente e nella sicurezza, ma complica anche calcoli e costi politici del governo degli Stati Uniti. Accelerando il cambio di regime, attraverso canali più grevi come l’acutizzarsi della pressione economica, in un Paese come il Venezuela dove la Cina ha interessi strategici, apre un ulteriore attrito sulla scena aggiungendosi all’aspra guerra commerciale, alla dedollarizzazione capitanata da Cina e Russia, alla disputa sul riconoscimento di Taiwan e alla lotta per la leadership in Asia-Pacifico. Tali scenari implicano per gli Stati Uniti un esaurimento delle risorse in politica estera e perdita della posizione egemonica in aree chiave del sistema mondiale.
D’altra parte, l’invito di Xi Jinping a Maduro dimostra la fiducia del potere emergente della sua leadership, nella capacità d’invertire le crisi politiche e attuare un piano credibile per la ripresa economica del Paese, al di fuori del classico sistema del dollaro, che anche la Cina affronta. La visita si traduce nell’appoggio a Maduro, non da una nazione, ma dalla prima potenza economica del pianeta e seconda politici, dato che gli Stati Uniti cercano di forzare il cambio di regime con mezzi violenti. In tale situazione di tensione, il presidente venezuelano innalza il profilo politico internazionale, scoraggia i attacchi esteri e pone il Paese in prima linea nella costruzione di un sistema internazionale multipolare.

Confronto globale e Guerra fredda rivisitata
Ma la visita di Maduro si svolge anche nel pieno della ripresa della Guerra Fredda, in cui la disputa sulla leadership internazionale s’intensifica mentre la dedollarizzazione dei Paesi eurasiatici progredisce e le potenze emergenti consolidano il vantaggio finanziario, diplomatico e militare a scapito dell’egemonia degli Stati Uniti. Questa settimana si teneva il IV Forum economico orientale, un’iniziativa russa che dal 2015 cerca di espandere la coesione col gigante euroasiatico, la Cina, e l’area strategica del sud-est asiatico. Questa volta c’erano 59 Paesi, e nei diversi negoziati tra imprese furono adottai parametri alternativi all’uso del dollaro per il commercio regionale, utilizzando valute locali. L’evento si concludeva con la firma di accordi tra i Paesi per un totale di 3 trilioni di rubli, che al cambio attuale sono circa 45 miliardi di dollari. Il professore di Econometria Iván Martín y Ladera, spiegava a Russia Today che i Paesi che partecipavano a questo forum dipendono sempre meno dalla valuta nordamericana. Parallelamente, la Russia portava avanti le più importanti manovre militari dal 1981, dal nome Vostok 2018. Con 300mila soldati, mille aerei, 36mila carri armati, 80 navi da guerra e simulazioni che mostravano le capacità dei sistemi antiaerei Buk-M2, Tor, Pantsir-S e S-400, s’inviava un messaggio di deterrenza a Stati Uniti e NATO. La Cina vi partecipava anche con 3200 ufficiali e il comando militare, un fatto che, osservato insieme al successo del Forum economico orientale, indica il benessere delle relazioni tra Cina e Russia e la determinazione a riformare il sistema internazionale con una logica multipolare.

Cosa si gioca la Cina in America Latina
Il concetto della Cina, in politica estera, elabora l’attuale tempo politico sulla necessità della riforma sostanziale e del nuovo consenso multipolare e orizzontale nel sistema internazionale, basandosi non sulla superiorità di una potenza sull’altra, dato che l’integrazione economica e il rispetto della sovranità nazionale sollevate sono visti come mezzo per ridurre le disuguaglianze politiche ed economiche, intensificate dagli estremi aberranti tra le grandi potenze mondiali e le periferie, riducendo i conflitti interstatali e stabilizzando le relazioni internazionali a lungo termine. Un punto di svolta sui progetti di stabilizzazione a lungo termine dell’ordine internazionale. In base a questa premessa, la Cina si presentava come fattore organizzativo delle relazioni economiche in America Latina e nei Caraibi sin dall’inizio del secolo, aumentando gli investimenti economici ed infrastrutturali, che fino al 2015 raccolsero 250 miliardi di dollari. Questi movimenti furono interpretati dagli Stati Uniti come “invasione” del loro “cortile”, quindi comportando l’aggiornamento della Dottrina Monroe, sostenendo che è l’unica potenza intenzionata a difendere libertà, democrazia e diritti umani violati così tanto nell’emisfero negli ultimi 150 anni. Questa volta spostando il perno geografico di tale nozione dall’Europa all’Asia. Per gli Stati Uniti, la crescente influenza cinese rappresenta una competizione neocoloniale per la leadership della regione, una sorta di conflitto a somma zero in cui la vittoria di una parte si ottiene con la negazione assoluta dell’altra. Tuttavia, a differenza della geopolitica degli Stati Uniti in America Latina, basata sul saccheggio delle risorse energetiche, smantellamento dello Stato (neoliberismo) ed omologazione di un unico modello a tutta la diversità culturale del continente (democrazia liberale), la Cina impiega una politica estera seducente e non conflittuale dirigendo gli investimenti verso il rafforzamento statale dei settori economici strategici. Una differenza sostanziale nelle relazioni internazionali comportando maggiore fiducia nella Cina come partner regionale e progressiva distanza dagli Stati Uniti in termini economici, commerciali e persino politici, sebbene la maggior parte dei governi del Sud America rimanga allineata alla visione del mondo di marca occidentale. Il potere raggiunto dalla Cina (e dalla Russia, solo in aree diverse, ma ugualmente strategiche) negli ultimi anni, implica una svolta nell’attuale ordine internazionale; lo sviluppo dell’influenza nello spazio geopolitico latinoamericano è una svolta definitiva per lo sviluppo del sistema-mondo. Contrariamente allo strangolamento politico imposto dalla democrazia liberale attraverso la punizione del debito e l’estorsione economica delle multinazionali statunitensi, la Cina basa le relazioni sull’integrazione economica senza il fanatismo liberal-democratico con cui l’occidente ha portato al collasso dell’umanità, cercando di omologare con la società dei consumi e il programma di cittadinanza europea, un conglomerato planetario così diversificato. Il risultato di ciò è che la Cina supererà nei prossimi anni gli Stati Uniti come principale partner commerciale della regione, influenzando significativamente proprie proiezione geopolitica, capacità di controllare le risorse energetiche ed autorità morale e politica nel dirigere il destino dell’America Latina. Sotto questi parametri non si può affermare, al di là dell’ovvio potere economico e finanziario che la Cina esercita da qualche anno nel continente, che il Venezuela e le nazioni col più alto livello di cooperazione col gigante asiatico siano “pedine” usato nel quadro geopolitico. La realtà è molto più complessa. Anche se l’America Latina non ha l’importanza strategica per la Cina dell’Asia o dell’Europa al momento, l’accesso alle risorse energetiche della regione nel quadro dell’ambizioso piano “Made in China 2025” farà maturare le condizioni per consolidare la leadership economica globale e la strategia d’integrazione dell’iniziativa Fascia e Via. Per la Cina è essenziale diversificare le fonti delle risorse naturali in America Latina, considerando che il conflitto in Medio Oriente (centrato in particolare sull’Iran, una delle principali fonti di energia) e la crescente militarizzazione del Mare del Sud, finiranno per incidere sulle sue fonti e di conseguenza sulle basi materiali del potere per mantenere la leadership nell’ordine internazionale.

L’importanza del Venezuela e ciò che va oltre l’ovvio
Per la Cina, influenzare l’America Latina è essenziale perché ne sosterrebbe lo status di potenza emergente con capacità di riconfigurare l’ordine internazionale della Conferenza di Jalta. A questo proposito, il Venezuela è fondamentale in quanto ha una forte influenza su vari meccanismi d’integrazione regionale (CELAC, tra gli altri) che operano per il posizionamento istituzionale dei suoi programmi principali. In America Latina, vista dagli Stati Uniti come prossima zona di influenza, la Cina è anche riuscita a compensare le mosse geopolitiche nordamericane per ostacolarle la leadership coi vicini tradizionali, in particolare e più importanti Vietnam e India. Allo stesso modo, nello scenario latinoamericano, la Cina usa la sua influenza per indebolire diplomaticamente Taiwan e sfuggire alle pressioni commerciali dell’amministrazione Trump, che cerca d’invertire i vantaggi economici del gigante asiatico limitandone i profitti dalle esportazioni. Ma questa non è l’unica direzione che gli eventi geopolitici assumono in America Latina. Per il Venezuela e altri Paesi sotto i riflettori di Washington, l’inserimento della Cina come attore regionale viene anche usato come forma di deterrenza contro le pressioni statunitensi, ed anche come riaffermazione della sovranità costruendo un ordine economico internazionale alternativo, lontano dal tradizionale raggruppamento tra FMI e sistema bancario occidentale. In particolare in Venezuela, per la grande quantità di risorse petrolifere, oro e altri minerali, la Cina trova una fonte di materie prime chiave per sostenere la proiezione geopolitica internazionale e per i piani per creare un nuovo consenso monetario globale al di fuori del dollaro, alla base dei cambi in oro e delle note per le transazioni dei contratti petroliferi note come petroyuan. Allo stesso tempo, il Venezuela, nel suo quadro, sfrutta questi fattori come strumento di deterrenza politica in politica estera, e persino per costruire percorsi alternativi per aggirare le sanzioni statunitensi e costruire una base geopolitica a sostegno del proprio sviluppo economico.

Dimensioni finali
Il contesto regionale segnato dall’ascesa della Cina sembra indicare che gli Stati Uniti sono decisi ad essere un attore di secondo piano nello stesso emisfero che nel 1823 rivendicavano come proprietà esclusiva, con la proclamazione del presidente James Monroe. Senza apparenti risorse politiche, economiche e diplomatiche che possano mutare la situazione, Casa Bianca ed apparato militare e d’intelligence degli Stati Uniti impiegano lo strumento del caos controllato per ostacolare, influenzare e nel migliore dei casi ritardare l’inserimento della Cina come attore dominante nella regione. Il Venezuela era un altro dei suoi laboratori e la società venezuelana, la più povera e danneggiata, resiste al cambio per divenire protagonista della propria disgrazia. Non finire come Libia o Jugoslavia traumatizzate e ferite dall’iniezione letale delle rivoluzioni colorati, è già una vittoria. Ma furono specificamente le operazioni del caos e le avventure militari, sollevate dalla metafisica secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero guidare il mondo secondo le chiavi della loro misera realtà geografica, portata a termine nel mondo negli ultimi 100 anni, incacrenitasi al punto che l’élite nordamericana ritiene una pugnalata al proprio messianismo bianco i cambiamenti geopolitici e le tendenze logiche della civiltà di qualsiasi ordine umano. Perciò il Venezuela fu vittima di un’intensa guerra economica, contribuendo allo smantellamento della propria industria petrolifera e all’assenza di controllo del tasso di cambio, per allontanare gli investimenti della Cina (e dal mercato finanziario in generale) generando condizioni negative che aumentavano i costi del supporto finanziario.
Per questo motivo, anche il piano di ripresa economica intrapreso dal governo venezuelano è fondamentale, nelle coordinate interne, per stabilizzare un’economia assediata e proteggere la popolazione dal micidiale blocco, ma in termini globali s’inseriva nella costruzione politica e organizzativa di un nuovo modello di relazioni internazionali che non vede il futuro dell’umanità guidato spiritualmente dall’occidente. Negli Stati Uniti, e in occidente, crollo politico, rovina culturale, decomposizione interna per la sistematica violenza del capitale sul corpo sociale, la frattura del consenso politico, finanziario e spirituale sulla Conferenza di Jalta s’intensifica. In questa finestra di opportunità, le potenze emergenti sfruttano le posizioni e propongono una stabilizzazione del sistema internazionale da una prospettiva che sintetizza la famosa trappola di Tucidide e le contraddizioni del realismo autodistruttivo. Le dimensioni del collasso della civiltà, attraversata anche da una crisi ecologica, acuiscono la condizione dell’America Latina e del Venezuela, nervi geografici del predetto Sud Globale, come centri di sfruttamento primario del capitale occidentale, per continuare col proprio modello suicida per 50 anni. anni, o attuare politicamente e secondo la base materiale, una svolta dell’ordine internazionale per riorganizzare e stabilizzare la situazione dopo il collasso. Con questa svolta, cruciale per il destino dell’umanità e dell’America Latina, la situazione diventa più pericolosa. Il collasso anche epistemologico e spirituale genera condizioni favorevoli per una terra devastata dalla lotta geopolitica che infuria sul pianeta e scatenata da un settore dell’élite globale che non riesce a superare i propri complessi di superiorità. La rinascita della Cina e l’estensione della sua influenza in America Latina, più che una visione paternalistica, rappresentano in realtà l’opportunità per sostenere la costruzione di un ordine multipolare, in cui questo continente può essere integrato come polo geopolitico potendo negoziare la propria via. È a questo punto che la morte di Hugo Chavez si collega all’anima regionale, perché col semplice e inedito suo lavoro cercava di unire, politicamente, chi viveva nel dolore per far mantenere per secoli un alto tenore di vita nelle potenze occidentali. Perché se l’America Latina non diventa un blocco storico e organico, non avrà alcuna difesa dal collasso della civiltà che già ha reso la distruzione una routine. Un danno collaterale del mercato mondiale.
“Questo XXI secolo è il secolo in cui il destino dell’umanità va segnato come destino comune, senza imperi egemoni che dominano, attaccano i popoli del mondo”: questo disse Nicolás Maduro sul ruolo storico del Venezuela in quel momento di svolta che ridefiniva la prossima rivoluzione degli affari globali, con un costo umano che non smette di crescere. Ed è qui che il Venezuela aumenta i legami con la Cina, non per sopravvivenza individuale, ma per avere il potere di avviate una politica dell’immaginazione multipolare che, dal Sud del mondo, giochi le proprie carte per preparasi al meglio prima del crollo imminente, il cui epicentro, gli Stati Uniti, va verso la fine, riproponendosi come una soap opera in Colombia, Brasile, Ecuador e altri Paesi della regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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