Il Forum economico orientale della Russia conclude per la de-dollarizzazione

Aekadij Savitskij SCF 15.09.2018

Il Forum economico orientale (EEF) si teneva a Vladivostok l’11 settembre 2013. Fondato nel 2015, l’evento è diventata la piattaforma per la pianificazione e il lancio di progetti per rafforzare i legami commerciali nella regione Asia-Pacifico. Quest’anno, l’EEF riuniva delegazioni da oltre 60 Paesi per discutere dell’argomento “Estremo Oriente: ampliare le possibilità”. Per tre giorni si sono tenuti in totale 100 eventi aziendali interessando oltre 6000 partecipanti. L’anno scorso, furono 5000 con 1000 persone coinvolte nell’informazione, mentre l’EEF-18 riuniva 383 amministratori delegati russi e 340 stranieri e partecipavano circa 80 start-up del sud-est asiatico. Quest’anno venivano firmati 175 accordi dal valore di 2,9 trilioni di rubli (circa 4,3 miliardi di dollari). In confronto, la somma fu di 2,5 trilioni di rubli (circa 3,7 miliardi di dollari) nel 2017. includono lo sviluppo dei giacimenti minerari di Bajmskij a Chukotka, la costruzione di un terminale per la Novatek LNG nella baia di Bechevinskaja in Kamchatka, e l’investimento di Paesi asiatici per progetti agricoli nell’Estremo Oriente della Russia. Russian Direct Investment Fund (RDIF), Mail.Ru Group, Megafon e Alibaba firmavano un accordo per la costituzione della joint venture commerciale AliExpress. Rosneft e CNPC firmavano un accordo di esplorazione petrolifera. La delegazione cinese era la maggiore (1096 persone), seguita dai giapponesi (570i). L’elenco degli ospiti includeva il Presidente della Mongolia e i Primi ministri di Giappone e Corea del Sud. Era anche la prima volta che il Presidente Xi Jinping partecipava all’evento incontrando la controparte russa. La questione della dedollarizzazione andava oltre l’agenda. Russia e Cina riaffermavano l’interesse ad espandere l’uso delle valute nazionali negli accordi bilaterali.
Nel forum, Kirill Dmitriev, capo di RDIF, dichiarava che il fondo intende utilizzare solo valute nazionali nelle transazioni con la Cina a partire dal 2019. Coopererà con la China Development Bank. Questa “yuanificazione” fa progressi visibili coi future sul greggio di Shanghai, aumentandone la quota sui mercati petroliferi fino al 14% e più. La Cina firmava accordi con Canada e Qatar sullo scambio di valute nazionali. La de-dollarizzazione è una tendenza che prende slancio nel mondo. Sempre più Paesi sono interessati a sostituire il dollaro. La Russia guida la corsa per proteggersi da fluttuazioni, tempeste, guerre commerciali e sanzioni degli Stati Uniti. Mosca appoggia gli scambi senza dollaro con Ankara nel corso della crisi della lira. La Turchia passa dal dollaro alle valute nazionali, anche negli scambi con Cina ed altri Paesi. Abbandonare il dollaro USA è il problema in cima all’agenda dei BRICS. Ad aprile, l’Iran passava tutti i pagamenti internazionali in euro. Le voci per la dedollarizzazione sono sempre più forti tra i più srtetti alleati europei. Ad agosto, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas chiedeva la creazione di un nuovo sistema di pagamenti indipendente dagli Stati Uniti. Secondo lui, l’Europa non dovrebbe permettere agli Stati Uniti di agire “sulle nostre teste e a nostre spese”, volendo rafforzare l’autonomia europea istituendo canali di pagamento indipendenti, creando un Fondo monetario europeo e costruendo un sistema SWIFT indipendente. Presentando il programma annuale, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker invitava il 12 settembre l’Unione europea a promuovere l’euro come valuta globale sfidando il dollaro. Secondo lui, “dobbiamo fare di più per permettere alla nostra moneta unica di svolgere a pieno il ruolo sulla scena internazionale”. Juncker crede “sia assurdo che l’Europa paghi l’80% di dazi sull’energia importata, 300 miliardi di euro all’anno, in dollari USA quando solo il 2% delle nostre importazioni di energia proviene dagli Stati Uniti”. Vuole che la serie di proposte fatte nell’indirizzo all’unione venga avviata prima delle elezioni del Parlamento europeo di maggio.
Il 70% delle transazioni commerciali mondiali è in dollari, mentre il 20% è regolato in euro e il resto in yuan e altre valute asiatiche. Il valore del dollaro è alto per avere artificialmente bassi i prezzi dei beni di consumo negli Stati Uniti. La domanda in dollari consente di rifinanziare l’enorme debito a bassi tassi d’interesse. La politica a base di guerre e sanzioni commerciali degli Stati Uniti innescava il processo globale di dedollarizzazione. Usare misure punitive come strumento della politica estera è come spararsi sui piedi. Promuove la reazione minando lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale, base della potenza economica degli Stati Uniti. La politica aggressiva mina la posizione mondiale statunitense indebolendola, non rafforzabile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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