Note su New York Times, Trump e piano golpista in Venezuela

Mision Verdad 9 settembre 2018

Informazioni come campo di battaglia
Mentre la vittoria presidenziale di Donald Trump era ancora fresca, il direttore dell’innovazione della NATO, Peter Lenk, spiegava in un forum a Madrid che l’organizzazione militare atlantica “era consapevole negli ultimi decenni che la chiave per la guerra moderna è l’informazione”. L’informazione, come arma e campo di battaglia allo stesso tempo, progressivamente sostituiva gli strumenti tradizionali (e fisici) di guerra per ottenere determinati obiettivi politici. Tale nuova relazione non implica, automaticamente, che la guerra sia delegata a nuove risorse e risultati raggiunti nella società dell’informazione, o che già sul piano fisico non abbia nulla da cercare. Descrive, tuttavia, l’espansione delle risorse, un salto tecnologico dal punto di vista industriale, che dà allo sforzo bellico nuovi campi operativi per raggiungere obiettivi specifici, aumentando sicurezza ed efficienza. Su ciò, Peter Lenk completava il discorso nella capitale spagnola affermando che “crediamo fermamente nel concetto di superiorità dell’informazione; poter vincere attraverso una migliore conoscenza personale e della situazione del nemico”. Ma quando tale nuovo concetto dialoga con una certa realtà politica, sviluppata su scala globale offuscando confini nazionali e locali, tende a diventare più complessa e rendere la risorsa dell’informazione un percorso non sempre lineare.

Rivelazione e tempistica politica
Il New York Times (NYT) pubblicato una rivelazione l’8 settembre: i funzionari dell’amministrazione Trump hanno parlato con “ribelli venezuelani” per pianificare un colpo di Stato contro il Presidente Nicolás Maduro. “Mentre la crisi umanitaria in Venezuela è peggiorata lo scorso anno, gli statunitensi decidevano che valeva la pena rischiare per avere un quadro più chiaro dei piani e degli agenti che cercano di estromettere Maduro”, si legge nel testo, riferendosi ai funzionari dubbiosi sull’approccio a tali persone e sul supporto ai loro piani. Il testo del NYT si unisce a due precedenti pubblicazioni di un altro potente media Bloomberg, che recentemente pubblicò due testi sulle implicazioni degli Stati Uniti in un piano golpista, sviluppato all’inizio di quest’anno col nome di “Operazione Costituzione”, e più recentemente, nella preparazione dell’assassinio sventato il presidente nazionale, il 4 agosto. Sull’ultimo fatto, e seguendo gli indizi offerti da Bloomberg, questo forum affermava che gli Stati Uniti cercano di replicare il “modello Honduras” in Venezuela, riferendosi all’alleanza coi corrotti centroamericani che riuscirono a rovesciare Manuel Zelaya nel 2009. Gli altri indizi furono offerti dagli stessi alti funzionari statunitensi: da quando Rex Tillerson viaggiò in America Latina all’inizio del 2018, avendo come asse centrale del discorso statunitense l’istigazione di un colpo di Stato militare in Venezuela. Tillerson si unì allo stesso clamore, all’epoca, del senatore della Florida Marco Rubio, di ex.funzionari legati alle precedenti amministrazioni, dell’ex-incaricato degli affari Todd Robinson e di certi media influenti sul pubblico statunitense. Durante il viaggio, narrato da diverse parti, divenne una realtà imperscrutabile che gli Stati Uniti cercassero di eliminare il Chavismo con un’azione di forza, sempre più incline al campo militare. Per molto tempo, i pensatoi legati alla gestione della politica estera, come anche riaffermato dal NYT, avvertivano che l’idea di un intervento militare statunitense o di un colpo di stato alla vecchia maniera, avrebbero generato un diffuso rifiuto regionale. In tal senso, l’articolo del media di New York espone ancora di più i costi pubblici di tale approccio e pone il governo degli Stati Uniti in una posizione che ne indebolisce la credibilità nella regione sul Venezuela. Anche il senatore Marco Rubio, che pochi giorni prima affermava la necessità di utilizzare la forza militare contro il Venezuela per rovesciare il governo eletto democraticamente, definiva l’articolo una falla che colpiva Trump.

Elezioni a medio termine e guerra dell’informazione negli Stati Uniti
A due mesi alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, che saranno il termometro della correlazione delle forze al Senato e del sostegno affinché Trump eviti l’impeachment e possa completare il mandato e aspirare alla rielezione nel 2020. Elezioni che, lungi dall’essere tipiche, si verificano in un contesto di guerra civile di bassa intensità e collasso politico che porterebbe a un’ecatombe costituzionale senza precedenti, se il risultato sarà contrario agli interessi della dirigenza democratico neoliberale che spinge per il rovesciamento di Trump. La pubblicazione del NYT, alla luce dei fatti, conferma ciò che Bloomberg riportava e ciò che diversi funzionari statunitensi hanno capito: la ricerca permanente di meccanismi extra-istituzionali per rovesciare il Chavismo. Tuttavia, il calcolo temporaneo della pubblicazione avviene in un contesto di intensa guerra di informazioni negli Stati Uniti, al fine di dare il colpo finale a Donald Trump a novembre. L’interesse del NYT potrebbe anche indicare l’indebolimento dell’immagine pubblica di Trump e della sua amministrazione nell’emisfero, ed anche in Venezuela. In Venezuela, ponendosi da attore che non dava il supporto richiesto ai “militari ribelli” venezuelano che cercavano di rovesciare Maduro. Dal punto di vista propagandistico, si stabilisce un parallelo in cui Marco Rubio si proiettava come unico fattore di potere negli Stati Uniti che potrebbe adottare il “passo finale”. Sul continente, l’immagine del governo statunitense s’indebolisce anche per il desiderio di tornare ai meccanismi interventisti che, secondo il NYT, sono malvisti dalle élite politiche di destra che governano gran parte della regione. Così, i media usano la filtrazione delle manovre extrapolitiche dell’amministrazione Trump in Venezuela, che in sostanza non differiscono per forma o intensità da quelle dell’amministrazione Obama, che va ricordato istigò la rivoluzione colorata nel 2014, come meccanismo di ulteriore pressione sul contesto interno in cui si muove Donald Trump. In breve: il Venezuela viene utilizzato come artefatto politico, sia dall’amministrazione Trump che dall’istituzione democratico neoliberale, nella guerra di posizione interna.
Solo pochi giorni prima, il NYT pubblicava un “parere anonimo” che pubblicizzava il continuo colpo di Stato contro l’attuale amministrazione statunitense delle proprie strutture interne e alimentato nuovamente dal caso giudiziario della presunta “interferenza russa” nelle elezioni del 2016. “Il comportamento irregolare (riferito a Trump) sarebbe più preoccupante se non fosse per gli eroi anonimi alla Casa Bianca”. Alcuni dei suoi assistenti sono stati etichettati come cattivi dai media ma, in privato, fanno grandi sforzi per contenere le cattive decisioni nell’ala ovest, anche se chiaramente non hanno sempre successo”. Quando gli Stati Uniti vanno alle elezioni, geopolitica e propaganda sulla politica estera possono diventare una risorsa elettorale. Perciò l’interesse nel far risorgere il conflitto in Siria nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, la crescente pressione sul Nicaragua e i tentativi di realizzare un cambio di regime con mezzi militari in Venezuela, annunciandoli (come Marco Rubio) o segretamente (come i funzionari dell’amministrazione Trump) diventando, a loro volta, dispositivi utilizzati internamente per aumentare il sostegno pubblico dall’elettorato. Ciò è dato dalla configurazione imperialista degli Stati Uniti, che hanno esteso i propri confini al mondo intero e non vi è alcuna differenza tra conflitti interni ed esteri alla propria delimitazione geografica di Stato-nazione.

Chiuso ma ancora aperto
La pubblicazione del NYT, da un lato, conferma il ruolo degli Stati Uniti nella preparazione del colpo di Stato in Venezuela, aumentando la credibilità delle relazioni pubblicate recentemente da Bloomberg. Di conseguenza, aumenta la vulnerabilità dell’immagine pubblica del governo statunitense. Il modo in cui sono gestiti i tempi e la manipolazione dei dati reali, il filtraggio del NYT sono una guerra dell’informazione che tenta, come qualsiasi operazione di tale tipo, d’influenzare comportamenti, opinione e percezioni, in questo caso degli attori negli Stati Uniti che basano l’agenda politica in Venezuela e dei “partner” latinoamericani più legati a Washington. Rovesciare l’amministrazione Trump, costringendola a cedere a voci più belluine o ad avanzare l’aggressività, senza misurare le controproducenti conseguenze politiche che avrebbe nella regione, sembra essere l’umore che si cerca d’imporre. La fuga rivelava non solo un’operazione che cerca di sondare l’insurrezione in Venezuela, ma un trattamento specifico (e in questo caso, scortese e per niente collaborativo) degli attuali funzionari statunitensi rispetto agli operatori del cambio di regime interno. L’emergere di tale operazione, quindi, aumenta l’esasperazione di un’amministrazione colpite da fughe d’informazioni ovunque, e permanentemente accusato di essere debole e di non attaccare nel modo giusto (militarmente, ovviamente) le minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui si indica il Venezuela nella campagna di Marco Rubio. Ciò, sebbene possa sembrare estetico, è parte essenziale del ricatto pre-elettorale nel gioco politico negli Stati Uniti: simulando forza e virilità per enfatizzare esternamente, e poi internamente, una posizione autoritaria che si collega a un’ampia base elettorale, depredata dal neoliberismo e che richiede un governo dalla mano forte. Del senatore Marco Rubio, candidato a novembre, questa pubblicazione ne alza il profilo, mentre sarà per egli e i suoi consiglieri il vantaggio elettorale dato da tale nuova situazione. Infine, questa rivelazione consente al governo venezuelano di rafforzare sicurezza e intelligence nel corpo militare e migliorare la capacità di risposta e prevenzione in caso di un eventuale rumore di sciabole promosso da attori esteri. È qui che l’esposizione di Marco Rubio potrebbe essere controproducente, dato che qualsiasi movimento invisibile o dalla proiezione violenta sarà collegato al senatore della Florida. Aumenta la credibilità del governo venezuelano, su scala internazionale, con le ripetute denunce secondo cui gli Stati Uniti perseguono il colpo di Stato in Venezuela, violando il diritto internazionale e i più elementari diritti umani e politici. Visto così, sembra che con la pubblicazione del NYT perda l’agenda del cambio di regime negli Stati Uniti più di quanto ne guadagni. Ed è qui che il contesto suggerisce che gli Stati Uniti sono in una situazione di collasso politico interno, con una parte della propria classe politica che preferisce violare l’immagine pubblica del governo degli Stati Uniti e i suoi piani segreti per consolidare un colpo di Stato in Venezuela, per minare ancora più l’amministrazione Trump. Perché, a quanto pare, i proprietari del NYT, legati organicamente alla classe politica, tecnocratica e imprenditoriale che si oppone a Trump, vogliono monopolizzare il merito di rovesciare il Chavismo; forse il boicottaggio della fuga può anche essere interpretato così. Una “vittoria” che non vogliono lasciare all’amministrazione Trump, che non è stata in grado di ottenere dopo due anni di potere. Dati da ricordare, solo come complemento: a gennaio dello scorso anno, il NYT minacciò di morte chiunque “governasse” una Casa Bianca che marcia verso il precipizio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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