La liberazione d’Idlib è iniziata

Joaquin Flores Fort Russ 9 settembre 2018

A mezzanotte del 9 settembre, la liberazione d’Idlib dai terroristi sostenuti dagli Stati Uniti iniziava. Con settimane di preparazione, sui fronti tattico, strategico, mediatico e diplomatico, le Forze Aeree russe e siriane lanciavano le prime sortite con cacciabombardieri e aerei d’assalto che attaccavano le posizioni dei terroristi tra Hama e Idlib. Finora, solo nelle ultime ore, vi erano stati oltre 70 attacchi aerei su diversi siti jihadisti nel nord-ovest della Siria. In precedenza il governo siriano confermava che le Forze Aeree russe e siriane lanciavano con successo oltre 100 attacchi aerei, ammorbidendo gli obiettivi periferici e rendendo impossibile la possibilità di un qualsiasi contrattacco o altra manovra da parte dei terroristi. Ci si aspetta, a meno di un importante contrattacco statunitense per proteggere i propri agenti, che le forze siriane e russe bombardino pesantemente obiettivi specifici nella notte e mattinata del 9 settembre. EAS e le forze alleate compivano preparativi simultanei per l’assalto via terra che probabilmente inizierà il 10 settembre. Gli agenti dell’intelligence siriana e iraniana ad Idlib avevano avuto successo, nelle ultime settimane, nel documentare le posizioni degli obiettivi, dove i terroristi avevano il loro quartier generale. Uno di questi era un ex-ospedale, fortunatamente tale sede utilizzata come base operativa dai gruppi terroristici veniva videoregistrata e presentata alla comunità internazionale attraverso i canali dell’informazione. Nelle settimane precedenti Stati Uniti e Russia inviavano flotte nel Mediterraneo per dissuadere ogni azione successiva. Tuttavia, visti gli esiti degli sforzi diplomatici, in particolare all’ONU, è apparso evidente che il piano degli Stati Uniti di usare una false flag o falso attacco come pretesto per attaccare la Siria con mandato dell’ONU (le dichiarazioni dell’inviato delle Nazioni Unite in Siria, cioè, che non ci sarà mai una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in tal senso).
Dopo aver assicurato la coalizione internazionale a sostegno della liberazione d’Idlib, e dopo aver combattuto con successo all’ONU per impedire qualsiasi pregiudiziale effetto secondo cui solo la Siria potesse sferrare un attacco chimico, la Siria si dichiarava impegnata a ‘ liberare ‘Idlib. Jafari aveva affermato che “chi ha permesso l’ingresso dei terroristi stranieri nel mio paese, in particolare il governo turco, ha ancora la possibilità di toglierli dalla provincia d’Idlib”. Con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che svolgevano tutti i preparativi finali per lanciare una grande offensiva contro la Siria, e minacciando l’uso della forza su una scala molto più ampia di quanto effettuato nell’aprile 2018 , la Russia in particolare rispondeva inviando mezzi navali nel Mediterraneo e schierandoli su posizioni difensive per scoraggiare un possibile secondo attacco occidentale. I media russi dichiaravano ufficialmente d’aspettarsi un attacco sotto falsa bandiera con armi chimiche o ad Idlib, arrivando addirittura a indicare la data dell’8 settembre, effettuata principalmente da CIA ed MI6, per usarlo come pretesto per intraprendere un’azione militare contro la Siria. Finora, ciò non si materializzava. Mentre la Russia aveva precedentemente tollerato gli interventi occidentali contro Damasco su piccola scala, in particolare gli attacchi missilistici lanciati con preavviso e coordinamento con Siria e Russia, ulteriormente neutralizzati dalle difese aeree siriane, un attacco più ampio che abbia impatto significativo sull’esito della guerra, nel momento in cui le forze di Damasco ed alleate si preparano a una grande offensiva sulla provincia occupata dai jihadista d’Idlib, potrebbe oltrepassare la linea rossa che porti all’intervento russo al fianco degli alleati in Medio Oriente. Per poter dissuadere l’attacco occidentale, tuttavia, la Russia dovrà dimostrare di avere la credibile possibilità di proteggere la Siria dalla potenza combinata dei nemici, nonostante le dimensioni ridotte delle sue forze nel Paese, che impallidiscono rispetto alle massicce forze militari occidentali schierate in Medio Oriente e probabilmente i gruppi di portaerei francesi e statunitensi che potrebbero partecipare all’attacco. Mentre gli Stati Uniti preparano il loro ultimo disperato tentativo di evitare la fine di al-Qaida e SIIL in Siria, sperando di fermare la liberazione di Idlib, il Consiglio Atlantico, l’ala mediatica della NATO, incaricava YouTube di chiudere i canali delle agenzie siriane. Due giorni prima, le leadership russa, turca e iraniana si riunivano per discutere un accordo affinché l’operazione venisse condotta col minor numero possibile di problemi. “Damasco ha tutto il diritto di riprendersi tutto il suo territorio”, dichiarava il Presidente Vladimir Putin nel vertice del 7 settembre, che decise come questi Paesi si colleghino al governo siriano durante l’assalto all’ultima grande roccaforte terroristica, Idlib. “Il legittimo governo siriano ha il diritto e alla fine deve controllare tutto il suo territorio nazionale”, dichiarava Putin al vertice al Presidente Hassan Rouhani e al leader turco Recep Tayyip Erdogan. Il leader russo affermava che è importante iniziare a lavorare su una soluzione politica “il prima possibile” ed invitava Iran e Turchia a rafforzare il coordinamento con la Russia dei Ministeri degli Esteri e della Difesa e dei servizi di sicurezza dei rispettivi Paesi. Ora il mondo attende con ansia se gli Stati Uniti lavoreranno col Regno Unito come previsto, per effettuare un ‘attacco chimico’ sotto falsa bandiera o falso, di cui i funzionari statunitensi hanno già deciso di attribuire al governo siriano.
Putin affermava che “elementi terroristici” continuavano a “provocare” e ad usare droni ad Idlib. “Non possiamo ignorarlo. Dovremmo risolvere questo problema insieme”. I tre leader decidevano il futuro d’Idlib tra timori crescenti su un disastro umanitario. I tre Paesi sono garanti del processo di Astana, colloqui lanciati dopo il determinante intervento militare del 2015 dalla Russia, eclissando i fallimentari negoziati di Ginevra sostenuti dall’occidente e guidati dalle Nazioni Unite. L’unico vero problema ora è che gli Stati Uniti trovino il pretesto all’ultimo minuto per fermare l’operazione. Mentre gli Stati Uniti sembrano aver esaurito tutte le opzioni, la disperazione può portare a una decisione avventata. In precedenza fu detto che gli Stati Uniti avevano chiesto auto ai turchi per rimozione circa 200 militari anglo-statunitensi presenti ad Idlib. Collegando chiaramente i punti, si è capito da tempo che gli Stati Uniti e la loto coalizione sostenevano attivamente gli sforzi di SIIL e al-Qaida in Siria. Questo nonostante l’intervento degli Stati Uniti nel Paese fosse apparentemente basato sulla lotta a SIIL e al-Qaida, anche se l’intervento fu avviato senza il consenso del governo siriano, attuando di fatto un’invasione contro la sovranità dello Stato e del popolo siriani.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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