Idlib: l’ultimo bastione di al-Qaida

Tony Cartalucci, LDR 7 settembre 2018

Gli Stati Uni aumentavano ulteriormente le tensioni nel conflitto in Siria minacciando, sotto forma di “avvertimento” a Damasco contro la liberazione della regione settentrionale d’Idlib. Più in particolare, gli Stati Uniti accusavano Damasco di preparare attacchi di armi chimiche per la presunta strategia per liberare il territorio. Alcuna prova veniva data dagli Stati Uniti per giustificare tali accuse, è chiaro che l’avvertimento fosse in realtà una minaccia che implicava una provocazione pianificata, probabilmente seguita dall’aggressione militare statunitense.

Idlib: la capitale siriana di al-Qaida
La città settentrionale d’Idlib è diventata la capitale defacto di al-Qaida in Siria. È sede di affiliati, partner e alleati di al-Qaida come Tahrir al-Sham, formalmente Jabhat al-Nusra, organizzazione terroristica del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Nuradin al-Zinqi, facciata armata e sostenuta dagli Stati Uniti dalle numerose atrocità come torture ed esecuzioni tra cui la decapitazione di un bambino, e Ahrar al-Sham che più volte cooperava con l’autoproclamato “Stato islamico in Siria e Iraq” (SIIL). La natura dei terroristi che occupano Idlib è ben nota a Washington, Londra, Bruxelles, Stati del Golfo Persico che li sponsorizzano. È grazie a tale consapevolezza che i monopoli mediatici occidentali lavorano febbrilmente per nascondere, negare, difendere o addirittura scusarne le atrocità. Quando il fronte terrorista ad Idlib Nuradin al-Zinqi decapitò un bambino, la BBC cercò vergognosamente di difendere l’atrocità suggerendo che il ragazzo fosse un “combattente” e tentando di contestarne l’età, sostenendo: “… sembra avere dieci anni, anche se altri rapporti suggeriscono che sua considerevolmente più vecchio”. La BBC appare indifferente al fatto che se la vittima fosse stata un combattente e avesse più di 18 anni, Nuradin al-Zinki fosse comunque colpevole di un crimine di guerra. La difesa della BBC delle atrocità commesse da organizzazioni terroristiche che occupano il territorio siriano è una regola, non un’eccezione, non solo per la BBC, ma per tutti i media occidentali. Dall’inizio del conflitto del 2011, BBC ed altri hanno avuto un ruolo diretto nel coprire la natura terroristica di chi tentava di rovesciare il governo siriano.

Centrale terroristica, un piano collettivo occidentale
Idlib rimane una delle ultime roccaforti di al-Qaida in Siria, in particolare per la vicinanza al confine turco: la Turchia è un membro della NATO che ha per anni dato sostegno finanziario, politico e militare ai terroristi attivi in Siria. Idlib fu, da quando cadde in mano ai terroristi sponsorizzati dall’estero, così pericolosa che gran parte del governatorato è inaccessibile a media e organizzazioni occidentali che aiutano i gruppi che l’occupano. I think tank statunitensi hanno persino scritto articoli su Idlib quale pericoloso e disfunzionale epicentro del terrorismo. Un articolo del 2016 della Century Foundation intitolato “Tenere le luci accese su Idlib ribelle” ammetteva: “Le misure restrittive alle frontiere adottate dal governo turco e la situazione della sicurezza ad Idlib significano che l’accesso è limitato. I pericoli includono bombardamenti aerei, ma anche rapimenti da parte di criminali ed alcuni gruppi qui citati. Con alcune eccezioni, ricercatori e giornalisti occidentali indipendenti non possono più lavorare in sicurezza nella provincia d’Idlib”. Cogli estremisti sradicati più recentemente da Damasco e Dara, inviati a Idlib, la concentrazione di “criminali” e “alcuni gruppi” di cui la Century Foundation faceva riferimento è aumentata. Nel 2016, la Century Foundation ammise che a causa dei pericoli insiti a recarsi ad Idlib, e che le loro ricerche furono solo interviste telefoniche, il che significa che i media occidentali oggi dipendono da tali metodi per raccogliere informazioni, quando non le fabbricano semplicemente. La Century Foundation rivelava anche un altro aspetto importante dello status defacto di Idlib come capitale siriana di al-Qaida, l’ampio supporto occidentale che la tiene a galla. Il rapporto rilevava innanzitutto il ruolo guida delle organizzazioni estremiste ad Idlib: “Gruppi armati islamisti e jihadisti detengono il potere a livello locale e hanno sviluppato organismi di coordinamento dei servizi relativamente sofisticati”. Il rapporto ammette quindi che reti ed istituzioni locali presiedute da tali estremisti sono interamente finanziate da Stati Uniti, Regno Unito ed Unione Europea: “Oltre ad aiutare ad organizzare la distribuzione degli aiuti, i consigli forniscono anche alcuni servizi occasionali, dalle panetterie alla pulizia delle strade e allo smaltimento dei rifiuti, dalle riparazioni della rete idrica alla manutenzione delle strade. Molti di tali servizi ad alta intensità di risorse sono sostenuti da donatori internazionali come l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e il dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito (DfID), che davano priorità alla governance civile e ai servizi. Gli Stati Uniti hanno fornito supporto attraverso vari uffici, come USAID e Office of Transition Initiatives (USAID/OTI), il cui “Programma regionale siriano” ha un mandato politico diretto a sostegno delle organizzazioni d’opposizione e promuove valori della tolleranza. Alcuni aiuti internazionali furono forniti attraverso programmi segreti come “Bil-Aadar” (nel verde) e “Tamqin” (rafforzamento), sostenuti da donatori come USAID, UK Conflict Pool ed Unione Europea”. Il rapporto menzionava anche gli ormai famigerati “caschi bianchi” e “polizia libera” ora defunta e smascherata: “I consigli locali coesistono e collaborano con altre nascenti istituzioni locali, tra cui i primi soccorritori della Protezione civile (i “caschi bianchi”) e la polizia libera d’Idlib, che sono anche supportati dai governi donatori internazionali”. Mentre l’occidente raddoppiava il sostegno ai “Caschi bianchi” nonostante le numerose prove che li collegano direttamente ad al-Qaida, la cosiddetta “polizia libera siriana” fu già smantellata. The Guardian nell’articolo dell’agosto 2018 intitolato “La Gran Bretagna raccoglie fondi per sostenere l’opposizione siriana ” ammise: “La Gran Bretagna era uno dei sei Paesi che sostenevano le forze di polizia delle comunità istituite dopo la rivolta siriana nel 2011. Il programma di Panorama, Jihadis You Pay For, richiedeva che gli agenti di polizia nella provincia di Idlib venissero approvati da Jabhat al-Nusra e che nella provincia di Aleppo pagassero il pizzo a Nuradin al-Zinqi, altro gruppo estremista”.
Dai gruppi terroristici che occupano Idlib, alle reti amministrative che tentano di governare la regione, è chiaro che l’estremismo tiene la popolazione in ostaggio e lo fa grazie agli aiuti occidentali che i think tank indicavano finire direttamente ed esclusivamente ai terroristi. Se tale sostegno venisse ridotto, la capacità di combattimento dei terroristi che occupano Idlib crollerebbe rapidamente. Il continuo sostegno occidentale ai terroristi che occupano Idlib assicura una sanguinosa battaglia per liberare finalmente la popolazione tenuta in ostaggio e maltrattata da tali estremisti. Idlib è quindi praticamente uno “Stato islamico”, in pratica come lo SIIK a Raqqa, in Siria e a Mosul in Iraq, uno “Stato islamico” reso possibile dalla vasta e pienamente consapevole sponsorizzazione occidentale.

La verità messa da parte: la finestra occidentale
Quindi non è la propaganda russa o un ufficio di pubbliche relazioni a Damasco a denunciare chi occupa Idlib come terrorista o la necessità per le forze siriane di liberare la regione, sono i media occidentali che l’ammettono sommessamente sotto titoli e opinioni come il recente pezzo del New York Times intitolato “Il colpo mortale arriva alla democrazia siriana”, il cui sottotitolo recitava: “L’assalto imminente del regime di Assad su Idlib darà potere ai jihadisti e schiaccerà l’ultimo dei democratici rivoluzionari. Perché il mondo aspetta?” Tali assurdità nel rivendicare le operazioni volte a sradicare i terroristi da Idlib come “conferire potere ai jihadisti”, illustra il distacco dalla realtà di ciò che rimane della cosiddetta “opposizione”. L’editoriale lamentava concludendo che: “Le persone di Idlib sono consapevoli che probabilmente saranno abbandonate a un destino simile ai compatrioti a Dara e Ghuta. La rabbia per il tradimento da parte delle presunte potenze democratiche, già profondamente radicate, cresce. I residenti sanno che chi favorisce la “stabilità” a qualsiasi prezzo percepisce la loro resistenza come inconveniente. Ma la ripresa del controllo del regime d’Idlib non porterà pace, e ancora meno stabilità. Sradicherà l’alternativa democratica alla tirannia, lasciando i jihadisti, che prosperano con violenza,oppressione e occupazione straniera, come gli ultimi a minacciare a lungo termine la regione e il mondo”. Ma se “le presunte potenze democratiche” che hanno architettato il conflitto siriano del 2011 e appoggiato l’opposizione ad Idlib da allora non si preoccupano delle “alternative democratiche”, probabilmente non sono per nulla “potenze democratiche”, intanto. I loro interessi in Siria erano completamente estranei e semplicemente occultati da preoccupazioni “umanitarie” e “democratiche”, e la presunta “rivoluzione” era semplicemente un ingannevole cambio di regime sostenuto dall’occidente perseguendo l’egemonia regionale e globale. La cosiddetta “opposizione” non è un fattore rilevante nel conflitto siriano e non lo è mai stato. Era una copertura necessaria per coprire le finestre del cambio di regime violento sostenuto dall’occidente e perseguito con organizzazioni terroristiche altrettanto violente e spietate. Con lo sfratto dei terroristi da Idlib, le forze siriane e gli alleati russi e iraniani avranno solo la tenue occupazione statunitense nella Siria orientale e la Turchia a nord da combattere. Tentativi di ritrarre Idlib come bastione della democrazia, il governo siriano come spietata dittatura che “terrorizza” la popolazione, quando in realtà elimina ciò che occidente e Damasco definiscono veri terroristi, sono solo tentativi cosmetici di ciò che altrimenti sarebbe una battaglia netta e concisa tra una nazione sovrana che difende e libera il proprio territorio, e gli ascari di un’invasione straniera che affligge la Siria dal 2011.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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