Come si demolisce il ‘trotskismo’

L’“anti-Stalinismo” è il razzismo di sinistra – parte 2
Jay Tharappel, FRN 11 agosto 2018

L’antistalinismo è il colonalismo nella negazione
L’antistalinismo denigra l’Unione Sovietica e Josif Stalin per la costruzione del “socialismo in un solo Paese” mentre professano la correttezza della linea della “rivoluzione permanente” di Lev Trotzkij che richiede la “rivoluzione mondiale”. La ragione per cui “la rivoluzione mondiale” era il tema dominante prima della Prima guerra mondiale era perché all’epoca la mappa del mondo era dominata dagli imperi europei. L’ipotesi era quindi che se l’Europa fosse diventata socialista, il mondo intero sarebbe diventato socialista perché il mondo era essenzialmente sotto il controllo europeo (esclusa l’America Latina indipendente da Spagna e Portogallo dall’inizio del XIX secolo). Incolpare del fallimento della rivoluzione europea dopo la Prima guerra mondiale la leadership dell’unico Paese che ebbe successo nella rivoluzione della classe lavoratrice è un misero sostituto del perché la storia è andata come è andata. Quando la rivoluzione fallì in Germania (casa del marxismo) alla politica estera sovietica si presentò un dilemma, o continuare a spingere per la rivoluzione in Europa e attirare l’ostilità armata o fare pace con la Germania nella speranza che finisse la guerra, ciò che i bolscevichi promettevano ai loro sostenitori esausti, stanchi e stremati dalla guerra. L’avanguardia rivoluzionaria russa dovette cedere al grido di battaglia innalzato per primo “terra, pace e pane”, il che era impossibile senza stabilire normali relazioni di Stato cogli stessi governi che Lenin aveva per decenni denunciato come imperialisti mentre invitava i lavoratori europei a rovesciarli.
Perché la storia non è andata come previsto dai socialisti europei? La risposta è perché le loro previsioni ignoravano tutto ciò che suggeriva che il conflitto tra nazioni colonialiste e colonizzate era più forte del conflitto tra sfruttatori e sfruttati nelle nazioni colonizzatrici. Perché la classe operaia europea sarebbe stata “socialista” se ciò significava che i rispettivi governi nazionali perdevano il controllo militare diretto sulle vaste risorse del terzo mondo? Cosa otteneva la classe operaia europea dalla promessa del socialismo dopo aver abbandonato le colonie? Per i lavoratori europei, la prospettiva del “socialismo internazionale” aveva un costo. Piuttosto che avere “niente da perdere se non le catene” per loro era “nulla da perdere se non le colonie che sovvenzionano i vostri salari”. Come fanno a sapere che i loro salari crescevano se le fabbriche in cui lavorano non potevano più ottenere materie prime a un prezzo basso come prima, perché le nazioni appena liberate chiedevano prezzi più alti, così da poter nutrire i loro affamati? In definitiva, lo stesso sviluppo del capitalismo europeo si basava sul sequestro delle materie prime dalle nazioni colonizzate, specialmente nei tropici, note per la loro superiore produttività agraria. Che tali dilemmi plasmassero il pensiero socialista europeo, specialmente nel periodo precedente la Prima guerra mondiale, è reso chiaro dal resoconto della Seconda “Internazionale” dominata dai partiti socialisti e laburisti europei e in cui l’unica nazione colonizzata rappresentata era l’India (da cui le ciniche virgolette). La SI favoriva sempre la prospettiva della “rivoluzione mondiale” in Europa, ma quando arrivò la possibilità di unire la classe operaia europea contro la Prima guerra mondiale, questi socialisti europei, sostenendo i rispettivi governi, fecero l’esatto opposto contribuendo alla guerra più cruenta che la storia avesse visto fino allora. Perché? La risposta può essere fatta risalire alla realtà che molti di loro volevano socialismo e colonialismo, cioè una distribuzione più equa della ricchezza rubata. Al congresso di Stoccarda del 1907 fu avanzata una mozione che chiedeva al congresso di non “rigettare in linea di principio la politica coloniale” per via del fatto che il colonialismo “poteva essere una forza di civiltà”. La mozione fu sconfitta ma al voto si ebbero 108 a favore e 127 contrari. Dato che alle nazioni fu assegnato un numero di voti basato sulla dimensione della popolazione, la delegazione russa guidata da Lenin, usando i 20 voti per opporsi alla mozione, si schierò col mondo colonizzato, creando così un precedente politico per i futuri governi russi che votarono lungo le stesse linee geopolitiche. Commentando la mozione, Lenin osservò che chi difendeva il colonialismo erano cittadini dei regimi colonizzatori, cioè “nazioni in cui persino il proletariato era in qualche modo infettato dalla lussuria della conquista”, non semplicemente castigandoli, ma sostenendo che “come risultato della vasta politica coloniale, il proletariato europeo si trova in una posizione in cui non è solo il suo lavoro, ma il lavoro dei nativi praticamente asserviti nelle colonie, a mantenere l’intera società”. Il lato filo-coloniale del dibattito prevedeva un “socialismo” che sarebbe stato costruito sulla ricchezza derubata al mondo colonizzato. Uno dei delegati, il socialista tedesco Eduard David, fu abbastanza onesto da affermare che “l’Europa ha bisogno delle colonie… non ne ha abbastanza”, e in risposta al suggerimento di Karl Kautsky secondo cui ai “popoli arretrati” viene offerta assistenza economica, Henri Van Kol del Partito dei Lavoratori Socialisti Olandesi disse: “Supponiamo di portare una macchina ai selvaggi dell’Africa centrale… Cosa se ne faranno? Forse inizieranno una danza di guerra intorno ad esso… Forse ci uccideranno o addirittura ci mangeranno… “, e mentre diceva queste cose, i suoi sostenitori lo schernivano. Dato tale contesto storico, non sorprende che la Germania producesse il nazismo dopo essere stata spogliata di tutte le colonie dopo la Prima guerra mondiale, specialmente perché un precedente già esisteva, su tedeschi che si definivano “socialisti” mentre giustificavano il dominio coloniale. Lenin concluse: “la borghesia inglese, per esempio, trae più profitto dai milioni di abitanti dell’India e di altre colonie che dai lavoratori inglesi. In alcuni Paesi ciò pone la base materiale ed economica per infettare il proletariato con lo sciovinismo coloniale”. Qui lo “sciovinismo coloniale” si adatta alla definizione di razzismo già indicata, cioè che come i cittadini dell’impero socializzano pensando alle altre nazioni secondo a loro strategia geopolitica. Ciò che va onestamente riconosciuto al campo antistalinista è che le loro idee hanno effettivamente un legame co pensiero socialista europeo, che nonostante le brillanti intuizioni, alla fine fu limitato dalla soggettività della classe operaia europea. Dal punto di vista del lavoratore europeo, gli enormi profitti accumulati dalla propria borghesia apparivano soggettivamente una ricchezza solamente estratta dal loro lavoro, tuttavia ignorava la questione del perché le materie prime a cui lavoravano aggiungendo valore erano così economiche? Dato che la soggettività della classe operaia europea non ha mai avuto interesse nel rispondere a questa domanda, il pensiero socialista europeo ritraeva lo sviluppo del capitalismo come emergente dal feudalesimo, cioè dalle lotte di classe in Europa, e poi allargatosi con le conquiste armate per creare sbocchi, prima per le merci e poi per il capitale. Tale soggettività eurocentrica può essere osservata nel Manifesto Comunista (1848) di Karl Marx e Friedrich Engels, che presenta il capitalismo come diffuso in modo uniforme dai centri imperialisti d’Europa alle nazioni colonizzate, sostenendo che “la borghesia (la classe capitalista europea)… obbliga tutte le nazioni, a rischio di estinguersi, ad adottare il modo di produzione borghese… per introdurre ciò che chiama civiltà… divenendo loro stessi borghesi… creando un mondo a propria immagine”. Queste prime supposizioni aiutano a spiegare l’analisi del colonialismo inglese in India, data da Karl Marx nel 1853 quando era giornalista del New York Tribune. Secondo Marx, la conseguenza non intenzionale della “miseria inflitta dagli inglesi all’Hindostan” era che distruggendo il vecchio ordine sociale stavano creando le condizioni necessarie affinché il capitalismo si sviluppasse. La politica inglese secondo Marx “sciolse queste piccole comunità semi-barbare e semicivilizzate (in India) facendone esplodere le basi economiche, e così si produsse la più grande e a dir la verità l’unica rivoluzione sociale mai vista in Asia”. È qui che Marx si sbagliava. Fraintendere la relazione tra il più potente impero capitalista dei suoi tempi (la Gran Bretagna) e la sua colonia più redditizia (India) equivale essenzialmente a fraintendere l’imperialismo, specialmente data la vastità della popolazione indiana e l’entità del suo ruolo nella crescita economica del tardocolonialismo europeo. In Gran Bretagna la distruzione del vecchio ordine sociale, in particolare il recinto, privò i contadini dell’accesso alla terra comune costringendoli così a non avere nulla da vendere se non il proprio lavoro, creando le condizioni per il capitalismo e creando la classe operaia. Marx credeva che un processo simile di distruzione creativa fosse in corso in India, tuttavia tale credenza poggiava su un’assunzione che doveva necessariamente essere falsa, perché l’imperialismo esistesse concettualmente, vale a dire l’ipotesi che i frutti delle classi lavoratrici dell’India venissero reinvestiti in India. I funzionari coloniali inglesi seppero che questo era falso non molto tempo dopo che vinsero la loro prima battaglia in terra indiana a Plassey (1757) dandogli il controllo del Bengala, una delle regioni commerciali più ricche del mondo. Nel 1787, Sir John Shore, funzionario coloniale che in seguito sarebbe salito al vertice come Governatore Generale, dichiarò in un rapporto, “la compagnia è il commerciante e il sovrani del Paese… nel primo aspetto me assorbe il commercio, mentre nell’altro si appropria delle entrat “. Era “libero scambio” nel vero senso della parola perché gli inglesi acquistavano beni fisici dall’India senza pagarli rendendoli così “liberi”.
Che il colonialismo inglese prosciugasse l’India per alimentare il proprio sviluppo capitalista è una teoria che precede il marxismo, anzi lo storico marxista indiano Irfan Habib suggerisce nel suo saggio “La percezione di Marx dell’India” che Marx ebbe l’idea del “drenaggio” da Dadabhai Naoroji, uno dei massimi intellettuali del movimento anticoloniale indiano. Sebbene Lenin e Naoroji fossero dalla stessa parte geopoliticamente, analizzarono l’economia dell’imperialismo in modo diverso. Lenin concettualizzò il “capitale esportatore” degli imperi europei nelle loro colonie, e mentre questo certamente accadeva, non era il meccanismo fondamentale con cui gli imperi coloniali europei si arricchivano. Lenin scrive “l’esportazione dell’influenza del capitale accelera enormemente lo sviluppo del capitalismo nei Paesi verso i quali viene esportato”. Perché in quel caso non “accelerò lo sviluppo del capitalismo” in India come nelle colonie inglesi? Qui Naoroji dimostrò che andava fatta una distinzione tra due tipi di “colonie” inglesi, l’India da un lato veniva saccheggiata non essendo pagata per le esportazioni (che erano molto più alte delle importazioni), mentre al contrario, i regimi colonizzatori come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda erano destinatari di investimenti di capitale e importavano molto più di quanto esportassero. La risposta è che quando le colonie anglo-colonie ricevettero prestiti dalla Gran Bretagna (es. esportazione di capitale finanziario) furono autorizzati a mantenere i loro proventi delle esportazioni con cui pagare i prestiti, mentre l’India fu derubata dei proventi delle esportazioni, significando che il rimborso dei prestiti inglesi sarebbe stato possibile solo con drastici tagli da genocidio del consumo interno. O come fece notare Naoroji, “… la ricchezza indiana viene sfruttata, e poi riportata sotto forma di prestiti, e per tali prestiti devono trovare molto di più degli interessi”. Naoroji non fu il primo economista indiano a denunciare l’economia dell’imperialismo. Nel 1841, prima che Marx pubblicasse una delle sue opere economiche, un altro scrittore nazionalista indiano, Bhaskar Tarkhadkar, rivolgendosi agli inglesi scrisse: “Niente ha prosciugato l’India così tanto della sua ricchezza come il vostro commercio” evidenziando il punto chiave, l’imperialismo fondamentalmente stabilisce rapporti commerciali favorevoli all’impero e alle sue propaggini coloniale a spese delle colonie “sfruttabili”. Ragnar Nurske, uno dei fondatori dell’economia dello sviluppo, pose la domanda, “perché, ad esempio, negli anni ’20 Canada, Australia e Nuova Zelanda, con industrie già molto sviluppate e una popolazione totale di soli 17,4 milioni di abitanti, importava il doppio dei manufatti dell’India coi suoi 340 milioni di abitanti?” La risposta è che tali regimi coloniali non sarebbero stati possibili senza investimenti inglesi che non sarebbero stati possibili senza il flusso “libero” e gratuito di materie prime che arrivavano in Gran Bretagna dall’India per alimentare la rivoluzione industriale che generava così il capitale finanziario per espandere la produzione da esportare nei regimi dei coloni, ma comprimendo i consumo quando “esportato” in India.
Nel 1881 il punto di vista di Marx era cambiato adottando essenzialmente la “teoria dello scarico”. In una lettera all’economista populista russo Nikolaj Danielson, Marx scrisse, “quello che prendono da loro (gli indiani) senza alcun equivalente… ammonta a più della somma totale delle entrate dei sessanta milioni di lavoratori agricoli e industriali dell’India! Questo è vampirismo, una vendetta!” Nell’arco di 24 anni, Marx passò dal pensare che gli inglesi stessero creando il capitalismo in India attraverso un processo distruttivo, a riconoscere che esisteva un “vampirismo” sinonimo di distruzione del capitale , non accumulazione strutturalmente impossibile nelle condizioni coloniali. Il colonialismo garantiva forniture di materie prime all’Europa nordoccidentale dal mondo colonizzato che non aveva in quantità sufficienti a casa e senza cui il capitalismo europeo non sarebbe stato possibile. Le forniture elastiche di materie prime da ciò che oggi viene chiamato terzo mondo sono le fondamenta su cui il colonialismo europeo ascese al potere. Infatti, secondo Trotzkij nel 1931, “la divisione mondiale del lavoro, la dipendenza dell’industria sovietica dalla tecnologia straniera, la dipendenza delle forze produttive dei Paesi avanzati dell’Europa dalle materie prime asiatiche, ecc. ecc., Rendono la costruzione di una società socialista indipendente in ogni singolo Paese del mondo impossibile”. Ciò a cui Trotzkij accenna senza affermarlo esplicitamente è che l’Europa non può avere il socialismo senza il modello commerciale deciso dal colonialismo. Questo per ammissione è vero solo per i “Paesi avanzati dell’Europa” (un riferimento soprattutto a Germania, Francia e Gran Bretagna) perché avevano “dipendenza … dalle materie prime asiatiche”, ma non si applica ai Paesi in cui quelle materie prime “asiatiche” provengono, o altre regioni ricche di risorse simili, dove “il socialismo in un solo Paese” sarebbe quindi del tutto possibile assumendo che possa acquisire la tecnologia richiesta. Se la storia segue una ragione, nel XX secolo il conflitto tra capitale e lavoro nelle nazioni colonizzatrici si rivelato più debole del conflitto tra colonizzatori e colonizzati. Come disse Lenin parlando della questione nazionale, “le masse votano coi piedi” e nel caso della Prima guerra mondiale, le masse votarono coi loro imperi, mentre le masse in Asia e Africa votarono per togliersi l’impero dal groppone.
La Russia, tecnologicamente il più debole degli imperi coloniali, aveva una maggiore somiglianza con le masse colonizzate per il squallido standard di vita della maggior parte del popolo. Per Trotzkij “la dipendenza dell’industria sovietica dalla tecnologia straniera” rendeva impossibile anche il socialismo in Russia, ma l’Unione Sovietica dimostrò che Trotzkij aveva torto, non solo sconfiggendo la più grande invasione della storia umana, ma diventando una superpotenza tecnologica da sé, aprendo la strada ai viaggi spaziali e alle comunicazioni via satellite, fondamento dell’era dell’informazione moderna, e che diede molta della propria tecnologia al mondo postcoloniale spezzando così l’egemonia tecnologica conquistata dal colonialismo europeo. L’antistalinismo è ciò che divenne il marxismo dopo un secolo di consanguineità ideologica dentro un’eco-camera eurocentrica senza ringiovanire e in una certa misura corretto dalla critica post-coloniale. Nonostante l’analisi errata di Marx, nel 1857 sostenne la Ribellione indiana contro il dominio inglese stabilendo così un importante precedente nel sostegno ai movimenti anticoloniali nell’ambito del discorso socialista europeo. Allo stesso modo, nonostante l’errore teorico, Lenin comunque guidò con fermezza la politica estera sovietica verso il sostegno alla liberazione nazionale del terzo mondo, portando infine a decenni di scambi commerciali e sussidi reciprocamente vantaggiosi tra Unione Sovietica e mondo postcoloniale, migliorando così la vita della maggioranza mondiale, anche se tale miglioramento non è individuabile per gli antistalinisti che vivono nei Paesi del primo mondo che beneficiarono del colonialismo. L’antistalinismo è anche una reazione allergica eurocentrica alle tradizioni politiche che dominano nella sinistra nel terzo mondo. Anche se gli anti-talinisti non sono d’accordo con lo “stalinismo” dovrebbero almeno ammettere che per i partiti marxisti mondialo, la loro ossessione per tale crociata antistalinista è irrilevante per la maggioranza che si definisce comunista globalmente.
Quando una parola che descrive un'”astrazione” si manifesta in una realtà “concreta”, il significato della parola si annulla parzialmente per la semplice ragione che la realtà imperfetta non può mai vivere nell’ideale immaginario, motivo per cui, proprio come la secondo la venuta di Cristo, il “vero socialismo” degli antistalinisti non ci sarà mai.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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