America Latina: la guerra giudiziaria alla democrazia

Enrique Santiago Romero, Internationalist 360°, 24 agosto 2018

Il 1 settembre 2016, il Senato brasiliano licenziava Dilma Rousseff dalla presidenza del Paese con un “processo politico” in cui fu condannata per presunta manipolazione del bilancio pubblico. Tra il 2 novembre 2017 e il 6 marzo 2018, la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner ricevette tre procedimenti giudiziari, due per presunti reati di corruzione e uno per presunta interferenza nelle indagini sull’attentato all’AMIA, avvenuto a Buenos Aires nel 1994. Il 24 gennaio 2018, la Corte Suprema del Brasile ratificava la sentenza contro l’ex-presidente ed attuale candidato in vantaggio nei sondaggi alle imminenti elezioni presidenziali, Lula da Silva , condannata a 12 anni di carcere per corruzione. Finisce in prigione nell’aprile 2018 e squalificato per la rielezione presidenziale. Il 9 aprile 2018, l’ufficio del procuratore colombiano esegue un mandato di arresto con estradizione negli Stati Uniti contro Jesús Santrich, deputato del partito delle FARC responsabile dell’attuazione dell’accordo di pace, per presunta cospirazione per l’esportazione di cocaina negli Stati Uniti. Da allora rimane in prigione, senza poter prendere possesso del seggio nella Camera legislativa, nonostante non ci siano accuse contro di lui in Colombia. Il 3 luglio 2018, un tribunale ecuadoriano ordinò l’arresto e il mandato di arresto internazionale contro l’ex-presidente Rafael Correa. In precedenza, il 14 dicembre 2017, il vicepresidente Jorge Glas, accusato di corruzione, fu condannato a sei anni di carcere. E il 17 giugno 2018 Pablo Romero, che faceva parte della squadra governativa di Rafael Correa, fu arrestato a Madrid su richiesta dell’Ecuador. La legittimità concessa al processo di giudiziarizzazione della politica promana dal consenso sulla “corruzione” come problema fondamentale in America Latina. Tale premessa, carica di ragioni formali, fu manifestata dalle istituzioni finanziarie internazionali e dalle agenzie del governo degli Stati Uniti che hanno promosso l’Aggiustamento strutturale degli Stati negli anni ’90. Fu usato per attaccare governi, forze politiche e leader della sinistra in America Latina che si oppongono agli aggiustamenti neoliberisti dettati dal FMI, affermando che i “populismi di sinistra” presentano un problema di corruzione strutturale, omettendo che la corruzione è intrinseca al neoliberismo e alle politiche di aggiustamento e austerità.
La legge, la guerra legale asimmetrica, che sostituiva la dottrina della sicurezza nazionale, guerra controinsurrezionale, insegnata nelle scuole delle Americhe, fu usata contro tutti coloro che hanno attuato con successo alternative alle politiche neoliberiste. Il Nord espande la strategia per porre fine ai governi di sinistra disabilitando politicamente con mezzi giudiziari i leader che cercano di salvare la sovranità nazionale dei popoli. La guerra legale o “lawfare” è una parola inglese corrispondente a una contrazione grammaticale delle parole “legge” e “guerra”, descrivendo una forma di guerra asimmetrica. Una “guerra legale” che viene dispiegata attraverso l’uso illegittimo del diritto interno o internazionale con l’intenzione di danneggiare l’avversario, ottenendo così la vittoria sul campo di battaglia delle pubbliche relazioni politiche, paralizzando politicamente e finanziariamente gli avversari o immobilizzandoli giudiziariamente in modo che possano non perseguire i propri obiettivi o presentare candidature a cariche pubbliche. Il “Rapporto dell’incontro degli esperti di Cleveland dell’11 settembre e le sue conseguenze” del 2010, descrive tale applicazione della “legge”. ‘Lawafare’ procede con intensità. La sua pianificazione iniziò anni fa, mentre la sinistra in America Latina ha messo in moto sistemi democratici partecipativi ed egualitari. Mentre questo accadeva, le forze neoliberiste guidate dagli Stati Uniti progettarono la nuova strategia per combattere e screditare quei movimenti politici che mietevano successi a sinistra. Torniamo al 16 ottobre 1998. L’ex-dittatore cileno Augusto Pinochet fu arrestato a Londra, accusato di crimini contro l’umanità su un ordine emesso dal giudice Garzón su richiesta di gruppi di difensori delle vittime. La fine della “guerra fredda” provocò il disorientamento strategico del vincitore, gli Stati Uniti. Era essenziale definire un nuovo nemico che permettesse di mantenere la base industriale-militare del sistema capitalista che sottomise i Paesi socialisti. Questo periodo di disorientamento permise l’esercizio di crimini da parte di Paesi terzi, la “giurisdizione universale” contemplata dalla legislazione nazionale per anni, ma impossibile da applicare durante la “guerra fredda”, divenne un potente strumento contro i regimi autoritari responsabili di crimini contro l’umanità, comportamento illecito sopprimendo il desiderio dei popoli per il cambiamento. Erano anni d’espansione della “giurisdizione universale”. L’arresto di Pinochet fu seguito da procedimenti giudiziari avviati da gruppi di vittime contro militari e politici argentini, uruguaiani, colombiani, congolesi, statunitensi e israeliani responsabili di massicce violazioni dei diritti umani. La risposta delle democrazie occidentali non fu espandere la giurisdizione universale, ma di combattere l’opportunità aperta di far rispettare il diritto internazionale e porre fine all’impunità per i crimini internazionali. Le controriforme legali della “giurisdizione universale” in Belgio nel 2003 e in Spagna nei anni 2009 (PSOE) e 2014 (PP), sono esempi di tale regressione, così giustificata: “(…) La giurisdizione universale può essere usata per ragioni politiche o per scopi umilianti e può influire negativamente sull’ordine mondiale provocando inutili attriti tra Stati, potenziali abusi delle procedure legali e privazione dei diritti umani individuali” (IBC Revue internationale de droit Penal, 2008/1, Vol. 79).
Chi mantiene l’attuale ordine mondiale ha imparato la lezione sul potenziale della “giurisdizione universale”, facile accessibilità, basso costo e alta efficienza, per usarlo nel proprio interesse. Iniziarono a progettare nuove strategie che consentissero di mantenere il potere e la capacità d’intervenire quando necessario. A causa degli effetti politici controproducenti che la dottrina della sicurezza nazionale ha avuto, torture, sparizioni, dittature, proteste sociali, dalla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti non hanno usato come prima opzione l’istituzione di regimi autoritari se gli era possibile mantenere il controllo su qualsiasi Paese attraverso un aspetto pseudodemocratico. L’intervento legale diventa un’opzione efficace ogni volta che c’è un piano per raggiungere l’obiettivo desiderato. Il piano richiede l’intervento tattico-giuridico-politico per cooptare il sistema giudiziario e gli agenti legali, risorse, scuole e programmi di formazione per giudici e giuristi, e obiettivi: rovesciare i governi che cercano di salvare la sovranità nazionale per il proprio popolo. La strategia è screditare le forze politiche che li dirigono e squalificare elettoralmente e distruggere politicamente i leader che le guidano. I precedenti di tale strategia legale-politica si trovano nella cosiddetta “guerra al terrorismo” lanciata dopo l’11 settembre 2001. Gli Stati Uniti hanno cercato di creare una nuova interpretazione della legge applicabile ai conflitti armati, cercando di colmare l’abisso tra diritto penale nazionale e diritto umanitario internazionale. Hanno cercato d’imporre nuove categorie giuridiche non previste da leggi nazionali o internazionali, come “nemico illegale” o il siritto unilaterale di “monitorare ed giustiziare” con cui giustificano l’uso dei droni-killer. Un altro passo fu la massiccia giudiziarizzazione della politica basata sul consenso sulla “corruzione”, applicata in modo generalizzato ai leader della sinistra alternativa latinoamericana che hanno cercato di garantire la sovranità nazionale contro le interferenze. Dall’inizio del 21° secolo, hanno iniziato a investire risorse nei programmi di cooptazione delle istituzioni giudiziarie di molti Paesi, specialmente dell’America Latina. La “Scuola delle Americhe” per i militari è stata sostituita da scuole giudiziarie e programmi di formazione legale, sia negli Stati Uniti, dove giudici e operatori legali vengono indottrinate, sia nei Paesi del Sud America, dove attraverso finanziamenti generosi dall’Agenzia USA per lo Sviluppo, USAID, furono create e controllate politicamente scuole di formazione giudiziaria. In Colombia, dalla creazione della scuola di formazione giudiziaria “Rodrigo Lara Bonilla”, finanziata dall’USAID, il sistema legale di natura “continentale”, imperio della legge scritta, previsto dalla Costituzione è stato trasformato in un sistema di precedenti giudiziari, “diritto comune” statunitense privo di supporto costituzionale. Ora sono i giudici della Corte costituzionale a redigere le leggi attraverso il processo di revisione costituzionale. In caso di sentenza con una legge non conforme alla Costituzione, si procede con una nuova formulazione agendo da seconda e ultima camera legislativa.
In America Latina si assiste alla graduale sostituzione di sistemi penali inquisitori o misti col sistema criminale accusatorio a immagine degli Stati Uniti, causando un’eccessiva responsabilizzazione dei pubblici ministeri nazionali, che in pratica operano su istruzioni, informazioni e “incriminazioni” rimesse dal sistema giudiziario degli Stati Uniti. Il piano progettato per l’espansione della “legge” iniziò a raggiungere gli obiettivi. Dilma Rousseff, Fernando Lugo, Cristina Kirchner, Lula, Jesus Santrich, Rafael Correa… sono tutti stati oggetto di tale strategia politico-legale. L’obiettivo è screditarli ed equiparare le loro forze politiche a criminali comuni, squalificandoli elettoralmente. Il ramo giudiziario che ha permesso all’America Latina di essere uno dei continenti con la corruzione più istituzionale, in molti casi beneficiandone, che non è mai stato in grado di combattere, è ora diventato un’arma dell’intervento diretto negli affari politici interni, al servizio degli interessi di oligarchie e forze straniere e locali conservatrici. La guerra legale implica la grande battuta d’arresto nei processi di rafforzamento istituzionale dei Paesi dell’America Latina. Il potere giudiziario dovrebbe stare fuori dal confronto politico evitando di ripetere i fallimenti istituzionali che altre volte hanno causato gravi crisi di legittimità e disaffezione popolare. Tale ingerenza negli affari politici presuppone l’annullamento dell’indipendenza giudiziaria a causa della propria politicizzazione consapevole provocando irrimediabilmente la scomparsa della divisione dei poteri che sostiene lo Stato di diritto. La legge è diventata uno dei maggiori pericoli per la democrazia in tutto il mondo e specialmente in America Latina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Cerimonia di accettazione dei MiG-29 nell'Aeronautica serba Successivo L'imperialismo e i suoi complici: la questione della dittatura e della democrazia in patria e all'estero

Lascia un commento