L’Unione Sovietica e la resa del Giappone

Vasilij Molodjakov Strategic Culture Foundation 31.08.2009

Alti funzionari delle Potenze alleate e lo sconfitto Sol Levante firmarono l’atto di resa giapponese a bordo della corazzata Missouri degli Stati Uniti, nella Baia di Tokyo, il 2 settembre 1945. Questo pose fine alla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico e altrove. La pace finalmente arrivò, ma alcune domande sono rimaste senza risposta. Perché i giapponesi, che hanno combattuto valorosamente, a volte al limite della follia, deposero le armi con una parata dalla disciplina esemplare? Perché Tokyo prima respinse la ‘Dichiarazione di Potsdam’ delle potenze alleate e decise di andare avanti con una resistenza senza senso, ma poi accettò i termini della dichiarazione all’improvviso? Forse, la questione più importante è: furono i bombardamenti atomici statunitensi di Hiroshima e Nagasaki o l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone a svolgere il ruolo determinante nel prendere la decisione di arrendersi? E’ sia un problema storico che politico. Storicamente, gli Stati Unite risparmiarono 100 milioni di giapponesi, a scapito di alcune centinaia di migliaia, mentre l’Unione Sovietica approfittò del fatto che il Paese confinante era sconvolto. Politicamente, l’Unione Sovietica era giustificata ad ottenere la sua quota di trofei di guerra e aveva tutto il diritto di gestire la sconfitta del Giappone. La propaganda degli Stati Uniti e dei giapponesi controllati dagli USA si aggrapparono al primo punto di vista, mentre la propaganda sovietica al secondo. Lo storico statunitense di origine russa George Lensen fece questa battuta una volta: “E’ naturale che una storia della guerra del Pacifico scritta per i lettori statunitensi dovrebbe contenere una fotografia che mostra il generale MacAtrhur seduto a bordo della ‘Missouri’ che firma l’atto di resa giapponese, mentre una corrispondente storia scritta per i lettori sovietici dovrebbe mostrare la stessa scena, ma con il Tenente-Generale Derevianko seduto a firmare il documento con MacArthur e tutti gli altri ufficiali in piedi sullo sfondo”.
Per rispondere a questa domanda, saremo costretti a tornare indietro di un mese dagli sviluppi descritti, alla Conferenza di Potsdam dei Tre Grandi. Il 26 luglio, la Dichiarazione di Potsdam di Stati Uniti, Regno Unito e Repubblica di Cina (con Chiang Kai-shek che firmò “per telefono”), chiese la resa incondizionata del Giappone. “Seguendo i nostri termini. Non devieremo da essi. Non ci sono alternative. Non permetteremo alcun ritardo… l’alternativa per il Giappone è la pronta e totale distruzione”. La dichiarazione che gli Stati Uniti avevano preparato in anticipo, e avevano un progetto alternativo, prevedeva la firma di Stalin. Il presidente Harry S. Truman disse che andò a Potsdam per garantire la partecipazione dell’Unione Sovietica nella guerra al Giappone, ma col programma atomico statunitense che effettivamente volgeva al termine, il presidente degli Stati Uniti era sempre più incerto sulla necessità di condividere la palma della vittoria con “Zio Joe”. La forma della dichiarazione fu adottata quasi senza la speranza che il Giappone accettasse. La dichiarazione non faceva alcuna menzione del futuro dell’imperatore e del sistema di governo, i poteri costituiti di cui Tokyo era più preoccupata. Pertanto, la dichiarazione rese possibile agli Stati Uniti usare le armi nucleari. Metteva contemporaneamente l’Unione Sovietica di fronte al fatto compiuto, prendendo una decisione così importante senza Mosca e negando all’Unione Sovietica ogni possibilità d’influirvi in qualche modo. Le Spiegazioni del segretario di Stato statunitense James Byrnes fu che Truman odiasse mettere l’URSS in una situazione imbarazzante, essendo una nazione che non era in guerra col Giappone, facendo veramente arrabbiare Stalin. Tornando al 28 maggio 1945, Stalin disse all’inviato speciale della casa Bianca Harry Hopkins, al momento di discutere a Mosca degli affari dell’Estremo Oriente, che preferiva un accordo di pace col Giappone, a condizione che il suo potenziale militare fosse completamente distrutto e il Paese occupato, ma sotto condizioni meno gravi rispetto la Germania. Spiegò a Hopkins che se fosse stata richiesta la resa incondizionata, i giapponesi avrebbero “lottato sino alla fine”. Stalin disse che l’Unione Sovietica sarebbe stata pronta ad entrare in guerra non prima dell’8 agosto (il Comando dell’Esercito Sovietico insistette su una data successiva per portare avanti i preparativi), e sollevò la questione della partecipazione dell’Unione Sovietica all’occupazione del Giappone. Hopkins suggerì che Stati Uniti e URSS dovessero consegnare un ultimatum a Tokyo. Il Segretario Generale concordò ed avvertì che la questione doveva essere messa all’ordine del giorno della conferenza. Aveva anche portato con sé, a Potsdam, la bozza di una dichiarazione delle quattro potenze, ma dato che il testo era più morbido di quello previsto dagli Stati Uniti, la dichiarazione sovietica fu considerata con poco interesse. Quando la riunione iniziò il 28 luglio, Stalin disse a Truman e al primo ministro inglese Clement Attlee che la legazione sovietica aveva ricevuto un’altra proposta dal Giappone, aggiungendo, pungente, che l’Unione Sovietica non fu adeguatamente informata sui documenti sul Giappone che erano stati redatti. Eppure, proseguì, l’Unione Sovietica ritenne che le Potenze alleate dovessero scambiarsi tutte le informazioni sulle nuove proposte. Poi, secondo il verbale della riunione, una traduzione in inglese della nota della cooperazione dal Giappone fu letta. Che tipo di documento era?
Il 13 luglio l’ambasciatore giapponese a Mosca, Naotake Sato, aveva consegnato il testo del messaggio dell’imperatore del Giappone al Viceministro degli Esteri sovietico Solomon Lozovskij e aggiunse che all’ex-Primo ministro del Giappone Fumimaro Konoe sarebbe piaciuto giungere a Mosca come inviato speciale e parente del monarca, ufficialmente per portare il messaggio. Ciò che segue è la traduzione del documento, preso in prestito dell’Archivio delle Politica Estera della Federazione russa: “Sua Maestà l’Imperatore, consapevole del fatto che la guerra attuale porta ogni giorno altro male e altri sacrifici ai popoli di tutte le potenze belligeranti, desidera di suo cuore che si possa rapidamente risolverla. Ma fintanto che Regno Unito e Stati Uniti insistono sulla resa incondizionata nella Grande Guerra dell’Asia Orientale, l’impero giapponese non ha alternative se non combattere con tutte le sue forze per l’onore e l’esistenza della Patria. Sua Maestà è profondamente restia a qualsiasi ulteriore spargimento di sangue tra i popoli di entrambi i lati, per questo motivo, ed è suo desiderio, per il benessere dell’umanità, vorrebbe ristabilire la pace alla massima velocità possibile”. Lozovskij sottolineò che il messaggio non indicava un destinatario, quindi non era chiaro a chi fosse diretto. L’ambasciatore rispose, stando al verbale, che il messaggio non era indirizzato a qualcuno in particolare, e che era auspicabile che venisse letto dal Presidente dello Stato Kalinin e dal Primo Ministro Stalin. I leader della “Terra degli Dei” vollero, come al solito, sapere prima se Konoe sarebbe stato ricevuto al Cremlino, e solo allora continuare. A Tokyo, il Supremo Consiglio di Guerra continuava a discutere se il Giappone potesse contare sull’Unione Sovietica per l’assistenza a tirarsi fuori dalla guerra. La “valigia” di Konoe conteneva il Sud Sakhalin, le isole Curili, la Manciuria, come sfera di influenza, il rifiuto dei diritti di pesca e anche la resa dell’Armata del Kwantung, qualcosa di cui i giapponesi odiano parlare per ovvi motivi. Stalin non avrebbe ricevuto il messaggio di Tokyo come mezzo di pagamento anticipato. Il 18 luglio, Lozovskij disse all’ambasciatore che le considerazioni, come previste dal messaggio dell’Imperatore del Giappone, erano generiche nella forma e non contenevano proposte specifiche. Era parimenti chiaro, al governo sovietico, quali fossero gli obiettivi della missione del Principe Konoe. Dopo aver ricevuto il cortese rifiuto Sato inviò immediatamente un telegramma al ministro degli Esteri Shigenori Togo suggerendo l’accettazione della resa immediata. La ferma risposta di Togo fu che il Giappone avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo e chiese che l’ambasciatore garantisse un accordo per l’arrivo a Mosca della missione di Konoe. L’ambasciatore agì su ordine del suo capo e cercò, ancora una volta, il 25 luglio, di parlare con Lozovskij per ricevere la missione. Ma ormai era troppo tardi. Non c’era nulla di nuovo nel documento, disse Stalin a Truman e a Attlee. Aggiunse che l’unica proposta era che il Giappone offrisse cooperazione all’Unione Sovietica. “Pensiamo, Stalin disse, che gli risponderemo come abbiamo fatto l’ultima volta”, cioè con un cortese rifiuto.
Apprendendo la Dichiarazione di Potsdam dalla BBC, l’ambasciatore Sato concluse che il documento non avrebbe potuto essere rilasciato senza una notifica preventiva e l’accordo da parte dell’Unione Sovietica. Segnalò immediatamente al suo Ministero degli Esteri che la dichiarazione era la risposta alla proposta all’invio della missione Konoe. I dirigenti di Tokyo erano nei pasticci. L’esercito non permetteva di accettare la dichiarazione, ma Togo convinse i militari a non respingerla ufficialmente, in modo da non aggravare la situazione. La parola Mokusatsu, che significa “uccidere in silenzio” o “ignorare”, trapelò sui giornali; una parola che cominciò ad essere usata per descrivere la posizione del governo. Il 5 agosto Stalin e Molotov ritornarono a Mosca. Il 6 di agosto 1945 la prima bomba atomica statunitense fu sganciata su Hiroshima. Truman era delirante di gioia e rese noto al mondo intero l’evento. Il Ministro della Guerra giapponese, generale Korechika Anami, chiese ai fisici cosa fosse una bomba atomica. Ma il leader sovietico non si fece domande del genere. Era a Potsdam quando apprese che gli Stati Uniti avevano armi nucleari, ma non si aspettava che Washington le utilizzasse così in fretta. Stalin si rese conto che l’avvertimento non fu dato solo ai giapponesi e decise di agire in fretta. L’8 agosto, alle 17 ora di Mosca, Molotov ricevette l’ambasciatore giapponese che da tempo aveva chiesto una incontro. Non ci fu bisogno di discutere della missione Konoe. Il Commissario del Popolo per gli Affari Esteri tagliò corto una volta dettogli che doveva fare una dichiarazione importante: alle ore zero del 9 agosto, l’una a Tokyo, URSS e Giappone sarebbero stati in stato di guerra. Il motivo era semplice: Tokyo aveva rifiutato le richieste della ‘Dichiarazione di Potsdam’, gli alleati chiedevano all’URSS di entrare in guerra, e l’Unione Sovietica, fedele ai doveri di alleato, accoglieva la richiesta. L’affermazione che gli alleati avevano chiesto a Mosca di entrare in guerra, dal resoconto della Conferenza di Potsdam, fu resa pubblica dal Ministero degli Esteri sovietico. Ma un taglio fu fatto nella minuta della conversazione di Molotov con Truman del 29 luglio, un taglio che non fu ripristinato dagli storici prima del 1995: “Molotov dice che le proposte hanno avuto come oggetto la situazione in Estremo Oriente. L’Unione Sovietica vedrebbe come comoda scusa, per entrare in guerra contro il Giappone, che gli alleati glielo chiedessero (il corsivo è mio. VM) Avrebbe potuto dire che, dato che il Giappone aveva respinto la richiesta di riscatto… ” e così via, come la successiva dichiarazione sovietica disse.
Quando la leadership sovietica decise di entrare in guerra contro il Giappone? Stalin fece una prima dichiarazione sulla decisione, a tal fine, in gran segreto, durante la Conferenza di Mosca dei Ministri degli Esteri delle Potenze alleate, nell’ottobre 1943, e decise di non rendere pubblico il verbale fino alla conferenza di Teheran dei ‘Tre Grandi’, a fine novembre o inizio dicembre dello stesso anno. I giapponesi erano, ovviamente, all’oscuro di ciò. Erano contenti del fatto che Chiang Kai-shek fosse assente nella capitale dell’Iran, cosa che permise di vedere la conferenza come Consiglio militare anti-tedesco. Una simile interpretazione fu data dall’assenza dei funzionari sovietici alla conferenza di Cairo, quando Roosevelt e Churchill, in viaggio verso Teheran incontrarono Chiang Kai-shek. Fu lì che la dichiarazione per chiedere la resa incondizionata del Giappone fu adottata e resa pubblica il 1° dicembre 1943. Così, quando Mosca prese la decisione tattica d’entrare in guerra in Estremo Oriente? Beh, è un mistero, ma le parti alla Conferenza di Jalta, nel febbraio 1945, siglarono la decisione. Nell’ambito dell’accordo segreto dell’11 febbraio, l’Unione Sovietica, per la lotta contro l’Armata del Kwangtung, otteneva Sakhalin meridionale e le isole Curili, il porto commerciale di Dairen doveva essere internazionalizzato, con la premessa che gli interessi dell’Unione Sovietica in tale porto fossero tutelati; il contratto di locazione di Port Arthur, come base navale dell’URSS, restaurato; le ferrovie cinese orientale e del sud della Manciuria dovevano essere gestite in comune da una società cino-sovietica, garantendo preminentemente gli interessi dell’Unione Sovietica, mantenere la sovranità della Cina in Manciuria; lo Stato del Manchukuo doveva essere abolito divenendo parte della Cina che, da parte sua, rinunciò a qualsiasi diritto o pretesa sulla Mongolia Esterna (Repubblica Popolare della Mongolia). Il 26 e 27 luglio, in una riunione congiunta del Politburo e del Supremo Comando Generale dell’Unione Sovietica, fu presa infine la decisione di entrare in guerra che, nei giorni successivi, fu portata (con tre direttive firmate da Stalin) a conoscenza dei comandanti militari che dovevano combattere i giapponesi.
Subito dopo la mezzanotte del 9 agosto, l’esercito sovietico attaccò le posizioni giapponesi in Manciuria e Corea. Nel giro di poche ore la seconda bomba atomica statunitense fu sganciata su Nagasaki. Una conferenza imperiale fu convocata nel bunker del palazzo, a Tokyo, il 9-10 agosto, comprendente il monarca, il presidente del Consiglio privato, il Primo ministro, i ministri chiave e i Capi di Stati Maggiore dell’esercito e della marina. La questione all’ordine del giorno era accettare o rifiutare la Dichiarazione di Potsdam. L’imperatore si rese conto che la guerra era perduta e resistette alla resa incondizionata il più possibile, sperando nella mediazione di Mosca. Ma ormai non c’era nulla da sperare, un punto che il Primo ministro Kantaro Suzuki rese inequivocabile. Il Ministero degli Esteri redasse la risoluzione prevista per l’accettazione dei termini della dichiarazione “con la condizione che non vi sia alcuna richiesta per modificare le prerogative di Sua Maestà come sovrano”. Il Supremo Consiglio di Guerra cedette alle pressioni del Ministro della Guerra e dei Capi di Stato Maggiore e decise di arrendersi alle seguenti condizioni: 1. Mantenimento dell’imperatore; 2. Il Giappone si sarebbe disarmato da solo 3. Il Giappone avrebbe cercato da sé i propri criminali di guerra; 4. Nessuna occupazione alleata del Giappone (al fine di garantire che i termini della capitolazione fossero soddisfatti. VM). Il ministro degli Esteri suggerì che il Giappone dovesse limitarsi alla condizione 1, ma i militari insistettero su tutti e quattro. L’imperatore approvò il progetto del Ministero degli Esteri, ma Washington non volle saperne di condizioni e la respinse. Non fu prima del 14 agosto che il gabinetto era riuscito a concordare il testo della resa del Giappone. L’imperatore decise di rivolgersi al popolo attraverso la radio esortandolo a “sopportare l’insopportabile”. La notte del 14 agosto un gruppo di ufficiali del presidio di Tokyo cercò di suscitare un ammutinamento, di prendere la registrazione originale del discorso dell’imperatore per impedire che venisse trasmesso e spazzare via i ministri disfattisti. La rivolta fallì per mancanza di sostegno e i responsabili si suicidarono. Il 15 agosto il giapponesi sentirono per la prima volta la voce del loro monarca. Fu il 15 agosto che la Terra del Sol Levante vide come giorno della fine della guerra.
Lo storico statunitense di origine giapponese, Tsuyoshi Hasegawa, ha messo a punto quello che s’è dimostrata finora la migliore ricerca globale in merito alla questione, dal titolo “Racing the Enemy: Stalin, Truman and the Surrender of Japan”. La ricerca fu pubblicata nel 2005. Il verdetto che consegna sulla base di ciò che apprese dalle fonti giapponese, sovietiche e statunitensi e ricostruite, è il seguente: “L’entrata in guerra dei sovietici sconvolse i giapponesi più delle bombe atomiche, perché significava la fine di ogni speranza di giungere a una soluzione senza la resa incondizionata… Infatti, l’entrata in guerra dei sovietici svolse un ruolo maggiore delle bombe atomiche nell’indurre alla resa il Giappone”. Naturalmente, c’è ancora molto che i ricercatori possono esaminare, nel modo di studiare la questione. Ma se si affronta il problema completamente e in modo imparziale, il loro verdetto sarà difficilmente diverso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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