Perché il Giappone si arrese nell’agosto 1945?

Ward Wilson, Fascinant Japon

L’uso delle armi nucleari da parte degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale fu a lungo emotivo oggetto di dibattito. In primo luogo, poche persone discussero la decisione del presidente Truman di lanciare due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ma nel 1965, lo storico Gar Alperovitz sviluppò la teoria che, anche se le bombe posero fine immediata alla guerra, i leader giapponesi volevano in ogni caso arrendersi, soprattutto prima dell’invasione statunitense prevista per il 1° novembre 1945. Pertanto, il loro uso non era necessario: se le bombe non erano necessarie per vincere la guerra, Hiroshima e Nagasaki furono un errore. 48 anni dopo, molti altri si unirono alla discussione: alcuni fecero eco ad Alperovitz denunciando le bombe, altri risposero con forza che le bombe erano giuste, necessarie e salvarono vite. Le due scuole di pensiero, però, presuppongono che il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki con armi nuove e più potenti costrinse il Giappone ad arrendersi il 9 agosto. Non riuscirono a mettere in discussione l’utilità dei bombardamenti, chiedendosi “se funzionò?”. La visione convenzionale è che sì, le armi nucleari funzionarono. Gli Stati Uniti bombardarono Hiroshima il 6 agosto e Nagasaki il 9 agosto e il Giappone per non soccombere alla minaccia dei bombardamenti nucleari, si arrese. Questa interpretazione è profondamente radicata, ma se si guarda ai fatti, presenta tre problemi fondamentali che sfidano la visione tradizionale della resa giapponese.

Il calendario degli eventi
Il primo problema dell’interpretazione tradizionale è il calendario degli eventi. E questo è un problema serio. L’interpretazione tradizionale da una semplice cronologia: l’Aeronautica degli Stati Uniti bombardò Hiroshima il 6 agosto, tre giorni dopo bombardò Nagasaki, e il giorno dopo i giapponesi segnalarono l’intenzione di arrendersi. Non possiamo in questo caso che accusare i titoli della stampa statunitense: “La pace nel Pacifico: è opera della bomba!” Quando la storia di Hiroshima è raccontata dagli statunitensi, il giorno del bombardamento, il 6 agosto, fa da climax narrativo. Tutti gli elementi collegano la storia a questo momento: la decisione di costruire la bomba, le ricerche segrete a Los Alamos, la prima prova e il risultato finale ad Hiroshima. Si racconta, in altre parole, la storia della bomba. Ma non si può oggettivamente analizzare la decisione della resa giapponese solo nel contesto della storia della bomba. Presentandola come “la storia della bomba”, già si presume che il ruolo della bomba sia centrale. Dal punto di vista giapponese, il giorno più importante della seconda settimana di agosto non fu il 6 o il 9. Il giorno più importante fu quando si riunì il Consiglio Supremo, per la prima volta nella guerra, per discutere la resa incondizionata. Il Consiglio Supremo era composto da 6 massimi funzionari del governo del Giappone del 1945. I leader giapponesi non presero seriamente in considerazione la resa prima di quel giorno. La resa incondizionata (chiesta dagli Alleati) per loro era una pillola difficile da ingoiare. Stati Uniti e Regno Unito già avviarono il processo ai criminali di guerra in Europa. E se decidevano di processare l’imperatore, che sarebbe stato divino? Se si liberavano dell’imperatore e cambiavano forma di governo completamente? Anche se la situazione era difficile nell’estate 1945, i leader giapponesi non erano pronti ad abbandonare le loro tradizioni, credenze e stile di vita, fino al 9 agosto. Cosa causò l’improvviso e decisivo dietro-front? Cosa li spinse a parlare seriamente di arrendersi per la prima volta dopo 14 anni di guerra? Il bombardamento di Nagasaki non fu la ragione principale. Questo avvenne nella tarda mattinata del 9 agosto, dopo l’inizio della riunione del Consiglio Supremo per discutere la capitolazione, e la notizia del bombardamento raggiunse i leader giapponesi solo nel primo pomeriggio, dopo che la riunione del Consiglio Supremo si concluse con un nulla di fatto e che l’intero gabinetto fu richiamato per ulteriori discussioni. Sulla base della tempistica, Nagasaki potrebbe non esserne la motivazione. Hiroshima non è la spiegazione convincente. Il bombardamento ebbe luogo 74 ore o più di 3 giorni prima. Che tipo di crisi si ebbe nell’arco di 3 giorni? La caratteristica principale della crisi è un senso di catastrofe imminente e il desiderio urgente di agire immediatamente. Com’era possibile che i leader giapponesi pensarono che Hiroshima fosse una crisi e, al tempo stesso, prendessero 3 giorni per incontrarsi e discuterne?
Il presidente John F. Kennedy era seduto a letto a leggere i giornali del mattino, alle 08:45 del 16 ottobre 1962, quando McGeorge Bundy, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, giunse per informarlo che l’Unione Sovietica era in procinto di schierare missili nucleari a Cuba. In meno di tre ore fu istituito un comitato speciale, i suoi membri scelti contattarono e si recarono alla Casa Bianca, sedendosi attorno a un tavolo per discutere cosa fare. Il presidente Harry Truman era in vacanza ad Independence, Missouri, sabato 25 giugno 1950, quando la Corea democratica inviò truppe al di là del 38° parallelo invadendo la Corea del Sud. Il segretario di Stato Acheson chiamò Truman sabato mattina per dargli la notizia. In 24 ore, Truman tornò a Washington e si riunì alla Blair House (la Casa Bianca era in ristrutturazione) coi capi militari e i consiglieri politici per discutere cosa fare. Anche il generale George Brinton McClellan, il comandante dell’esercito del Potomac dell’Unione, nel 1863, durante la guerra civile americana, a cui il presidente Lincoln disse tristemente “Lei è in ritardo” per aver perso 12 ore, quando gli diede copia degli ordini del Generale Robert E. Lee per l’invasione del Maryland. Questi leader risposero, come tutti i leader di qualsiasi Paese, all’assoluta necessità di gestire immediatamente una crisi. Ognuno di loro fece in breve passi decisivi. Come conciliare questo comportamento con le azioni dei leader giapponesi? Se Hiroshima davvero innescò la crisi che alla fine costrinse i giapponesi ad arrendersi dopo aver combattuto per 14 anni, perché ci vollero tre giorni per parlarne? Si potrebbe difendere l’opinione che il ritardo fosse perfettamente logico. Forse solo gradualmente capirono dell’importanza del bombardamento? Forse non sapevano che si trattava di un’arma nucleare e quando compresero gli effetti devastanti di tale arma, naturalmente conclusero che dovevano cedere. Purtroppo, tale spiegazione non corrisponde ai fatti.
In primo luogo, il governatore di Hiroshima informò Tokyo lo stesso giorno del bombardamento, quando quasi un terzo della popolazione fu ucciso e i due terzi della città distrutti. Questa informazione non cambiò nei giorni successivi. Così il risultato del bombardamento era chiaro fin dall’inizio. I leader giapponesi ebbero il quadro del risultato del bombardamento il primo giorno, ma non reagirono. In secondo luogo, il rapporto preliminare redatto dai militari che indagarono sul bombardamento di Hiroshima, che dettagliava ciò che successe, non venne consegnato prima del 10 agosto. In altre parole, arrivò a Tokyo dopo che la decisione della resa era già stata presa. Anche se una relazione orale fu consegnata (dall’esercito) l’8 agosto, i dettagli dell’attacco non furono disponibili per altri due giorni. La decisione di capitolare quindi non si basò sulla consapevolezza dell’orrore di Hiroshima. In terzo luogo, l’esercito giapponese sapeva, almeno per approssimazione, cos’erano le armi nucleari. Il Giappone aveva un programma bellico nucleare. Diversi militari nei giornali parlavano del fatto che un’arma nucleare distrusse Hiroshima. Il Generale Anami Korechika, Ministro della Guerra, arrivò a consultare il capo del programma nucleare giapponese, la notte del 7 agosto. L’idea che i leader del Giappone non sapevano nulla delle armi nucleari non regge. Infine, un altro problema di tempistica non è coerente con la spiegazione della bomba. L’8 agosto il Ministro degli Esteri Shigenori Togo andò dal Primo ministro Kantaro Suzuki e chiese che il Consiglio supremo fosse convocato per discutere il bombardamento di Hiroshima, ma i suoi membri si rifiutarono. Quindi, la crisi non montò di giorno in giorno fin quando finalmente esplose il 9 agosto. Ogni spiegazione delle azioni dei leader giapponesi sulla base dello “shock” del bombardamento di Hiroshima deve considerare il fatto che non ritennero che l’evento giustificasse l’incontro dell’8 agosto, per poi decidere il giorno dopo improvvisamente che era finalmente arrivato il momento di riunirsi. In entrambi i casi avrebbero ceduto a una sorta di schizofrenia di gruppo, oppure un altro evento fu la vera motivazione per discutere della resa.

Un po’ di prospettiva…
Storicamente, l’uso della bomba può sembrare il maggiore evento della guerra. Tuttavia, il punto di vista giapponese potrebbe non così facilmente distinguere la bomba da altri eventi. Dopo tutto era difficile distinguere una goccia di pioggia nel bel mezzo di un uragano.
Le aree distrutte dalle bombe incendiarie sulle principali città giapponesi

Nell’estate 1945, l’aviazione dell’esercito statunitense condusse una delle campagne più intense di distruzione di città della storia. Sessantotto città giapponesi furono attaccate e ciascuna di esse parzialmente o completamente distrutta. Si stima che circa 1,7 milioni di persone rimasero senza una casa, 300000 morirono e 750000 rimasero feriti. Sessantasei di tali incursioni furono effettuate con bombe convenzionali, e due con bombe atomiche. La distruzione causata dagli attacchi convenzionali fu enorme. Notte dopo notte, per tutta l’estate, le città andarono in fumo. Tra la valanga di distruzione, non sarebbe stato sorprendente che un particolare singolo bombardamento riuscisse a fare impressione, anche se realizzato con un nuovo tipo di arma. Un bombardiere B-29 dalle Marianne poteva trasportare, a seconda dell’obiettivo e della quota dell’attacco, tra 8 e 10 tonnellate di bombe. Un raid convenzionale consisteva in 500 bombardieri. Ciò significa che il raid sganciava tra i 4 e i 5 kilotoni di bombe su ogni città (un kiloton è pari a mille tonnellate, misura standard della potenza esplosiva di un’arma nucleare. La bomba di Hiroshima aveva una potenza di 16,5 kilotoni e quella di Nagasaki di 20 kilotoni). Dato che numerose bombe avevano un maggiore potere distruttivo grazie a una dispersione più efficiente, mentre una bomba potente concentra gran parte dell’energia sul centro dell’esplosione, rimbalzando sulle macerie per così dire; si potrebbe dire che alcune incursioni convenzionali furono vicine al livello di distruzione dei due bombardamenti atomici. Il primo raid convenzionale, il bombardamento su Tokyo nella notte del 9-10 marzo 1945, rimane l’attacco più distruttivo su una città nella storia della guerra. Circa 40 kmq della città furono bruciati e si stima che 120000 giapponesi furono uccisi, il maggior numero di morti in un solo bombardamento. Spesso immaginiamo, a causa do come la storia viene raccontata, che il bombardamento di Hiroshima fosse stato di molto peggiore. Immaginiamo che il numero di uccisi fosse inimmaginabile. Ma se si elenca il numero di persone uccise nelle 68 città bombardate durante l’estate del 1945, si vedrà che Hiroshima era seconda per morti tra i civili. Allo stesso modo, per kmq distrutto, Hiroshima era al quarto posto. Infine, per percentuale di distruzione della città, Hiroshima era 17.ma. Hiroshima rientrava chiaramente negli attacchi convenzionali standard dell’estate. Dal nostro punto di vista, Hiroshima appare straordinaria. Ma se vi mettete al posto dei leader giapponesi nelle tre settimane prima dell’attacco su Hiroshima, il quadro appare notevolmente diverso. Se fosse stati un membro del governo giapponese alla fine di luglio o inizio autunno, la percezione dei bombardamenti delle città giapponesi era la seguente: la mattina del 17 luglio si ebbero segnalazioni che nella notte quattro città erano state attaccate, Oita, Hiratsuka, Numazu e Kuwana. Di queste, Oita e Hiratsuka furono distrutte per oltre il 50%, Kuwana per oltre il 75% e Numazu ancora di più, con una percentuale di circa il 90%. Tre giorni dopo ci si sarebbe svegliati scoprendo che altre tre città furono attaccate. Fukui, per esempio, fu distrutta più dell’80%. Una settimana più tardi, altre tre città furono attaccate di notte. Due giorni dopo, altre sei città lo furono, tra cui Ichinomiya, rasa per il oltre il 75%. Il 2 agosto, andando in ufficio si sarebbe scoperto che altre quattro città furono attaccate. E i rapporti indicavano che Toyama fu distrutta per il 99,5%! Quattro giorni dopo, altre quattro città furono attaccate. Il 6 agosto una sola città, Hiroshima, fu attaccata ma i rapporti segnalavano che il danno sarebbe stato molto grande e che un nuovo tipo di bomba fu utilizzata. Si potevano vedere le cose in prospettiva e distinguere la distruzione di Hiroshima nel contesto generale dell’annientamento delle città nelle settimane precedenti? Nelle tre settimane prima di Hiroshima, 26 città furono bombardate dagli statunitensi. Di queste, otto, quasi un terzo, furono sottoposte a un livello di distruzione equivalente a quella di Hiroshima. Il fatto che 68 città giapponesi furono rase al suolo nell’estate del 1945 pone una seria sfida a chi crede che il bombardamento di Hiroshima abbia spinto alla resa i giapponesi. Se il governo giapponese capitolò perché per quella città distrutta, perché non lo fece quando altre 66 furono spazzate via?
Se i leader del Giappone si fossero arresi a causa di Hiroshima e Nagasaki, si potrebbe immaginare che non badarono ai bombardamenti delle città in generale e che la distruzione di queste due città li spinse ad arrendersi. Ma non sembra sia così. Due giorni dopo il bombardamento di Tokyo, l’ex-Ministro degli Esteri Kijuro Shidehara espresse un sentimento apparentemente molto diffuso tra i funzionari giapponesi, al momento. Shidehara notò che “la gente si abitua gradualmente ad essere bombardata tutti i giorni. Col tempo, la loro unità e determinazione saranno più forti”. In una lettera a un amico, disse che era importante che i cittadini superassero le sofferenze, perché “anche se centinaia di migliaia di non combattenti vengono uccisi, feriti o muoiono di fame, anche se milioni di edifici sono distrutti o bruciati”, altro tempo era necessario per la diplomazia. E’ utile ricordare che Shidehara era un “moderato”. Ai vertici del governo, al Consiglio Supremo, l’atteggiamento era chiaramente lo stesso. Anche se il Consiglio Supremo considerò importante la neutralità dell’Unione Sovietica, non discusse sostanzialmente l’impatto dei bombardamenti delle città. Negli archivi il bombardamento delle città fu menzionato solo due volte al Consiglio Supremo: una volta di sfuggita nel maggio 1945 e una volta la notte del 9 agosto. Sulla base di queste prove è difficile sostenere che i leader giapponesi trovassero il bombardamento delle città, rispetto ad altre questioni urgenti della guerra, molto importante. Il 13 agosto, il Generale Anami notò che i bombardamenti atomici non erano più minacciosi delle tempeste di fuoco causate dai bombardamenti convenzionali che il Giappone aveva sopportato per mesi. Se Hiroshima e Nagasaki non erano peggiori dei bombardamenti convenzionali, e se i leader giapponesi non li considerarono così importanti da discuterne in modo approfondito, come Hiroshima e Nagasaki poterono costringerli ad arrendersi?

Rilevanza strategica
Se i giapponesi non furono coinvolti dal bombardamento delle città in generale o dal bombardamento atomico di Hiroshima, in particolare, da cosa erano preoccupati? La risposta è semplice: l’Unione Sovietica. I giapponesi erano in una posizione strategica relativamente difficile. Si stava avvicinando la fine di una guerra perduta. Le condizioni erano pessime. Tuttavia, l’esercito era ancora forte e ben rifornito. Quasi 4 milioni di uomini erano sotto le armi e 1,2 milioni di loro erano nelle isole del Giappone. Anche la maggior parte dei leader estremisti del governo giapponese era consapevole del fatto che la guerra non poteva continuare. Il problema non era continuarla, ma come portarla a termine nelle migliori condizioni possibili. Gli alleati (Stati Uniti, Regno Unito e altri, si ricordi che l’Unione Sovietica era ancora neutrale al momento) chiesero la “resa incondizionata”. I leader giapponesi speravano di trovare un modo per evitare il processo per crimini di guerra, continuare la loro forma di governo e mantenere alcuni territori conquistati: Corea, Vietnam, Birmania, Malesia e Indonesia, gran parte della Cina orientale, e molte isole del Pacifico. Pensarono di avere due opzioni strategiche per avere migliori condizioni nella capitolazione. La prima era diplomatica. Nell’aprile 1941, il Giappone aveva firmato un patto di neutralità di cinque anni con i sovietici, che scadeva nel 1946. Un gruppo composto prevalentemente da leader civili guidati dal Ministro degli Esteri Shigenori Togo sperava che Stalin venisse persuaso ad intervenire come mediatore tra Stati Uniti ed alleati da una parte e Giappone dall’altra. Anche se questo piano aveva scarse probabilità di successo, indicava un pensiero strategico solido. Dopo tutto, era nell’interesse dell’Unione Sovietica garantire che i termini dell’accordo non fossero troppo favorevoli agli Stati Uniti: l’aumento della influenza e del potere degli Stati Uniti in Asia avrebbe diminuito potenza e influenza sovietiche. La seconda opzione era militare, e la maggior parte dei suoi sostenitori, guidati dal Ministro dell’Esercito Korechika Anami, erano soldati. Speravano di utilizzare le truppe dell’esercito imperiale per infliggere pesanti perdite alle forze degli USA durante l’invasione. Se ci riuscivano, pensarono che avrebbero avuto dagli Stati Uniti condizioni migliori. Questa strategia ebbe scarse probabilità di successo. Gli Stati Uniti sembravano profondamente votati alla resa incondizionata. Tuttavia, negli ambienti delle forze armate statunitensi si riteneva che il numero stimato delle vittime nell’invasione del Giappone fosse proibitivo. L’Alto Comando giapponese quindi aveva il senso della realtà. Un modo per valutare se il bombardamento di Hiroshima o la dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica portarono alla resa del Giappone, è confrontare come questi eventi influenzarono la situazione strategica. Dopo che Hiroshima fu bombardata l’8 agosto, entrambe le opzioni erano ancora vive. Sarebbe stato possibile chiedere a Stalin di mediare (le note del diario di Takagi dell’8 agosto mostrano che alcuni leader giapponesi consideravano la possibilità della partecipazione di Stalin). Inoltre, sarebbe stato possibile cercare di avere un’ultima battaglia decisiva per infliggere pesanti perdite agli statunitensi. La distruzione di Hiroshima non diminuì l’efficienza delle truppe trincerate nelle spiagge delle isole principali del Giappone. Ora c’era una città di meno alle loro spalle, ma le truppe erano ancora al loro posto, avevano ancora le munizioni e la forza militare non fu ridotta in modo significativo. Il bombardamento di Hiroshima quindi non eliminò le opzioni strategiche del Giappone. Per contro, l’impatto della dichiarazione di guerra sovietica e l’invasione di Manciuria e Sakhalin fu molto diverso. Una volta che l’Unione Sovietica dichiarò guerra, Stalin non poteva essere un mediatore, era ormai diventato un aggressore. L’opzione diplomatica fu rimossa dalla decisione sovietica. L’effetto sulla situazione militare fu altrettanto drammatico. La maggior parte delle truppe migliori del Giappone erano nelle isole meridionali. L’esercito giapponese trovò correttamente che il primo probabile obiettivo dell’invasione degli Stati Uniti sarebbe stata l’isola meridionale di Kyushu. L’un tempo forte esercito del Kwantung in Manciuria, era solo l’ombra di sé perché le sue unità d’élite furono rimpatriate per difendere il Giappone. Quando i sovietici invasero la Manciuria, senza sforzo annientarono ciò che una volta era un’armata d’élite. Solo la mancanza di carburante costrinse molte unità sovietiche a fermarsi. La 16.ma Armata sovietica di 100000 uomini invase la metà meridionale di Sakhalin. I suoi ordini erano di eliminare ogni resistenza sull’isola e in 10-14 giorni essere pronti ad invadere Hokkaido, la più settentrionale delle isole del Giappone. La forza giapponese che difendeva Hokkaido, la 5.ta Armata, aveva solo due divisioni e due brigate trincerate in posizioni fortificate sul lato orientale dell’isola. Il piano sovietico per attaccare Hokkaido prevedeva l’invasione da occidente. Non c’è bisogno di essere un genio militare per rendersi conto che se era possibile combattere una battaglia decisiva contro una grande potenza militare da una direzione, ma non lo era contro due potenze militari che attaccavano da due direzioni. La strategia militare dell’invasione sovietica invalidò la “battaglia decisiva” e la strategia diplomatica. Improvvisamente, tutte le opzioni del Giappone scomparvero. L’invasione sovietica fu quindi strategicamente decisiva (negando entrambe le opzioni giapponesi), al contrario del bombardamento di Hiroshima che non influenzò alcuna di queste opzioni.
La dichiarazione di guerra sovietica cambiò anche il rimanente tempo per manovrare. L’intelligence giapponese previde che le forze degli USA non avrebbero lanciato l’invasione per mesi. Le truppe sovietiche potevano arrivare in Giappone in meno di dieci giorni. La decisione sovietica d’invadere il Giappone quindi ebbe una grande influenza sulla guerra. I leader del Giappone arrivarono a questa conclusione pochi mesi prima. Nel corso di una riunione del Consiglio Supremo nel giugno 1945, si sottolineò che l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica “potrebbe decidere il destino dell’Impero”. Il Vicecapo di Stato Maggiore dell’Esercito disse alla riunione che “la pace assoluta con l’Unione Sovietica è indispensabile per continuare la guerra”. I leader giapponesi mostrarono disprezzo continuo verso i bombardamenti che distrussero le loro città. Probabilmente si sbagliarono quando i bombardamenti iniziarono nel marzo 1945, ma quando fu colpita Hiroshima, certamente ebbero ragione di considerarlo un eventi minore sul piano strategico. Quando il presidente Harry Truman minacciò il Giappone di una “pioggia di rovine” sulle città giapponesi se non si arrendeva, pochi negli Stati Uniti sapevano che c’erano pochissime città da distruggere. Il 7 agosto, quando Truman fece tale affermazione, c’erano solo dieci città con oltre 100000 abitanti che non erano state bombardate. Il 9 agosto, dopo l’attacco su Nagasaki, solo nove città rimasero. Quattro di esse erano sull’isola settentrionale di Hokkaido, difficile da bombardare per la distanza dall’isola di Tinian da dove gli aerei degli Stati Uniti decollavano. Kyoto, l’antica capitale del Giappone, fu rimossa dalla lista dei bersagli dal Ministro della Guerra Henry Stimson, per via della sua importanza religiosa e simbolica. Così, nonostante la minaccia formidabile di Truman, dopo il bombardamento di Nagasaki, c’erano solo quattro città importanti che potevano essere raggiunte dalle armi atomiche statunitensi. Il rigore e l’ampiezza della campagna di bombardamenti delle città da parte delle forze aeree degli Stati Uniti può essere misurata dal fatto che bombardarono le città giapponesi tanto da ridursi a bombardare “città” di 30000 abitanti o meno. Nel mondo moderno, 30000 abitanti fanno poco più di un grande villaggio. Ovviamente sarebbe stato possibile bombardare ancora una volta le città bombardate con bombe incendiarie. Ma queste erano già, in media, distrutte per il 50%. Gli Stati Uniti potevano anche bombardarle con armi atomiche. Tuttavia c’erano solo sei piccole città (tra 30000 e 100000 abitanti), che non erano ancora state bombardate. Considerando che 68 città giapponesi erano state bombardata senza causare che un’alzata di spalle dai giapponesi, non sorprende che i leader giapponesi non fossero colpiti dalla minaccia di nuovi attacchi.

Un’interpretazione molto conveniente
Nonostante l’esistenza di questi tre grandi obiezioni, l’interpretazione tradizionale ha ancora una forte presa sulla mente di moli, in particolare negli Stati Uniti. C’è una vera e propria resistenza a guardare ai fatti. Ma ciò non sorprende. E’ importante ricordare come la spiegazione tradizionale di Hiroshima è emotivamente più accettabile in Giappone e negli Stati Uniti. Le idee possono persistere perché sono vere, ma purtroppo possono anche persistere perché sono emotivamente soddisfacenti, adempiendo a un importante bisogno psicologico. Ad esempio, alla fine della guerra, l’interpretazione tradizionale aiutò i leader giapponesi a raggiungere una serie di importanti obiettivi politici, sia nazionali che internazionali. Mettetevi al posto dell’imperatore. Avete portato il Paese in una guerra disastrosa. L’economia è distrutta. L’ottanta per cento delle vostre città è stato bombardato e bruciato. L’esercito è sconfitto. La marina decimata e confinata nei porti. La carestia è imminente. In breve, la guerra è stata un disastro e, peggio, avete mentito al popolo sulla situazione reale. Sarà scioccato dalla notizia della capitolazione. E allora? Ammetterete che avete fallito miseramente? Dichiarando che avete in modo spettacolare giudicato male la situazione, commettendo errori in serie e di conseguenza rovinando la nazione? O preferireste addossare la sconfitta a una sorprendente scoperta scientifica che nessuno poteva prevedere? Dando la responsabilità della sconfitta alla bomba atomica, tutti gli errori della guerra finivano sotto il tappeto. La bomba fu la scusa perfetta della sconfitta. Non c’era bisogno di assumersi responsabilità, nessuna corte d’inchiesta era necessaria. I leader giapponesi sostennero che fecero del loro meglio. La bomba fu il capro espiatorio. Ma attribuire la sconfitta del Giappone alla bomba ebbe anche altri tre obiettivi politici specifici. In primo luogo, preservò la legittimità dell’imperatore. Se la guerra non fu persa a causa dei suoi errori, ma a causa di un’arma imprevedibile del nemico, l’imperatore poteva continuare a trovare sostegno in Giappone. In secondo luogo, attirò la simpatia internazionale. Il Giappone condusse una guerra aggressiva e fu particolarmente brutale nei confronti dei popoli conquistati. Il suo comportamento avrebbe probabilmente subito la condannata da altre nazioni. Presentando il Giappone come nazione vittima ingiustamente bombardata da un’arma crudele e terribile, permise di compensare alcuni degli atti moralmente ripugnanti commessi dall’esercito giapponese. Richiamare l’attenzione sui bombardamenti atomici contribuì a presentare il Giappone sotto una luce più simpatica ed evitare sanzioni più severe. Infine, dire che la bomba vinse la guerra faceva piacere ai vincitori. L’occupazione degli Stati Uniti ufficialmente continuò in Giappone fino al 1952, e durante quel periodo gli Stati Uniti poterono cambiare e rimodellare la società giapponese come vollero. Nei primi giorni dell’occupazione, molti funzionari giapponesi erano preoccupati che gli Stati Uniti abolissero l’istituzione imperiale. Avevano anche un’altra preoccupazione. Numerosi governanti giapponesi sapevano che avrebbero potuto affrontare un processo per crimini di guerra (processi contro i dirigenti tedeschi erano già in corso in Europa, al momento della resa del Giappone). Lo storico giapponese Sadao Asada disse in molte interviste nel dopoguerra che “…i funzionari giapponesi erano chiaramente ansiosi di compiacere i loro inquirenti statunitensi. “Se gli statunitensi vogliono credere che la bomba ha vinto la guerra, perché deluderli? Assegnare la fine della guerra alla bomba atomica fu utile agli interessi del Giappone in molti modi. Ma anche agli interessi degli Stati Uniti. Se la bomba vinse la guerra, la percezione della potenza militare statunitense veniva rafforzata, l’influenza diplomatica degli Stati Uniti in Asia e nel mondo aumentava e la sicurezza degli degli Stati Uniti pure. I 2 miliardi di dollari mobilitati per costruire la bomba non furono spesi invano. Se, d’altro canto, la voce dell’Unione Sovietica durante la guerra fu che aveva costretto il Giappone ad arrendersi, i sovietici potevano sostenere che poterono fare in quattro giorni ciò che gli Stati Uniti fecero in quattro anni, e la percezione del potere militare e dell’influenza diplomatica sovietica ne sarebbe uscita rafforzata. E una volta che la guerra fredda era cominciata, affermare che l’entrata dei sovietici fu il fattore determinante nell’aiutare il nemico.
Date le questioni sollevate qui, è preoccupante pensare che Hiroshima e Nagasaki siano il cuore di tutto ciò che pensiamo di sapere delle armi nucleari. Entrambi i bombardamenti sono il fondamento dell’importanza che diamo alle armi nucleari, al loro status unico, all’idea che le normali regole non si applicano alle armi nucleari. Furono la misura della minaccia nucleare per la prima volta menzionata da Truman annunciando la “pioggia di rovine” sul Giappone. Sono la chiave dell’enorme aura di potenza che circonda queste armi, rendendole così importanti nelle relazioni internazionali. Ma cosa ce ne facciamo di tali conclusioni se la storia tradizionale di Hiroshima viene messa in dubbio? Hiroshima è il centro, il punto da cui tutte le altre dichiarazioni derivano. Ma la storia che ci raccontiamo sembra un fatto remoto. Cosa dovremmo pensare delle armi nucleari se le conseguenze di questo primo uso, il miracolo della resa improvvisa del Giappone, si rivelasse un mito?

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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