‘Martedì Nero’: come le guardie di frontiera russe respinsero un attacco dei terroristi nel 1993

Nikolaj Litovkin RBTH 8 agosto 2018

La sanguinosa scaramuccia si verificò 25 anni fa sul confine tagico-afgano quando gli islamisti attaccarono la postazione della guardia di confine russa n. 12. “Posto di confine, pronto! Posto di frontiera, pronto! Occhi davanti! Il personale sopravvissuto del posto di frontiera n. 12 è di fronte a Voi”. Queste furono le parole con cui il Tenente Andrej Merzlikin salutò i rinforzi in ritardo, il 13 luglio 1993, 11 ore dopo l’inizio dell’attacco terroristico. La sua unità era sopravvissuta miracolosamente all’assalto dei mujahidin. Venticinque anni fa, i militari russi sul confine tagico-afgano si trovarono vicino all’epicentro delle ostilità. Il Tagikistan fu inghiottito da una guerra civile, mentre la situazione politico-militare fu ulteriormente aggravata dal rovesciamento del regime di Najibullah nel vicino Afghanistan. Tutti i problemi della gente furono attribuiti alla Russia, e dalla primavera 1993, i combattenti dell’opposizione tagika, col supporto dei mujahidin afghani, tentarono ripetutamente di infiltrare il confine. Prima del “Martedì Nero”, alcuno attacco ebbe successo. Ma il 13 luglio 1993 fu uno dei giorni più sanguinosi nella storia delle truppe della Guardia di Confine in tempo di pace. Merzlikin ricorda che il giorno prima dell’attacco, il comando della guarnigione aveva emesso ordini strani che indebolirono le difese del posto di frontiera. Ad esempio, ordinò di rimuovere i cosiddetti “segreti”, punti di tiro speciali della guardia posti fuori dal perimetro. Ancora, i terroristi riuscirono a studiare il sistema di sicurezza della base e ad avere una visione di tutte le posizioni di tiro dalla cima delle colline vicine. “Abbiamo visto tutto, ma non potemmo fare nulla, i comandanti avevano detto di non toccarli. Inoltre, gli afghani mandarono dei loro inviati che assicuravano che ci avrebbero sorvegliato”, diceva.

Come si svolse la battaglia
L’attacco iniziò il 13 luglio 1993 esattamente alle 4 del mattino C’erano 47 guardie di frontiera e un civile nel posto di frontiera. Non c’era materiale militare, né carri armati, né artiglieria. I soldati avevano solo un blindato leggero che fu distrutto dall’attacco nei primissimi minuti. Quindi, tutto ciò che le guardie di frontiera avevano a disposizione erano fucili d’assalto, un paio di mitragliatrici e un lanciagranate AGS-17, che si inceppò durante i combattimenti. Allo stesso tempo, i terroristi avevano mortai, mitragliatrici, lanciagranate, fucili da cecchino e il vantaggio tattico che si poteva desiderare, l’elemento di sorpresa, posizioni dominanti e vantaggio numerico. In quel giorno, i militari russi furono attaccati da un distaccamento di 250 terroristi, che avevano tutte le via di fuga della caserma sotto tiro, quindi i soldati hanno dovuto buttare giù le finestre e saltare fuori nella direzione opposta, fuori dalla portata del fuoco nemico. Una delle guardie di frontiera, il Sergente Evlanov, ricorda come, insieme a un altro soldato, riuscì a raggiungere un punto di forza e a stabilire la difesa perimetrale. Tuttavia, una granata colpì il punto e lui fu gettato fuori dall’onda dell’esplosione. Miracolosamente, non fu ucciso e per pura adrenalina riuscì a raggiungere il rifugio. Fu solo allora che si accorse di essere stato ferito. Nel frattempo, una delle guardie di frontiera riuscì a inviare un segnale di soccorso al quartier generale. Diverse ore dopo l’attacco si placò, e la schermaglia passò a una fase prolungata con le parte opposte che si scambiavano singoli colpi. Le guardie di confine stavano rapidamente esaurendo le munizioni. Alcuni tentativi disperati di andare dalla trincea al deposito di munizioni non riuscirono. Il Soldato Dodokalonov si precipitò nella caserma degli ufficiali, che era in fiamme ma dove era una scatola di proiettili di mitragliatrici nascosta sotto un letto. “Quando scese, tutti pensavano che fosse spacciato: i terroristi sparavano all’edificio con tutto quello che avevano, ricorda Merzlikin, diversi ragazzi furono uccisi davanti ai miei occhi, e poi improvvisamente Dodik comparve con una scatola da 200 colpi: se non fosse stato per lui non ce l’avremmo fatta, distribuimmo le cartucce in modo uniforme, poi quando eravamo già fuori, contai: avevamo sette cartucce ciascuno”. Eppure, il comandante non aveva fretta di ritirarsi, anche quando non c’erano più munizioni, l’SOS era stato inviato poche ore prima e i rinforzi dovevano arrivare. Quindi come potevano abbandonare il posto di confine?!
Tale ritardo avrebbe poi portato alle dimissioni dell’allora comandante delle truppe della Guardia di Frontiera russa e a rimpasti e diversi licenziamenti nel Ministero della Difesa. Ma tutto ciò sarebbe accaduto dopo, mentre ora un gruppo di militari russi che da diverse ore era circondato e sotto un tiro pesante. L’aiuto aereo arrivò solo sette ore dopo, alle 11 del mattino. Due elicotteri comparvero nel cielo e lanciarono un massiccio attacco coi razzi contro le posizioni dei terroristi sulle montagne. Tuttavia, i piloti non osarono atterrare per raccogliere il personale: diversi mesi prima, nella zona i terroristi avevano abbattuto un aereo a bassa quota con un MANPAD. Fu solo dopo aver visto che gli elicotteri erano partiti e che tutte le munizioni erano esaurite che il comandante del posto di confine decise di ritirarsi, approfittando della rivolta nei ranghi dei mujahidin causato dalla comparsa degli elicotteri.

Ritiro e soccorso tanto atteso
Le ultime guardie di frontiera rimaste si diressero verso il vicino villaggio di Sari-Gor. Merzlikin riteneva che da questa direzione sarebbero arrivati i rinforzi. Nonostante l’aiuto dall’aria e le turbolenze nelle file dei terroristi, erano ancora seguiti dal fuoco nemico. Dopo un po’, le guardie di frontiera s’imbatterono nei compagni di servizio nel vicino posto di confine n°13. Il distaccamento era comandato dal Tenente-Colonnello Vasilij Masjuk, che arrivava con carri armati ed artiglieria pesante, così disperatamente necessari alle guardie di frontiera assediate. Tuttavia, l’aiuto non poté arrivare in tempo perché l’unica via “diretta” verso il dodicesimo posto di frontiera era assediata dai mujahidin ed era sotto il tiro dei terroristi che si nascondevano nelle montagne. La stessa sera la squadra di soccorso tornò sul posto di confine catturato dai terroristi e lo rase al suolo con un tiro di sbarramento dell’artiglieria pesante. I terroristi dovette fuggire sulle montagne. Il presidente Boris Eltsin presentò l’Ordine per il coraggio personale al soldato delle truppe di confine Vladimir Evgenev per coraggio ed eroismo nell’eseguire il servizio militare al confine tagico-afghano. L’attacco dei terroristi uccise 25 soldati russi. I mujahidin persero circa 70 persone. Il Tenente Merzlikin, che era riuscito a guidare i suoi uomini sotto il fuoco nemico, ottenne il titolo di Eroe della Russia e raggiunse il grado di General-Maggiore dell’FSB. Ora è in riserva ed è consulente del presidente dell’Unione delle arti marziali russa.

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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