La Via della Seta e la trappola di Tucidide

Danielle Bleitrach, Histoire et Societé 20 novembre 2021

Al di là dell’evento che è stato l’incontro tra Xi e Biden, si assisteva all’aggiornamento di una nuova tappa nei rapporti tra le due grandi potenze e un’evoluzione che può considerarsi storica. Il mondo supera una situazione apparsa nel secondo dopoguerra col dominio imperiale degli Stati Uniti. Ma tale scossa dell’egemonia statunitense è anche dell’occidente e il modo in cui dal XVI secolo si è imposto al mondo, l’ha saccheggiato e ne ha definito l’universalismo, da quando il dominio colonialista e imperialista delle potenze occidentali è messo in discussione, in questo contesto si assiste all’ascesa del sud e allo spostamento del centro del mondo. La lettura di un libro su cui torneremo, Le Vie della Seta, la Storia del Cuore del Mondo di Peter Frankopan, che consiglio, dimostra che la civiltà ebbe questa culla fin dall’antichità. Un modo di produzione è in pieno sconvolgimento, ma anche un centro nevralgico di civiltà viene rivitalizzato nel tentativo di attutire il collasso e i suoi pericoli. Evitare l’apocalisse è la posta in gioco delle transizioni, l’apocalisse è nelle teste. La trasformazione storica non è solo economica, è anche culturale, di civiltà e il riferimento alle Vie della Seta lo segna, ma il gioco di schivare l confronto militare tra i cambiamenti è altrettanto originale e realizzato. Si pensi allo stratega Sun Tzu Secondo una lunga tradizione, L’arte della guerra fu scritta da Sun Wu, meglio noto come Sun Tzu, generale e stratega di re Helu di Wu durante il periodo primaverile e autunnale (770-476 a.C.). Si tratta probabilmente di un testo apocrifo ma che rivela uno studioso, un gentiluomo equivalente di Tucidide, padre della Storia. Sun Tzu spiega che l’arte suprema della guerra è vincere senza dover combattere, l’altro Tucidide nelle guerre del Peloponneso spiegò che la guerra tra Atene e Sparta fu inevitabile per la paranoia di quest’ultima, città-stato alle prese coll’ascesa della rivale.
Fu He yafei,’ex-Viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, uno dei primi funzionari cinesi a proporre un’interessante interpretazione della Via della Seta come mezzo del governo cinese per sventare la trappola di Tucidide. La trappola di Tucidide è un concetto del politologo Graham T. Allison riferendosi a un passaggio della Guerra del Peloponneso dovei Tucidide riteneva che la guerra del Peloponneso fu causata dalla reazione degli spartani davanti al rapido sviluppo di Atene. La percezione dell’ascesa della città-stato rivale sarebbe stata per loro un casus belli .importante, anche se non riconosciuto. Allison sostiene che la storia del mondo è piena di scontri armati scatenati da preoccupazione o paranoia di un attore spaventato dall’hybris del nuovo rivale. Ritiene che Stati Uniti e Cina, a causa dello sviluppo di quest’ultima, siano già, all’inizio del XXI secolo impegnati nella corsa quasi inevitabile a misurarsi militarmente.
Non sarebbe tanto la rivitalizzazione dell’antico centro nevralgico di Alessandro Magno essenziale al perno pacifico e al rapporto con Russia e India quanto l’idea di farne uno spazio sfruttando la forza dell’avversario per trovare un’alternativa alla guerra. Già prima di questa teoria, proprio considerando quanto accaduto all’URSS, Deng Xiao Ping raccomandò che la Cina non aspettasse di diventare più forte. Con Hu Jintao fu adottata l’idea di “Via dello sviluppo pacifico della Cina” in un mondo sempre più multipolare e globalizzato, quando arriva Xi l’osservazione divenne “siamo troppo grandi per poterci fare ancora piccoli, dobbiamo assumere il nostro peso nelle relazioni internazionali”.
Nel contemplare l’evoluzione della Cina, le interpretazioni sono numerose e non sempre supportate dai fatti. In particolare sul deciso ritorno al marxismo con Xi, in generale quando si fa riferimento a questa ispirazione politica, la si vive come una svolta che nulla prefigurava e sarebbe legata alla personalità del nuovo leader che sarebbe più comunista dei predecessori. Piuttosto, la logica suggerisce che la leadership collettiva del PCC abbia scelto Xi per ciò che rappresenta, e Xi non sorprese chi lo promosse. È inoltre necessario avere la flessibilità intellettuale per pensare alla civiltà cinese di ieri e di oggi come più collettiva della nostra e con una visione diversa su determinanti e dinamiche. Quindi, quando Xi riprende l’idea di Hu Jintao dello sviluppo pacifico della Cina in un mondo multipolare e globalizzato, non è solo una scelta politica ma anche un “leggere la storia”, cioè il modo in cui le forze produttive innescano forze oggettive e come la Cina deve posizionarsi per trarne vantaggio anche se Stati Uniti e forze occidentali rimangono dominanti ma ora non possono fare altro che godere di rendite di monopolio sempre più indeboliti. Ma va anche notato che questa visione riunisce Mao e Deng, di cui Xi afferma essere erede. Vale a dire che dove vediamo una rottura tra Mao e Deng, c’è continuità realizzata dal governo del Partito Comunista.
Questo momento in cui l’occidente capitalista scopre sia il proprio declino che la forza della Cina è molto pericolosa, riconoscono i testi cinesi, c’è un momento molto pericoloso perché il capitalismo dominante ha finito per individuarlo perché troppo grande per nascondersi ed è qui che entrerebbero in gioco la trappola di Tucidide. Ma i cinesi vogliono evitare la guerra; che non solo avrebbe un costo terribile, ma rallenterebbe l’ascesa della Cina anche se avanza. Quindi va evitata la guerra per vincere. La Cina non mira a detronizzare gli Stati Uniti, deve consolidare le sue conquiste ed evitare la corsa agli armamenti dell’URSS. L’armamento ha un aspetto difensivo, ma va chiarito che il territorio cinese, compresa Taiwan, sarà sotto il controllo cinese e non nordamericano. Quindi all’interrogativo ossessivo degli occidentali sulla tradizione cinese nella realpolitik “non è grazie a benevolenza o rettitudine morale che abbiamo raggiunto i nostri obiettivi ma sfruttando le opportunità che si sono presentate” (1) e la tradizione morale confuciana reinterpretata dal comunismo a cui Xi si riferisce col termine “ destino comune ” dell’umanità (2) cosa prevale? Possiamo rispondervi. E Xi insiste molto sul fatto che assumere il ruolo di grande potenza per la tradizione cinese non è come l’occidente che cerca l’egemonia, l’armonia può esistere perché i cinesi non hanno il potere.. (3) Ma quando è necessario è necessario. Da qui la necessità di precisare il dialogo, prepararlo in termini concreti e nello stesso tempo definire la linea rossa su ciò che non è negoziabile. Va notato che questa concezione della diplomazia diffusa in particolare dai russi e l’influenza del socialismo, del rifiuto della guerra e la difesa delle sovranità, gioca un ruolo fondamentale, anche se gli Stati Uniti hanno difficoltà a legare le loro parole con le loro azioni. Discutere degli argomento in una competizione riconosciuta feroce e in cui viene messo in riserva ciò che non è negoziabile (in sostanza territorio, sovranità e diritto a un diverso sistema politico).
Evita la guerra, ma sappi anche dove sei e cosa puoi ottenere. Ogni parola, ogni espressione ha un significato, quindi quando Xi dice che bisogna camminare con passo sicuro, questa osservazione si riferisce a un plus rispetto all’espressione di Deng Xiao Ping: quando attraversiamo il torrente a guado bisogna sentire ogni pietra. Ogni passo richiede un atteggiamento diverso e questo è il pericolo delle interpretazioni: quando credi di aver capito, la situazione cambia e cambia rapidamente. La pandemia fu indubbiamente un’accelerazione della tendenza anche se le dinamiche degli opposti rimangono le stesse e questo finché il socialismo si sviluppa entro il dominio capitalista. I cinesi quindi vogliono la via dello sviluppo pacifico, ma come? Moltiplicando i punti concreti di dialogo ed è in questo senso che le Vie della Seta consentono di avanzare pacificamente lo status internazionale creando zone di contatto in cui la concorrenza ha un aspetto controllabile senza l’intervento militare.
Quindi He yafei fu uno di quelli che suggerì che il lancio delle nuove Vie della Seta da parte di Xi Jinping nel 2013 sia spiegato come uno dei modi per sventare la trappola di Tucidide: il modo in cui la Cina assume il proprio ruolo internazionale va fatto promuovendo la cooperazione sino-americana in una regione del mondo piena di rischi e opportunità,e la BRI dovrebbe consentire di valutare meglio le rispettive intenzioni. Sarebbe un “cuscino” per attutire la competizione strategica. “Finché manteniamo le comunicazioni e parliamo con sincerità, la trappola di Tucidide può essere evitata”, affermava Xi Jinping. (4) Ma oggi è anche chiaro che si vuole sventare la trappola di Tucidide, sono nordamericani ed alleati che devono fare lo sforzo, cioè cambiare mentalità e modo di agire. Concordano verbalmente di ammettere il “reciproco rispetto” ma il rispetto inizia col riconoscimento dell’integrità del territorio che comprende Taiwan, Hong Kong, Tibet e Xinjiang, queste aree sono pacifiche e riguardano il Paese, gli Stati Uniti al loro interno divisi non sono nella posizione di dare lezioni. La Cina non interferisce in queste divisioni interne, così come esige il rispetto del regime politico di ogni popolo. Non si tratta di rinunciare al socialismo che assicura uno sviluppo senza precedenti, è un’idea che si ritrova in tutti i Paesi che hanno scelto questa strada, Cuba compresa. Ma Stati Uniti ed occidente devono anche capire che l’ordine mondiale creato nel 1945 si è evoluto e richiede una nuova riflessione su interessi e sicurezza di ciascuno. E questo va oltre la sola Cina, si tratta di fondare un nuovo ordine internazionale in cui la Cina non pretende di succedere agli USA ma di essere garante del multilateralismo pacifico. “Non si può raggiungere la cima della montagna senza percorrere sentieri difficili e ripidi; non si può ottenere la virtù senza che questa costi molta fatica. Ignorare la strada che si deve percorrere, partire senza una guida, è volersi smarrire, voler mettere in pericolo la propria vita”. (Confucio).
Per i cinesi, un’azione politica priva di Teoria, di visione strategica, ma anche slegata da un linguaggio specifico (o linguaggio definito) porta a inefficacia pratica, ma ha anche l’effetto di produrre disorientamento. Questo è ciò che successe all’URSS e al movimento comunista occidentale con la destalinizzazione condotta nonostante un buon senso. In particolare minando non solo l’unità del partito che consente il ruolo guida e lo incita a fare di tutto per impedire la guerra, mentre affronta la lotta per impedire la regressione delle dinamiche del socialismo verso il comunismo. Questa esigenza di “pensiero” che non si accontenta dell’avvenimento ma porta a lungo termine alla meta, suppone la dialettica tra idealismo e materialismo. Un principio leninista e si sa come Lenin, di fronte a un importante problema politico, si volgeva alla teoria includendo la dialettica marxista e hegeliana. Si potrebbe senza dubbio tracciare un’analogia tra marxismo ed idealismo hegeliano e marxismo e confucianesimo sulla necessità del rovesciamento. Marx, a differenza del materialismo volgare, riconosce il suo debito nei confronti di Hegel, non solo per la dialettica, ma anche per la visione della storia come processo. Coll’idealismo tedesco, e con Hegel in particolare, appare il principio di fattibilità umana della storia. La storia non è più il prodotto della trascendenza divina, ma è opera degli esseri umani. Ma la differenza nel principio di fattibilità pone un doppio problema 1) cosa sono gli uomini, in questa generalità? 2) quando le classi rivendicano la propria storicità e “produttività”, il carattere reazionario dell’idealismo si inarca. Lo spirito appare per quello che dovrebbe essere e lascia il posto al concreto, al reale e la pseudo unità del genere umano appare nell’opposto. L’universalismo appare formale, e tutto va ripensato.
Quindi possiamo indubbiamente collegare confucianesimo e marxismo. Ma come ogni analogia, non deve governare tutto e ignorare il pensiero contestualizzato nella specificità della civiltà. Questo approccio influenza anche il rapporto tra individuo (grande leader) e massa, la nazione e il suo ruolo vengono ripensati in questo contesto come lo sono gli universali e l’internazionalismo. Vale a dire fino a che punto qualsiasi interpretazione, soprattutto se si considera l’accelerazione del cambiamento, richiede un minimo di cautela in quanto le basi vanno specificate in un approccio in cui si tratta di partire da ciò che riguarda un negoziato e ciò che ne va escluso.
Ciò che è più chiaro è che la visione cinese porta lontano, oltre la pianificazione stessa, e si traduce in un discorso rassicurante ma anche inflessibile come modo più caratteristico della diplomazia cinese. Per inciso, la differenza non potrebbe essere maggiore coll’atteggiamento occidentale, francese in particolare.

Note:
1) Dialogo molto famoso tra Li si, ministro di Qin Shihuang, il primo imperatore e confuciano Xun Zi
2) Il destino comune dell’umanità è certamente una formula ma si basa su valori non solo del comunismo ma della rettitudine morale dei junzi (studiosi, funzionari virtuosi) doppia garanzia internazionale che si oppone al capitalismo egemonico praticata.
3) Xi: non c’è il gene dell’invasione nel nostro sangue”, quotidiano cinese maggio 2014, questo tema fu ripetuto più volte.
4) Xi Jinping, discorso all’ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra, Ginevra, 18 gennaio 2017

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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