Marines a Taiwan: una grave provocazione, ma non una notizia

Brian Berletic, LDR, 15 ottobre 2021

Quando il Wall Street Journal riferiva che le forze speciali e i marines statunitensi furono segretamente stanziati a Taiwan per addestrare le controparti taiwanesi per oltre un anno, fu considerata una notizia dell’ultima ora e seguita da titoli come quello del Guardian, “Un gruppo segreto di addestratori militari statunitensi è a Taiwan da almeno un anno”, sostenendo che le rivelazioni furono fatte dopo le mosse “provocatrici” di Pechino. Tuttavia ciò non è vero. In realtà fu segnalato non appena successe alla fine dell’anno scorso. The Diplomat in un articolo del novembre 2020 intitolato “I predoni della marina statunitense arrivano a Taiwan per addestrare i marines taiwanesi”, citava i media locali rivelare il dispiegamento dagli Stati Uniti. Fu anche notato che le forze statunitensi non mettevano piede a Taiwan dal 1979. L’anno scorso, il Pentagono negò tale schieramento. Il Marine Corps Times nell’articolo “I Marine Raiders non si addestrano a Taiwan, insiste il dipartimento della Difesa”, notò: “I rapporti sui marines statunitensi a Taiwan sono imprecisi”, disse il portavoce del Pentagono John Supple al Marine Corps Times. “Gli Stati Uniti rimangono impegnati nella nostra politica di una sola Cina basata sui tre comunicati congiunti, sulla legge sulle relazioni con Taiwan e sulle sei garanzie”. Il riferimento ai tre comunicati congiunti, Taiwan Relations Act e Six Assurances si riferisce al riconoscimento dal governo degli Stati Uniti della One China Policy. Le truppe statunitensi si erano ritirate da Taiwan negli anni ’70 e finora non erano tornate perché negli anni ’70 gli Stati Uniti, insieme ad ogni altra nazione sulla Terra, non riconobbero più ul governo della Repubblica di Cina (ROC) di Taipei, riconobbe una sola Cina, comprendente Taiwan, e il solo governo cinese di Pechino, della Repubblica popolare cinese (RPC). Nonostante i documenti pubblicati dai governi statunitense, britannico e australiano che riconoscano questa posizione ufficiale sullo status di Taiwan, la stragrande maggioranza del pubblico occidentale crede ancora che Taiwan sia un Paese indipendente che la Cina sia “prepotente”.
Il sito del dipartimento di Stato degli Stati Uniti sotto l’Office of the Historian pubblicava il testo completo del comunicato di Shanghai, il primo dei tre comunicati congiunti menzionati da John Supple nella dichiarazione dell’anno scorso. Nel comunicato si affermava: “Gli Stati Uniti riconoscono che tutti i cinesi su entrambi i lati dello stretto di Taiwan sostengono che esiste una sola Cina e che Taiwan è parte della Cina. Il governo degli Stati Uniti non contesta tale posizione. Riafferma il proprio interesse a una soluzione pacifica della questione di Taiwan da parte dei cinesi. Con questa prospettiva, afferma l’obiettivo finale del ritiro di tutte le forze e installazioni militari statunitensi da Taiwan. Nel frattempo, ridurrà progressivamente forze e installazioni militari da Taiwan man mano che la tensione nell’area diminuirà”. Anche il governo australiano riconosce ufficialmente la One China Policy. Sul sito del governo australiano nella pagina intitolata “Relazione Australia-Taiwan”, si afferma inequivocabilmente: “Il governo australiano continua a riconoscere Taipei fino dall’istituzione delle relazioni diplomatiche con la RPC nel 1972. Il comunicato congiunto dell’Australia con la RPC riconosceva il governo della RPC come l’unico governo legale della Cina e la posizione della RPC che Taiwan è una sua provincia”. Nonostante questi fatti dichiarati, i media e i governi occidentali deliberatamente ingannano il pubblico facendo pensare che Taiwan sia un Paese indipendente e che la Cina sia “prepotente”. In un colpo, i commentatori affermavano che Taiwan è un “Paese democratico”, mentre che Taiwan dichiarerà l'”indipendenza” presto. Non viene spiegato come un Paese democratico indipendente possa dichiarare l’indipendenza, dichiarare l’indipendenza da chi e perché, in primo luogo. A prima vista la narrazione è contradditoria, ma come gran parte di ciò che l’occidente fa geopoliticamente, la sua narrativa su Taiwan si basa su bugie contrastanti volte a istigare il pubblico, distogliendo l’attenzione dalle contraddizioni e, nel caso della One China Policy, semplicemente omettendola.
Considerando la posizione ufficiale degli Stati Uniti su Taiwan, il posizionamento di forze statunitensi a Taiwan è un’invasione ed occupazione de facto del territorio cinese. Pechino legge sicuramente i titoli taiwanesi come quelli occidentali, se la sua intelligence fosse all’oscuro del dispiegamento militare statunitense dello scorso anno, nonostante la mossa provocatoria e senza precedenti, la risposta di Pechino fu di infinita pazienza e maturità geopolitica. Anche l'”invasione dello spazio aereo taiwanese” era propaganda occidentale piuttosto che aggressione. Il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan ammise che gli aerei da guerra cinesi sorvolavano ciò che secondo gli amministratori di Taiwan è la Zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan (ADIZ). Gli ADIZ non sono riconosciuti dal diritto internazionale, sono dichiarati unilateralmente e sono stabiliti al di fuori dello spazio aereo sovrano riconosciuto di una nazione, non in esso. Nel caso di Taiwan, non ha uno spazio aereo sovrano proprio, ma anche se lo avesse, gli aerei da guerra cinesi erano lontani anche secondo Taiwan, operando in ciò che è internazionalmente riconosciuto come spazio aereo internazionale. Così azioni e parole riservate di Pechino vennero dopo, non prima delle rivelazioni sul provocatorio dispiegamento militare nordamericano.

Truppe statunitensi a Taiwan: scacco matto?
Jacob Helberg, “adjunct fellow” del Center for Strategic and International Studies (CSIS), che include tra i suoi sponsor i governi di Stati Uniti, Taiwan e Giappone, nonché società produttrici di armi, rivelò in un’intervista con Breaking Points il ragionamento alla base del posizionamento di truppe statunitensi a Taiwan nonostante l’ovvio riconoscimento da Washington della politica della Cina unica. Helberg disse che era per impedire alla Cina di usare la forza senza creare un pretesto degli Stati Uniti per intervenire militarmente. La presenza di truppe statunitensi creò condizioni meno favorevoli all’azione della Cina. Helberg notò la prospettiva che l’attuale governo guidato dal Partito Democratico Progressista a Taiwan dichiari “indipendenza” nonostante sostenga che Taiwan sia già un “paese democratico”. Questa difficilmente sarebbe una decisione presa senza consultazione ed approvazione degli Stati Uniti insieme ad assicurazioni di protezione. I pezzi degli scacchi erano sicuramente messi a posto prima di qualsiasi potenziale “dichiarazione di indipendenza”, ma se ciò accadesse dipende dalle contromosse di Pechino e da altri fattori che potrebbero entrare nel calcolo degli Stati Uniti.

La realtà economica dell’integrazione contro i sogni febbrili d'”indipendenza”
Un argomento spesso lanciato dai media occidentali in difesa dell’incoraggiamento collettivo della ricerca dell’indipendenza di Taiwan e dell’attuale posizione belluina verso Pechino è; se il popolo di Taiwan sceglie l’indipendenza, perché dovrebbero fermarlo? Furono omesse tutte le argomentazioni avanzate dall’occidente quando la Crimea votò l’adesione alla Russia nel 2014 implicando pretese di coercizione e influenza estere. Nel caso di Taiwan, gli Stati Uniti in realtà sono chiaramente coinvolti nel plasmare le opinioni della popolazione taiwanese e nel dirigere l’attuale governo. I taiwanesi non decidoni di perseguire l’indipendenza da soli né perseguono i propri interessi. Al contrario. L’economia di Taiwan dipende ed è parzialmente integrata nella Cina continentale. Oltre il 40% delle esportazioni taiwanesi va in Cina e Hong Kong e la stragrande maggioranza del commercio risiede nella regione asiatica. La Cina continentale rappresenta la maggior parte delle importazioni di Taiwan col 21% dal 2019 e il Giappone al secondo posto al 16%. Significativi anche gli investimenti. Nonostante la posizione di Taipei nei confronti di Pechino, la comunità imprenditoriale di Taiwan ancora fortemente investe nella Cina continentale e viceversa. La “dichiarazione di indipendenza” di Taiwan porterebbe almeno la Cina a restringere il flusso economico da e per Taiwan, strangolandone l’economia e minando il governo provocatore in modi che l’assalto militare all’isola non sarebbe mai necessario. Gli Stati Uniti non hanno né i mezzi né il tempo per creare alternative economica e mercati per Taiwan nella finestra di opportunità che si va rapidamente chiudendo prima che la Cina superi irreversibilmente gli Stati Uniti economicamente e militarmente, facendo a pezzi qualsiasi discutibile presenza militare che gli Stati Uniti hanno sull’isola consentendo a Pechino un ampio margine di manovra per reintegrare la provincia ribelle.
Le provocazioni statunitensi, incluso il dispiegamento senza precedenti di truppe statunitensi a Taiwan e chi nell’amministrazione taiwanese che le aiutano e favoriscono, minacciano l’attuale status quo che include l’integrazione graduale di Taiwan in una Cina continentale in crescita e prospera. L’attuale status quo rappresenta la “soluzione pacifica della questione di Taiwan” come concordato proprio dal governo degli Stati Uniti con Pechino nei suoi comunicati. Il problema non è che questo accordo sia in contraddizione coll’interesse di Taiwan o con Pechino, ma piuttosto con quello di Washington. Ed è sulla base di questo pretesto che gli Stati Uniti s’immischiano negli affari interni della Cina in tal modo provocatorio e pericoloso, minacciando la guerra dove non ne esisteva la prospettiva e spingendo la regione indo-pacifica verso conflitto ed instabilità, conflitto e instabilità da cui gli Stati Uniti affermano di proteggere la regione e il mondo.

Brian Berletic è ricercatore geopolitico e autore di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio