Le critiche alle politiche neocoloniali francesi in Africa crescono

Vladimir Danilov, New Eastern Outlook 13.10.2021

Il vertice Africa-Francia si teneva a Montpellier, in Francia, l’8 ottobre, e per la prima volta dal 1973 nessun capo di Stato africano fu invitato al vertice. Invece, le attuali relazioni di Parigi cogli Stati africani furono discusse con uomini d’affari, artisti e attivisti sociali. Di conseguenza, gli organizzatori del vertice non elusero l’andamento politico delle relazioni tra Francia e Stati africani. Considerando la politica estera dell’Eliseo degli ultimi anni che portava a manifestazioni di massa in molti Stati africani, che chiedevano ai francesi di andarsene, il tema principale del vertice fu il sentimento antifrancese che dilaga in Africa. In particolare, fu notato che Ciad, Mali e Repubblica Centrafricana sono i più attivi nel criticare la politica di Parigi.
Situato nella parte africana del Sahel, il Ciad ha un rapporto storico speciale con la Francia, come riconosciuto da Parigi. Nella sua capitale, N’Djamena c’è il quartier generale delle forze combinate dell’operazione Barkhane a guida francese. Tale operazione è condotta in cooperazione con cinque Paesi, Mali, Ciad, Burkina Faso, Mauritania e Niger, contro i gruppi terroristici islamisti. Ma la presenza francese in Ciad è oggetto di crescenti critiche. I residenti di N’Djamena denunciano le troppe interferenze negli affari interni del Paese e il paternalismo acuto. Il sentimento antifrancese è molto forte dalla morte del presidente Idriss Déby ad aprile e l’istituzione di autorità militari provvisorie guidate dal figlio Franceis, accusato di sostenere la presa del potere dei militari che. secondo i residenti, fu confermato dalla presenza del presidente francese Macron ai funerali del presidente Idriss Déby e del nuovo capo della giunta militare. Da allora, bandiere francesi vengono bruciate ad ogni manifestazione contro le autorità militari ciadiane per protestare contro il neocolonialismo. Gli abitanti del Paese denunciavano l’ingerenza della Quinta Repubblica negli affari interni dello Stato accusandola di tentare un’oscura presa di potere. Simil aumento del sentimento antifrancese si ebbe di recente in Mali. I residenti incolpano l’ex-metropoli per il fallimento dell’operazione Barkhane, affermando che la Francia non solo non elimina i terroristi, ma li rinforza con armi e cibo. Tuttavia, nonostante la netta sconfitta, il presidente Macron si rifiuta di riconoscere che negli anni della loro presenza nel Paese, le truppe della Quinta Repubblica non affrontavano la minaccia dell’estremismo e non garantivano la sicurezza dei residenti. Inoltre, il presidente francese cerca di giustificare la presenza militare in Mali, in particolare nell’intervista a Radio France Inter sul completamento dell’Operazione Barkhane e ritiro del contingente militare dal Paese africano. Tuttavia, il presidente francese non disse in tale intervista che durante gli anni di presenza in Mali, il contingente militare straniero non solo non seppe sconfiggere i gruppi radicali, ma li ha invece notevolmente rafforzati. Né il politico disse come la Francia avesse ripetutamente minacciato le autorità della repubblica africana col ritiro delle truppe, divenendo mera manipolazione e tentativo di mantenere il dominio sullo Stato indisciplinato.
All’inizio di ottobre, il primo ministro ad interim del Mali, Choguel Kokalla Maïga, osservò i legami della Francia con i terroristi affermando che aveva prove in tal senso e che i gruppi terroristici sul territorio del Mali erano finanziati dall’estero. In particolare, secondo il primo ministro, le truppe francesi creavano un’enclave a Kidal consegnandola a un movimento formato da Ansar al-Din. Tale movimento collabora coll’organizzazione terroristica internazionale al-Qaida. Pertanto, non sorprende che il portavoce del partito M5-RFP del Mali, Emile Bittar, dichiarasse a radio RFI che l’Eliseo, che cerca di dimostrare il diritto di dettare la volontà politica agli Stati africani e iad nvadere senza tante cerimonie il loro territorio, è un nemico occulto del Mali e che i suoi rappresentanti devono lasciare immediatamente il Paese.
La volontà del popolo della Repubblica Centrafricana di radunarsi per combattere la pressione neocoloniale francese è riportata da Le Potentiel Centrafricain. Inoltre, i membri di Radio Lengo Songo affermarono che Francia e Paesi occidentali cercano di far deragliare l’imminente dialogo nazionale nella Repubblica Centrafricana attraverso media come RFI, Figaro, AFP, Le Monde, France 24. Secondo il portavoce presidenziale della Repubblica centrafricana, Albert Yaloke-Mokpem, l’ex-metropoli aveva deliberatamente “sguinzagliato i suoi media” per screditare la Repubblica Centrafricana insieme ai nuovi partner, in particolare Russia e Ruanda. Il popolo della Repubblica centrafricana ora vede i benefici della stretta cooperazione dell’esercito con specialisti russi, poiché i combattenti della FACA riuscivano a schiacciare rapidamente la minaccia dei terroristi e a riportare la pace nel Paese. Mokpem ricordò come i media occidentali abbiano manipolato la crisi alla fine del 2012 e all’inizio del 2016 quando il presidente Faustin-Archange Touadéra entrò in carica.
La Francia ha perso influenza non solo in Africa ma anche altrove. Sulla precedente operazione antiterrorismo Barkhane dichiarata da Parigi, che alla fine falliva senza ridurre la minaccia terroristica nel continente, gli abitanti dell’Africa si pongono domande giustificate sia al presidente francese che agli stessi francesi: dove sono finiti i tanti soldi per essa e a chi sono andati? I fallimenti in terra africana hanno sicuramente colpito la posizione Francia sulla scena mondiale e il credito del presidente Emmanuel Macron, che ha solo moltiplicato negli anni gli errori in politica estera dell’ex metropoli. Il capo della Quinta Repubblica persegue una strategia neocoloniale insostenibile nelle realtà. Uno dei problemi principali della politica di Macron risiede nell’atteggiamento sprezzante delle élite occidentali ed europee nei confronti degli africani. Nel frattempo, non dovrebbe dimenticare che la posizione del popolo di Ciad, Mali e Repubblica centrafricana dimostrano che le ex-colonie furono a lungo Stati indipendenti non interessati a soddisfare unilateralmente gli appetiti di attori stranieri.

Vladimir Danilov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio