Deluso da Biden, la Turchia osserva i legami più stretti con la Russia

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 12.10.2021

Nell’esplicito spostamento della politica estera degli Stati Uniti dalla decennale attenzione al Medio Oriente al sud-est asiatico per contrastare quella che considera la maggiore sfida agli Stati Uniti nel 21° secolo, ovvero la Cina, avvengono profondi cambiamenti nei legami degli Stati Uniti con molti Stati del Medio Oriente/Golfo, compresi i vecchi alleati. Il ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente, che l’ha anche portato a rompere anche l’alleanza coi sauditi, non solo indica il calo d’interesse degli Stati Uniti nella regione, ma rivela anche perché essi non hanno più bisogno della Turchia. Anche se la Turchia è ancora alleata nella NATO, la frattura tra Stati Uniti e UE spinge sempre più quest’ultima a ridefinire i legami con la Russia, oltre a stabilire una forza militare europea, che lascia la Turchia capace di perseguire i legami strategici con la Russia in modo ancora più aperto e vigoroso di quanto non avvenuto negli ultimi anni. Allo stesso modo, sulla scia del Nord Dtream-2 che ridefinisce i legami UE-Russia e indica il declino nordamericano nel continente, rimane poco spazio per la Turchia nel proiettarsi come “equilibratore” tra occidente e Oriente. Al contrario, approfondire i legami con la Russia ha senso. È dovuto alle mutevoli dinamiche dell’impegno degli Stati Uniti in Medio Oriente e all’impatto che sugli alleati che le relazioni tra Ankara e Washington non riuscivano a migliorare. Sebbene non ci siano state gravi crisi, il fatto che Biden ed Erdogan non sappiano risolvere la vecchia crisi dimostra perché Erdogan, dopo il recente incontro con Biden, definiva “malsani” i legami tra Stati Uniti e Turchia. Quindi, anche se l’amministrazione Biden aveva promesso di ripristinare politica e decisioni dell’amministrazione Trump, si è specificamente rifiutata di rimuovere le sanzioni che la prima aveva imposto alla Turchia dopo aver acquistato il sistema di difesa missilistico russo S-400.
I legami US-Turchia quindi rimangono tesi non solo a causa del l’amministrazione Biden che non ha fatto nulla per migliorarli, ma anche perché gli Stati Uniti essenzialmente non hanno ragione di ripristinare tali legami, sulla scia dell’allontanamento dal Medio Oriente. La Turchia, quindi, deve esplorare altre opzioni per concretizzare i propri interessi. Dopo il recente incontro con Vladimir Putin, Erdogan si affrettava a sottolineare che avevano utilizzato l’incontro “sincero e produttivo” a Sochi (29 settembre) per discutere possibili progetti congiunti di difesa e sicurezza, compresa la costruzione di reattori nucleari russi in Turchia. Sebbene questo annuncio possa esser un campanello d’allarme in alcuni ambiti occidentali, non generava la forte reazione della NATO dopo l’acquisto dalla Turchia del sistema S-400. In larga misura, lo sviluppo di legami operativi e persino strategici con la Russia diventa normalità nell’UE, grazie all’insistenza della Germania nel perseguire e completare il Nord Stream 2 per soddisfare le sue esigenze senza dover compromettere gli interessi fondamentali. Gli Stati Uniti, d’altra parte, si preparano a un nuovo round di sanzioni qualora Ankara dovesse concludere nuovi accordi della difesa con la Russia. Il senatore Robert Menendez, che dirige il Comitato Affari Esteri del Senato, disse che le sanzioni sono legali per “qualsiasi entità che faccia affari coi settori militari o di intelligence russi.” “Qualsiasi nuovo acquisto dalla Turchia deve significare nuove sanzioni”, disse. “Continuiamo a chiarire alla Turchia che qualsiasi nuovo significativo acquisto di armi russe rischia d’innescare sanzioni CAATSA 231 oltre a quelle imposte nel dicembre 2020”, affermava un portavoce del dipartimento di Stato, riferendosi al Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act del 2017.
Nonostante lo stato di tensione, resta che, senza la diversa visione del mondo di Ankara, Stati Uniti e Turchia avrebbero potuto continuare a lavorare quali alleati. In particolare, l’ascesa dell’Asia e della Cina a potenza globale, una delle principali cause di preoccupazione del sistema dominato dagli Stati Uniti, non è vista come “minaccia” da Ankara. L’élite al potere in Turchia non vede la Cina come Paese che va contrastato o contenuto. D’altra parte, il regime di Erdogan, che cerca modi di posizionare la Turchia come uno dei principali attori regionali dalla prospettiva globale, vede nell’ascesa della Cina l’inevitabile passaggio globale al multipolarismo, un tipo di sistema globale che si adatta alle ambizioni di Ankara proiettandosi a potenza “neo-ottomana”. È improbabile che tali ambizioni vengano soddisfatte se Ankara rimane alleata salda e fedele della NATO. Sebbene non miri a respingere la NATO, è anche ovvio che l’alleanza con la NATO non impediva alla Francia di armare il rivale europeo e altro membro della NATO, la Grecia. C’è quindi l’ulteriore imperativo per Ankara a soddisfare le proprie esigenze di difesa con tutte le risorse disponibili. Dopo le sanzioni statunitensi e il rifiuto di consegnare gli F-35, per cui Ankara ha già pagato 1,4 miliardi di dollari, la Russia diventa la fonte alternativa adatta per l’approvvigionamento della difesa.
Pertanto, come osservò Erdogan dopo l’incontro con Putin, “non si torna indietro” dall’acquisto del sistema S-400, o dai prossimi accordi sulla difesa, compresi sottomarini e centrali nucleari. Allo stato attuale, le relazioni coll’occidente, in particolare cogli Stati Uniti, continueranno a deteriorarsi non solo perché Ankara si allea con la Russia, ma anche perché gli Stati Uniti, a causa dell’attenzione che volge dal Medio Oriente, non possono dare alla Turchia margine di manovra per perseguire ambizioni regionali. Anche se la Russia è stanca delle ambizioni “neo-ottomane” di Ankara, è improbabile che ottengano sostegno da NATO o Stati Uniti. In assenza di ciò, i sogni ‘neo-ottomani’ di Ankara restano legati al sostegno della Russia sul fondamentale equipaggiamento militare e di difesa, oltre che sulla fornitura di gas, che continua a svolgere un ruolo cruciale nel soddisfare le esigenze domestiche e industriali della Turchia.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore-analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio