La risoluzione del problema di Taiwan appare imminente

James Oneill, New Eastern Outlook 08.10.2021

Nel 1949, quando il Partito Comunista riuscì nella guerra civile in Cina, il regime nazionalista fuggì nell’isola allora chiamata Formosa. Tuttavia, non abbandonò il seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e continuò a rappresentare la Cina in quell’organo fino al 1972. Questa storia è assai facilmente dimenticata nella discussione sullo status di Taiwan (come è ora nota Formosa). Il presidente di Taiwan proclama a gran voce l’indipendenza delle isole e invita altri Paesi, inclusa l’Australia, a difendere tale indipendenza quando il governo di Pechino finalmente eserciterà la pretesa su Taiwan come parte legittima della Repubblica popolare cinese. Completamente dimenticata nel clima attuale dal regime taiwanese è la propria pretesa di rappresentare la Cina. Com’è conveniente ignorare la propria storia quando non va bene più. Negli ultimi giorni il governo di Pechino inviò sempre più aerei militari in quella che Taiwan sostiene essere la propria zona d’interesse. La grande domanda sulle menti del governo di Taiwan e dei suoi presunti alleati è se queste esercitazioni dalla terraferma presagino l’invasione. Ciò che pensa il governo cinese è se le mosse degli Stati Uniti rappresentino o meno un cambiamento della politica ufficiale di Washington sulla Cina. I nordamericani nelle ultime settimane adottavano diverse misure che mettono in dubbio la loro posizione su “una Cina”. Tali mosse includono l’aggiornamento dello status della rappresentanza di Taiwan a Washington e forse in modo allarmante, l’aumento significativo dell’assistenza militare al regime di Taiwan.
Questo fu anche accompagnato da diversi commenti belluini dai funzionari nordamericani sulla loro determinazione a “difendere” i diritti di Taiwan alla separazione. Tali mosse rappresentano collettivamente il significativo allontanamento dalla posizione degli Stati Uniti di riconoscere il governo cinese come legittimo sovrano del popolo cinese. Comprensibilmente, questo cambiamento nella retorica degli Stati Uniti era allarmante per il governo di Pechino. Di recente ci fu una telefonata tra i presidenti di Stati Uniti e Cina, anche se non si sa quali accordi venissero raggiunti. Il potenziamento dei voli militari cinesi a seguito della conversazione telefonica suggerisce fortemente che i nordamericani non erano disposti a riconoscere le preoccupazioni della Cina. Il deterioramento della situazione nella regione portava molti commentatori a speculare apertamente sulla possibilità che la situazione si deteriori fino al punto in cui vi sia un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina, e quale possa esserne l’esito. Se tale conflitto rimanesse convenzionale, cioè non nucleare, il consenso sembra essere che la Cina vinca. Ha il vantaggio della massiccia presenza militare e di combattere sul proprio territorio. È improbabile che la psiche nordamericana accetti la sconfitta militare convenzionale, anche se, ad essere brutalmente franchi, negli ultimi anni hanno avuto molta esperienza come perdenti, coll’Afghanistan solo ultimo esempio.
La vera preoccupazione è tale mentalità nordamericana. Sono profondamente consapevoli di essere stati sconfitti nella guerra economica che hanno condotto contro la Cina. La Cina, per potere d’acquisto a parità, è oggi la prima economia mondiale, anche se si ostina a definirsi solo “la numero due” del mondo. Forse più allarmante per i nordamericani, i cinesi sviluppano con successo una struttura commerciale economica che fa impallidire gli sforzi occidentali. Più di 140 Paesi (3/4 del mondo) hanno aderito alla Belt and Road Initiative della Cina e questa è solo una delle tante mosse cinesi per essere il più importante partner commerciale del mondo. Ci fu un recente incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai che ora ha nove membri permanenti con l’adesione piena dell’Iran. Ci sono diversi Paesi associati, tra cui di particolare interesse, l’Arabia Saudita, che si muovono silenziosamente per migliorare le relazioni coll’Iran. Di recente, questa settimana, il governo degli Stati Uniti chiese alla Cina di cessare le relazioni economiche coll’Iran. Non sorprende che i cinesi abbiano rifiutato. Ciò che era interessante della richiesta, tuttavia, era che fu fatta. Per quanto difficile da accettare, il fatto che i nordamericani siano così lontani dalla realtà politica da avanzare una richiesta del genere è sorprendente. Tanto meno credere che avesse la minima possibilità di essere accettata. Ciò evidenzia la misura in cui il mondo cambia e non in una questione che trovi il favore dei nordamericani. Secondo chi scrive, ciò è chiaramente rappresentato dalla presunta formazione del cosiddetto Quad con Australia, Giappone, India e Stati Uniti.
Alcuni autori occidentali cercano di ritrarre tale gruppo come alleanza anti-cinese, ma io la considero idea che suggerisce fortemente che tale formulazione sia un altro sogno degli Stati Uniti su un’alleanza anti-cinese. In effetti, la Cina è il principale partner commerciale di Australia, India e Giappone ed è francamente improbabile che uno dei tre voglia mettere a repentaglio le lucrose relazioni commerciali con la Repubblica popolare. L’India è anche membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, avendovi aderito nel 2017 e, nonostante le controversie sui confini con la Cina, quest’ultima è diventata il suo principale partner commerciale nel 2020. L’interesse economico è di solito un’ottima guida alla condotta politica e l’importanza dell’economia della Cina per tutti e tre i Paesi è probabilmente il fattore dominante nel decidere le relazioni effettive. Alcuno dei tre espresse opinioni particolari sullo status di Taiwan, preferendo considerarlo fondamentalmente questione interna cinese. Di certo nessuno manifestava la volontà di entrare in guerra con la Cina sulla questione. Il ministro degli Esteri taiwanese chiese sostegno dall’Australia al conflitto con la RPC. Gli australiani ascoltarono educatamente, ma non sono così stupidi da rischiare il rapporto con la Repubblica popolare cinese per la pretesa indipendenza di Taiwan. Il governo cinese espresse l’augurio che Taiwan ritorni nel continente in tempo per le celebrazioni del Centenario della Repubblica Popolare del 2049. La Cina, secondo me, è difficile che aspetti tanto, e le mosse militari suggeriscono fortemente che l’epilogo è imminente.

James O’Neill, ex-avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio