I file segreti dell’IRS: una serie di documenti rivela come i più ricchi evitano le tasse

Jesse Eisinger, Jeff Ernsthausen e Paul Kiel, Propublica 8 giugno 2021ProPublica ha ottenuto un vasto archivio di informazioni dell’IRS che mostrano come miliardari come Jeff Bezos, Elon Musk e Warren Buffett paghino poche tasse sulla loro enorme ricchezza, e a volte anche niente. Nel 2007, Jeff Bezos, allora multimiliardario e ora l’uomo più ricco del mondo, non pagò un centesimo di tasse federali sul reddito. Fece l’impresa di nuovo nel 2011. Nel 2018, anche il fondatore di Tesla, Elon Musk, la seconda persona più ricca del mondo, non pagò le tasse federali sul reddito. Michael Bloomberg fece lo stesso negli ultimi anni. L’investitore miliardario Carl Icahn lo fece due volte. George Soros non pagò l’imposta federale sul reddito per tre anni di seguito. ProPublica ha ottenuto una vasta raccolta di dati dell’Internal Revenue Service sulle dichiarazioni dei redditi delle persone più ricche della nazione, per iù di 15 anni. I dati forniscono uno sguardo senza precedenti nelle vite finanziarie dei titani nordamericani, tra cui Warren Buffett, Bill Gates, Rupert Murdoch e Mark Zuckerberg. Mostra non solo il loro reddito e le tasse, ma anche i loro investimenti, le compravendite di azioni, le vincite al gioco d’azzardo e persino i risultati degli audit. Nel loro insieme, demolisce il mito cardine del sistema fiscale nordamericano: che tutti paghino la loro giusta tassa e che i nordamericani più ricchi pagano di più. I registri dell’IRS mostrano che i più ricchi possono, perfettamente legalmente, pagare tasse sul reddito che sono solo una frazioncina delle centinaia di milioni, se non miliardi, di fortune che crescono ogni anno. Molti nordamericani vivono di stipendi, accumulando poca ricchezza e pagando al governo federale una percentuale del reddito che aumenta se guadagnano di più. Negli ultimi anni, la famiglia media nordamericana ha guadagnato circa 70000 dollari all’anno e paga il 14% di tasse federali. L’aliquota dell’imposta sul reddito più alta, il 37%, fu introdotta quest’anno per le coppie con guadagni superiori a 628300 dollari. I documenti fiscali riservati ottenuti da ProPublica mostrano che gli ultraricchi evadono efficacemente.Potresti pagare un’aliquota fiscale più alta di un miliardario
I miliardari nordamericani si avvalgono di strategie di evasione fiscale al di fuori della portata della gente comune. La loro ricchezza deriva dal valore alle stelle dei loro beni, come azioni e proprietà. Tali guadagni non sono definiti dalle leggi statunitensi come reddito imponibile a meno che i miliardari non li vendano. Per catturare la realtà finanziaria dei nordamericani più ricchi, ProPublica ha intrapreso un’analisi che non è mai stata fatta prima. Abbiamo confrontato quanto in tasse pagavano ogni anno i 25 nordamericani più ricchi con quanto Forbes stimava la loro ricchezza fosse cresciuta nello stesso periodo. Chiameremo questa la loro vera aliquota fiscale. I risultati sono netti. Secondo Forbes, quelle 25 persone videro il loro valore aumentare di 401 miliardi di dollari dal 2014 al 2018. Pagarono 13,6 miliardi di dollari di tasse federali sul reddito in quei cinque anni, secondo i dati dell’IRS. È una somma sbalorditiva, ma equivale a una aliquota fiscale di solo il 3,4%. È un’immagine completamente diversa per i nordamericani della classe media, ad esempio, i salariati nei primi anni ’40 che accumularono una quantità tipica di ricchezza per le persone della loro età. Dal 2014 al 2018, tali famiglie videro il loro patrimonio netto espandersi in media di circa 65000 dollari al netto delle tasse, principalmente a causa dell’aumento del valore delle case. Ma poiché la maggior parte dei loro guadagni erano stipendi, le tasse furono quasi altrettanto alte, 62000 dollari, in quei cinque anni.

Gli ultraricchi per cifre

Nessuno tra i 25 più ricchi evitò tante tasse quanto Buffett, il nonno dei miliardario. Forse è sorprendente, data la sua posizione pubblica di sostenitore di tasse più alte per i ricchi. Secondo Forbes, le sue ricchezze aumentarono di 24,3 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2018. In quegli anni, i dati mostrano Buffett ave riferito di aver pagato 23,7 milioni di dollari di tasse.

Warren Buffett: Berkshire Hathaway Inc.
2014-2018
Crescita della ricchezza: 24,3 miliardi
Reddito totale riportato: 125 milioni di dollari (0,51% della ricchezza)
Tasse totali pagate: 23,7 milioni di dollari (0,10% della ricchezza)
Nota: i dati sono arrotondati.

Ciò equivale a una vera aliquota fiscale dello 0,1%, o meno di 10 centesimi ogni 100 dollari che ha aggiunto alla sua ricchezza. Nei prossimi mesi, ProPublica utilizzerà i dati dell’IRS ottenuti per esplorare in dettaglio come gli ultraricchi evitano le tasse, sfruttano le scappatoie e sfuggono al controllo dei revisori federali. Gli esperti da tempo comprendono a grandi linee di quanto poco siano tassati i ricchi negli Stati Uniti, e molti altri hanno a lungo sospettato la stessa cosa. Ma pochi dettagli sugli individui diventano pubblici. Le informazioni fiscali sono tra i segreti più gelosamente custoditi dal governo federale. ProPublica ha deciso di rivelare le informazioni fiscali individuali di alcuni dei nordamericani più ricchi perché è solo vedendo i dettagli che il pubblico può comprendere la realtà del sistema fiscale del Paese. Consideriamo il 2007 di Bezos, uno degli anni in cui ha pagato zero tasse federali sul reddito. Le azioni di Amazon erano più che raddoppiate. La fortuna di Bezos aumentò di 3,8 miliardi di dollari, secondo Forbes, le cui stime sono ampiamente citate. Come fece una persona che godeva di quel tipo di esplosione di ricchezza a non pagare alcuna imposta sul reddito?

Jeff Bezos: Amazon.com Inc.
2014-2018
Crescita della ricchezza: 99 miliardi
Reddito totale riportato: 4,22 miliardi (4,26% della ricchezza)
Tasse totali pagate: 973 milioni di dollari (0,98% della ricchezza)

In quell’anno, Bezos, che presentò le tasse insieme all’allora moglie MacKenzie Scott, riportò un misero (per lui) 46 milioni di entrate, in gran parte pagamenti di interessi e dividendi su investimenti esteri. Seppe compensare ogni centesimo guadagnato con perdite da investimenti collaterali e varie detrazioni, come le spese per interessi sui debiti e la vaga categoria onnicomprensiva di “altre spese”. Nel 2011, un anno in cui la sua ricchezza rimase pressoché stabile a 18 miliardi, Bezos presentò una dichiarazione dei redditi dichiarando di aver perso denaro: il reddito quell’anno fu più che compensato dalle perdite di investimento. Inoltre, perché, secondo la legge fiscale, guadagnò così poco che persino chiese e ricevette un credito d’imposta di 4000 dollari per i suoi figli. La sua evasione fiscale è ancora più sorprendente se si esamina il 2006-2018, un periodo di cui ProPublica dispone di dati completi. La ricchezza di Bezos aumentò di 127 miliardi di dollari, secondo Forbes, ma riportò 6,5 miliardi di entrate. 1,4 miliardi di dollari che pagò in tasse federali personali sono una cifra enorme, eppure equivale a un’aliquota fiscale reale dell’1,1% sull’aumento della sua fortuna.

Confrontate il quadro finanziario di Bezos con una tipica famiglia nordamericana
Mentre la ricchezza di Bezos è cresciuta in modo astronomico nell’ultimo decennio e ne ha pagata una minuscola frazione in tasse, la tipica famiglia nordamericana ha pagato più tasse di quanto accumulato.Le rivelazioni fornite dai dati dell’IRS arrivano in un momento cruciale. La disuguaglianza di ricchezza è una delle questioni che definiscono la nostra epoca. Il presidente e il Congresso valutano aumenti fiscali più ambiziosi degli ultimi decenni su chi ha redditi elevati. Ma la conversazione fiscale nordamericana è dominata dal dibattito sui cambiamenti incrementali, come ad esempio se l’aliquota fiscale massima sia del 39,6% anziché del 37%. I dati di ProPublica mostrano che mentre alcuni nordamericani facoltosi, come i gestori di hedge fund, pagheranno più tasse secondo le attuali proposte dell’amministrazione Biden, la stragrande maggioranza dei primi 25 vedrebbe pochi cambiamenti. I dati fiscali furono forniti a ProPublica dopo la pubblicazione di una serie di articoli che esaminano l’IRS. Gli articoli mostravano come anni di tagli al budget abbiano ostacolato la capacità dell’agenzia di far rispettare la legge e come le più grandi società e i ricchi abbiano beneficiato della debolezza dell’IRS. Hanno anche mostrato come le persone nelle regioni povere abbiano maggiori probabilità di essere controllate rispetto a quelle nelle aree ricche. ProPublica non rivela come ha ottenuto i dati, forniti in forma grezza, senza condizioni o conclusioni. I giornalisti di ProPublica hanno trascorso mesi a elaborare e analizzare il materiale per trasformarlo in database utilizzabile. Abbiamo quindi verificato le informazioni confrontando elementi di esse con decine di dettagli fiscali già pubblici (atti giudiziari, divulgazioni finanziarie di politici e notizie) e verificandole con individui le cui informazioni fiscali sono contenute dal tesoro. A ogni persona i cui dati fiscali sono descritti in questa storia fu chiesto di commentare. Chi ha risposto, tra cui Buffett , Bloomberg e Icahn, ha detto du aver pagato le tasse dovute. Un portavoce di Soros dichiarò: “Tra il 2016 e il 2018 George Soros ha perso denaro sui suoi investimenti, quindi non doveva lasse federali sul reddito in quegli anni. Il signor Soros sostiene da tempo tasse più alte per i ricchi nordamericani”. I rappresentanti personali e aziendali di Bezos rifiutarono domande dettagliate sulla questione. ProPublica tentò di contattare Scott attraverso il suo avvocato divorzista, un rappresentante personale e famigliari; non rispose. Musk rispose a una domanda col punto: “?” Dopo che gli abbiamo inviato domande dettagliate, non rispose.
Uno dei miliardari menzionati in questo articolo obiettò sostenendo che la pubblicazione di informazioni fiscali personali è una violazione della privacy. Abbiamo concluso che l’interesse pubblico nel conoscere queste informazioni in questo momento cruciale supera tale legittima preoccupazione. Le conseguenze nel permettere ai più ricchi di giocare il sistema fiscale sono profonde. I budget federali, a parte le spese militari, sono limitati da decenni. Strade e ponti sono crollati, i servizi sociali appassiti e la solvibilità di Social Security e Medicare perennemente in discussione. C’è una questione ancora più fondamentale rispetto a quali programmi vengono finanziati o meno: le tasse sono un sacrificio collettivo. A nessuno piace dare soldi guadagnati duramente al governo. Ma il sistema funziona solo finché è percepito equo. La nostra analisi dei dati fiscali per i 25 nordamericani più ricchi quantifica quanto sia ingiusto il sistema.
Alla fine del 2018, i 25 valevano $ 1,1 trilioni. Per fare un confronto, ci vorrebbero 14,3 milioni di normali salariati nordamericani per eguagliare la stessa di ricchezza. Il conto fiscale federale personale dei primi 25 nel 2018: 1,9 miliardi di dollari.
Il conto per i salariati: 143 miliardi di dollari.
L’idea di un’imposta regolare sul reddito, tanto meno sulla ricchezza, non compare negli atti istitutivi del Paese. In effetti, l’articolo 1 della Costituzione degli Stati Uniti vieta esplicitamente le imposte “dirette” sui cittadini nella maggior parte delle circostanze. Ciò ha significato che per decenni il governo degli Stati Uniti si è finanziato con tasse “indirette”: dazi e imposte su beni di consumo come tabacco e alcol. Coi costi della guerra civile incombente, il Congresso impose l’imposta nazionale sul reddito nel 1861. I ricchi contribuirono a forzarne l’abrogazione subito dopo la fine della guerra. (Il loro risentimento poteva essere esacerbato solo dal fatto che la legge richiese la divulgazione pubblica. Il reddito annuale dei magnati del momento: 1,3 milioni per William Astor; 576000 per Cornelius Vanderbilt, comparve sul New York Times in 1865). Alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, la disuguaglianza della ricchezza era acuta e il clima politico cambiava. Il governo federale iniziò ad espandersi, creando agenzie per proteggere cibo, lavoratori e altro. Aveva bisogno di finanziamenti, ma le tasse pizzicavano gli americani normali più dei ricchi. La Corte Suprema respinse una legge del 1894 che avrebbe creato un’imposta sul reddito. Così il Congresso si mosse per emendare la Costituzione. Il 16° emendamento fu ratificato nel 1913 e diede al governo il potere di “imporre e riscuotere tasse sui redditi, da qualunque fonte derivassero”. Nei primi anni, l’imposta sul reddito delle persone fisiche funzionò come previsto dal Congresso, cadendo direttamente sui più ricchi. Nel 1918, solo il 15% delle famiglie nordamericane doveva delle tasse. Secondo lo storico W. Elliot Brownlee, l’1% più ricco pagò l’80% delle entrate. Ma rimaneva una domanda: cosa contava come reddito e cosa no? Nel 1916, Myrtle Macomber ricevette un dividendo per le sue azioni della Standard Oil of California. Doveva le tasse, grazie alla nuova legge. Il dividendo, però, non arrivò in contanti, ma come quota aggiuntiva per ogni due azioni che già deteneva. Pagò le tasse e poi presentò ricorso in tribunale: sì, era diventata un po’ più ricca, ma non aveva ricevuto denaro. Pertanto, sosteneva, non aveva ricevuto alcun “reddito”. Quattro anni dopo, la Corte Suprema accolse. In Eisner v. Macomber, l’alta corte stabilì che il reddito derivava solo dai proventi. Una persona aveva bisogno di vendere un bene, azione, obbligazione o edificio, e raccogliere dei soldi prima che venisse tassata. Da allora, il concetto che il reddito provenga solo dai proventi, quando i guadagni sono “realizzati”, fu il fondamento del sistema fiscale statunitense. I salari sono tassati. I dividendi in contanti sono tassati. Gli utili derivanti dalla vendita di beni sono tassati. Ma se un contribuente non vende nulla, non c’è reddito e quindi alcuna imposta.I critici contemporanei di Macomber erano molti e previdenti. Cordell Hull, il deputato noto come il “padre” dell’imposta sul reddito, attaccò la decisione, secondo la studiosa Marjorie Kornhauser. Hull predisse che l’evasione fiscale sarebbe diventata comune. La sentenza aprì una scappatoia, avvert Hull, consentendo agli industriali di costruire una società e prendere in prestito contro le azioni per pagare le spese. Chiunque poteva “vivere di rendita” delle proprie azioni “senza venderle e, naturalmente, senza mai pagare” le tasse, disse. La previsione di Hull ebbero piena conferma decenni dopo, stimolate da una serie di cambiamenti economici, legali e culturali epocali che iniziarono ad avere slancio negli anni ’70. Gli esecutori dell’antitrust sempre più accettarono le fusioni e smisero di cercare di smantellare le grandi società. Da parte loro, le aziende furono ossessionate dal valore delle azioni, escludendo quasi tutto il resto. Ciò contribuìì a dare origine negli ultimi 40 anni a una serie di monoliti aziendali, a partire da Microsoft e Oracle negli anni ’80 e ’90 e continuando con Amazon, Google, Facebook e Apple oggi, che spesso hanno proprietà concentrata, alti margini di profitto e ricche quote dei prezzi. L’economia del vincitore che prende tutto ha creato fortune che eclissano quelle di John D. Rockefeller, JP Morgan e Andrew Carnegie. Nel qui e ora, gli ultra-ricchi usano una serie di tecniche non disponibili a chi ha pochi mezzi per aggirare il sistema fiscale. Certamente, tra loro vi sono evasori fiscali illegali, ma si scopre che i miliardari non devono evadere le tasse in modo esotico e illecito: possono evitarle regolarmente e legalmente.
La maggior parte dei nordamericani deve lavorare per vivere. Quando lo fa, è pagata e tassata. Il governo federale considera ogni dollaro guadagnato dai lavoratori un “reddito” e i datori di lavoro prelevano le tasse direttamente dai loro stipendi. I Bezos del mondo non hanno bisogno di uno stipendio. I salari di Amazon di Bezos furono fissati al livello di classe media, circa 80000 dollari all’anno. Per anni, ci fu una sorta di competizione tra i fondatori-CEO d’élite nell’andare ancora più in basso. Steve Jobs prese 1 dollaro di stipendio quando tornò da Apple negli anni ’90. Zuckerberg di Facebook, Larry Ellison di Oracle e Larry Page di Google fecero lo stesso. Eppure questo non è il gesto schivo che pare: i salari sono tassati a un’aliquota elevata. I primi 25 nordamericani più ricchi hanno riportato 158 milioni di dollari di salari nel 2018, secondo i dati dell’IRS. Questo è solo l’1,1% di ciò che hanno messo sui loro moduli fiscali come reddito totale dichiarato. Il resto proviene principalmente da dividendi e vendita di azioni, obbligazioni o altri investimenti, tassati meno dei salari.
La ricchezza e il reddito funzionano in modo molto diverso per gli ultraricchi rispetto alla maggior parte delle persone. Su 100 dollari di reddito per una tipica famiglia americana salariata, il governo federale tassa il reddito. Una tipica famiglia nordamericana potrebbe pagare qualcosa come il 14%. Per molte famiglie, il resto del reddito va in spese ogni anno con forse una piccola somma per il risparmio. Una famiglia tipica potrebbe anche possedere una casa, che spesso aumenta di valore nel tempo. Tali guadagni patrimoniali costituiscono gran parte della crescita della ricchezza della famiglia per un dato anno. Questa proporzione di crescita della ricchezza rispetto alle tasse fu tipica per i nordamericani di mezza età dalla metà degli anni 2000. Tuttavia, è invertita per gli ultraricchi. I 100 dollari di reddito per Bezos. Dal 2006 al 2018, le sue tasse furono circa il 21% del reddito. Ma per le persone in tale stratosfera, il reddito non ha importanza. Le azioni Amazon di Bezos aumentarono vertiginosamente di valore dal 2006. Nella maggior parte degli anni, la sua ricchezza crebbe molto di più di quanto dichiarato in entrate all’IRS. Tra il 2006 e il 2018, la ricchezza di Bezos aumentò di oltre 120 miliardi di dollari, mentre pagava una minuscola percentuale in tasse. Nel frattempo, i tipici nordamericani della sua età pagavano più tasse di quanto vedessero nella crescita di ricchezza del periodo. Cioè, per ogni 100 dollari di crescita della ricchezza in quel periodo, i nordamericani comuni pagavano 160 dollari di tasse. Bezos pagò solo 1,09 dollari.
Come membro del Congresso Hull immaginò molto tempo fa, gli ultraricchi di solito mantengono le azioni delle società che hanno fondato. Molti titani del 21° secolo siedono su montagne di quelli che sono conosciuti come guadagni non realizzati, la cui dimensione totale fluttua ogni giorno mentre i prezzi delle azioni salgono e scendono. Dei 4,25 trilioni di dollari di ricchezza detenuta dai miliardari statunitensi, circa 2,7 trilioni non furono realizzati, secondo Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, economisti dell’Università della California di Berkeley. Buffett notoriamente deteneva le azioni nella società da lui fondata, Berkshire Hathaway, il conglomerato che possiede Geico, Duracell e partecipazioni significative in American Express e Coca-Cola. Ciò permise a Buffett di evitare di trasformare la sua ricchezza in reddito. Dal 2015 al 2018 riportò un reddito annuo tra 11,6 milioni e 25 milioni. Può sembrare molto, ma Buffett è all’incirca la sesta persona più ricca del mondo: secondo le stime di Forbes nel maggio 2021, vale 110 miliardi di dollari. Almeno 14000 contribuenti statunitensi nel 2015 riportarono un reddito più elevato del suo, secondo i dati dell’IRS. C’è anche una seconda strategia su cui Buffett si affida riducendo al minimo il reddito e, quindi, le tasse. Berkshire non paga un dividendo, la somma (parte dei profitti, in teoria) che molte aziende pagano ogni trimestre a chi possiede le azioni. Buffett ha sempre sostenuto che è meglio usare quei soldi per trovare investimenti per Berkshire che aumenteranno ulteriormente il valore delle azioni detenute da lui e da altri investitori. Se Berkshire avesse offerto un dividendo vicino al dividendo medio negli ultimi anni, Buffett avrebbe ricevuto oltre 1 miliardo di dividendi e avrebbe dovuto centinaia di milioni di tasse ogni anno.
Molte società della Silicon Valley e di infotech emulano il modello di Buffett, evitando i dividendi azionari, almeno per un po’. Negli anni ’80 e ’90, aziende come Microsoft e Oracle offrirono agli azionisti crescita e profitti alle stelle, ma non pagavano dividendi. Google, Facebook, Amazon e Tesla non pagano dividendi. In una risposta scritta dettagliata, Buffett difese le sue pratiche ma non affrontato direttamente il vero calcolo dell’aliquota fiscale di ProPublica. “Continuo a credere che il codice fiscale dovrebbe essere cambiato in modo sostanziale”, scrisse aggiungendo che pensava che “un’enorme ricchezza dinastica non sia desiderabile per la nostra società”. La decisione di non far pagare i dividendi da Berkshire fu sostenuta dalla stragrande maggioranza dei suoi azionisti. “Non riesco a pensare ad alcuna grande azienda pubblica con azionisti così uniti nelle convinzioni sul reinvestimento”, scrisse. E ottolineò che Berkshire Hathaway paga tasse aziendali significative, pari all’1,5% del totale delle imposte societarie statunitensi nel 2019 e 2020. Buffett ribadì di aver iniziato a donare la sua enorme fortuna e alla fine ha intenzione di donarne il 99,5% in beneficenza. “Credo che il denaro sarà di maggiore utilità per la società se erogato a scopo filantropico piuttosto che utilizzato per ridurre leggermente un debito statunitense in continua crescita”, scrisse.

Compra, prendi in prestito, muori: come gli ultraricchi d’America rimangono tali
Quindi, come fanno i megamiliardari a pagare le loro meg bollette mentre optano per uno stipendio di 1 dollari e si aggrappano alle loro azioni? Secondo documenti pubblici ed esperti, la risposta per alcuni è prendere in prestito denaro, molto. Per le persone normali, prendere in prestito denaro è una necessità, ad esempio auto o casa. Ma per gli ultraricchi, può essere un modo per accedere a miliardi senza produrre reddito, e quindi l’imposta sul reddito. La matematica fiscale fornisce un chiaro incentivo. Se possiedi un’azienda e prendi uno stipendio enorme, pagherai il 37% di tasse sul reddito sulla maggior parte di esso. Vendi azioni e pagherai il 20% di imposta sulle plusvalenze e perderai il controllo sulla tua azienda. Ma prendi un prestito e in questi giorni pagherai un tasso di interesse a una cifra e alcuna tassa; poiché i prestiti vanno restituiti, l’IRS non li considera reddito. Le banche in genere richiedono garanzie, ma i ricchi ne hanno in abbondanza. La stragrande maggioranza dei prestiti degli ultraricchi non compare nei registri fiscali ottenuti da ProPublica poiché generalmente non vengono divulgati all’IRS. Ma occasionalmente, i prestiti vengono divulgati nei documenti di sicurezza. Nel 2014, ad esempio, Oracle rivelò che il suo CEO, Ellison, aveva una linea di credito garantita di circa 10 miliardi di dollari di azioni. L’anno scorso Tesla riferì che Musk aveva impegnato 92 milioni di azioni, per un valore di circa 57,7 miliardi di dollari al 29 maggio 2021, come garanzia per prestiti personali.

Elon Musk, Tesla Inc.
2014-2018
Crescita della ricchezza: 13,9 miliardi
Reddito totale riportato: 1,52 miliardi (10,94% della ricchezza)
Tasse totali pagate: 455 milioni (3,27% della ricchezza)

Ad eccezione di un anno in cui esercitò più di un miliardo di dollari in stock option, le tasse di Musk non riflettono in alcun modo la fortuna che ha a disposizione. Nel 2015, pagò 68000 dollari di imposta federale sul reddito. Nel 2017 fu di 65000 e nel 2018 non pagò alcuna imposta federale sul reddito. Tra 2014 e 2018 ebbe un’aliquota fiscale reale del 3,27%. I registri dell’IRS forniscono scorci di altri massicci prestiti. Nel 2016 e nel 2017, l’investitore Carl Icahn, che si classifica come 40.mo nordamericano più ricco nella lista di Forbes, non pagò tasse federali sul reddito nonostante abbia riportato 544 milioni di reddito lordo rettificato (che l’IRS definisce guadagni meno voci come interessi sui prestiti studenteschi o alimentari). Icahn aveva un prestito di 1,2 miliardi con Bank of America tra gli altri, secondo i dati dell’IRS. Tecnicamente era un mutuo perché garantito, almeno in parte, dagli attici di Manhattan e altre proprietà. Il prestito offre molteplici vantaggi a Icahn: ottiene enormi tranche di denaro per aumentare il rendimento dei suoi investimenti. Poi riesce a detrarre gli interessi sulle tasse. In un’intervista, Icahn spiegò che riporta profitti e perdite del suo impero commerciale sulle tasse personali. Icahn riconobbe di essere un “grande mutuatario. Prendo in prestito un sacco di soldi”. Alla domanda se prende prestiti anche per abbassare le tasse, Icahn rispose: “No, per niente. Il mio prestito è vincere. Mi piace la competizione. Mi piace vincere”. Disse che il reddito lordo rettificato era una cifra fuorviante. Dopo aver preso centinaia di milioni in detrazioni per gli interessi sui suoi prestiti, registrò perdite fiscali nei due anni, disse. “Non ho fatto soldi perché, sfortunatamente, il mio interesse era superiore al mio intero reddito rettificato”. Alla domanda se fosse appropriato che non pagasse alcuna imposta sul reddito in determinati anni, Icahn si disse perplesso alla domanda. “C’è una ragione per cui si chiama imposta sul reddito”, disse. “Il motivo è se, se sei una persona povera, una persona ricca, se sei Apple, se non hai entrate, non paghi le tasse”. Aggiunse: “Pensa che una persona ricca debba pagare le tasse, qualunque cosa accada? Non credo sia pertinente. Come può farmi questa domanda?”
Gli scettici potrebbero mettere in dubbio la nostra analisi di quanto poco i super ricchi pagano in tasse. Si potrebbe sostenere che i proprietari delle società vengono colpiti dalle imposte sulle società. Si potrebbe anche ribattere che alcuni miliardari non possono evitare il reddito e quindi le tasse. E dopo la morte, secondo l’opinione comune, c’è un’ultima clausola di non fuga: la tassa di successione, che impone una forte aliquota d’imposta su somme superiori a 11,7 milioni di dollari. ProPublica ha scoperto che nulla di ciò altera il quadro fondamentale.
Prendete le tasse aziendali. Quando le aziende li pagano, dicono gli economisti, questi costi vengono trasferiti ai proprietari delle aziende, ai lavoratori o addirittura ai consumatori. I modelli differiscono, ma generalmente presumono che i grandi azionisti facciano la parte del leone. Le tasse sulle società, tuttavia, sono crollate negli ultimi decenni in quella che è diventata l’età d’oro dell’evasione fiscale societaria. Inviando profitti all’estero, aziende come Google, Facebook, Microsoft e Apple spesso pagano poca o alcuna imposta sulle società statunitensi. Per alcuni dei più ricchi della nazione, in particolare Bezos e Musk, aggiungere le tasse sulle società all’equazione difficilmente cambierebbe qualcosa. Altre aziende come Berkshire Hathaway e Walmart pagano di più, il che significa che per persone come Buffett e Walton l’imposta sulle società potrebbe aumentare in modo significativo il loro onere. È anche vero che alcuni miliardari non evitano le tasse evitando i redditi. Nel 2018, nove dei 25 nordamericani più ricchi registrarono un reddito superiore a 500 milioni di dollari e tre più di un miliardo di dollari. In questi casi, tuttavia, i dati ottenuti da ProPublica mostrano che i miliardari hanno una gamma di opzioni per l’evasione fiscale per compensare i guadagni utilizzando crediti, detrazioni (che possono includere beneficenza) o perdite per ridurre o addirittura azzerare le imposte. Alcune squadre sportive offrono cancellazioni così redditizie che i proprietari finiscono per pagare aliquote fiscali molto più basse dei loro giocatori milionari. Altri possiedono edifici commerciali che aumentano costantemente di valore, ma tuttavia possono essere utilizzati per eliminare perdite sulla carta che compensano il reddito. Michael Bloomberg, il tredicesimo nordamericano più ricco della lista di Forbes, riporta spesso alti guadagni perché i profitti della società privata che controlla vanno principalmente a lui.

Michael Bloomberg: Bloomberg LP
2014-2018
Crescita della ricchezza: 22,5 miliardi
Reddito totale riportato: 10 miliardi (44,53% della ricchezza)
Tasse totali pagate: 292 milioni (1,30% della ricchezza)

Nel 2018, ha riportato un reddito d 1,9 miliardi. Di tasse, Bloomberg è riuscito a tagliare il conto utilizzando detrazioni rese possibili dai tagli fiscali approvati dall’amministrazione Trump, donazioni per beneficenza di 968,3 milioni e crediti per aver pagato tasse estere. Il risultato finale fu che pagò 70,7 milioni di imposte sul reddito su 2 miliardi di reddito. Ciò equivale a un’aliquota convenzionale dell’imposta sul reddito del 3,7%. Tra 2014 e 2018, Bloomberg ebbe un’aliquota fiscale reale dell’1,30%. In una dichiarazione, un portavoce di Bloomberg osservò che come candidato Bloomberg aveva sostenuto aumenti delle tasse sui ricchi. “Mike Bloomberg paga l’aliquota fiscale massima su tutti i redditi imponibili federali, statali, locali e internazionali come prescritto dalla legge”, scrisse il portavoce. E citò le donazioni filantropiche di Bloomberg, offrendo al cifra che “nel complesso, ciò che Mike dà in beneficenza e paga in tasse ammonta a circa il 75% del suo reddito annuo”. La dichiarazione anche osservava: “Il rilascio delle dichiarazioni dei redditi di un privato cittadino dovrebbe sollevare reali problemi di privacy indipendentemente dall’affiliazione politica o dalle opinioni sulla politica fiscale. Negli Stati Uniti nessun privato cittadino deve temere lo svincolo illegale delle proprie tasse. Intendiamo utilizzare tutti i mezzi legali a nostra disposizione per determinare quale individuo o entità governativa ha fatto trapelare questi dati e garantire che siano ritenuti responsabili”. Alla fine, dopo decenni di accumulazione di ricchezza, l’imposta sulla proprietà dovrebbe fungere da sostegno, consentendo alle autorità di prendere finalmente un pezzo delle fortune gigantesche prima che passino a una nuova generazione. Ma in realtà, prepararsi alla morte è più che altro l’ultima fase dell’evasione fiscale degli ultraricchi.
Il professore di diritto tributario della University of Southern California, Edward McCaffery, riassume l’intero arco narrativo con lo slogan “compra, prendi in prestito, muori”. L’idea della morte come beneficio fiscale sembra paradossale. Normalmente quando qualcuno vende un bene, anche un minuto prima di morire, deve il 20% di imposta sulle plusvalenze. Ma alla morte, questo cambia. Eventuali plusvalenze fino a quel momento non sono tassate. Ciò consente agli ultraricchi e loro eredi di evitare di pagare miliardi di tasse. Il “passaggio basico” è ampiamente riconosciuto dagli esperti di tutto lo spettro politico come difetto del codice. Poi arriva l’imposta di successione che, col 40%, è tra le più alte del codice federale. Questa tassa dovrebbe dare al governo un’ultima possibilità di ottenere una parte dei guadagni non realizzati e altri beni che i nordamericani più ricchi accumulano nel corso della vita. È chiaro, tuttavia, dai dati aggregati dell’IRS, dalla ricerca fiscale e da quel poco che arriva sull’arena pubblica della pianificazione patrimoniale dei ricchi, che possono facilmente sfuggire a trasformare quasi la metà del valore delle loro proprietà. Molti dei più ricchi creano fondazioni per donazioni filantropiche, fornendo grandi detrazioni fiscali con la beneficenza durante la vita e aggirano l’imposta sulla proprietà quando muoiono. I gestori patrimoniali offrono ai clienti una gamma di trust opachi e complicati che consentono ai nordamericani più ricchi di dare ingenti somme agli eredi senza pagare le tasse di proprietà. I dati dell’IRS ottenuti da ProPublica forniscono informazioni sulla pianificazione patrimoniale degli ultraricchi, mostrando centinaia di tali trust. Il risultato è che grandi fortune possono passare in gran parte intatte da una generazione all’altra. Delle 25 persone più ricche degli USA oggi, circa un quarto sono eredi: tre sono Walton, due sono rampolli della fortuna delle caramelle Mars e uno è il figlio di Estée Lauder.
Nell’ultimo anno e mezzo, centinaia di migliaia di nordamericani sono morti a causa del COVID-19, mentre milioni sono rimasti senza lavoro. Ma uno dei periodi più cupi della storia nordamericana si è rivelato uno dei più redditizi per i miliardari. Secondo Forbes, dal gennaio 2020 alla fine di aprile 2021, aggiunsero 1,2 trilioni di dollari alle loro fortune. Tale manna è tra i tanti fattori che hanno portato il Paese a una svolta, che risale a mezzo secolo di crescente disuguaglianza di ricchezza e alla crisi finanziaria del 2008, che lasciò molti danni economici duraturi. La storia nordamericana è ricca di tali svolte. Ci furono famosi atti di resistenza fiscale, come il Boston Tea Party, controbilanciati da sforzi meno noti per far pagare di più i ricchi. Uno di questi casi, più di mezzo secolo fa, sembrò che potesse innescare grandi cambiamenti. Il segretario al Tesoro uscente del presidente Lyndon Johnson, Joseph Barr, scioccò la nazione quando rivelò che 155 nordamericani che guadagnavano oltre 200000 dollari (circa 1,6 milioni oggi) non avevano pagato le tasse. Quel gruppo, disse al Senato, comprendeva 21 milionari. “Ora affrontiamo la possibilità di una rivolta dei contribuenti se non facciamo presto grandi riforme nelle nostre imposte sul reddito”, disse Barr. Quell’anno i membri del Congresso ricevettero lettere più furiose sugli scherni fiscali che sulla guerra del Vietnam. Il Congresso approvò alcune riforme, ma la tendenza a lungo termine fu la rivolta nella direzione opposta, che poi accelero coll’elezione di Ronald Reagan nel 1980. Da allora, con una combinazione di donazioni politiche, lobbying, beneficenza e persino offerte dirette alla carica politica, gli ultraricchi plasmarono il dibattito sulla tassazione a loro favore. Un’eccezione apparente: Buffett, che ruppe i ranghi con la sua coorte miliardaria per chiedere tasse più alte ai ricchi. In un famoso editoriale del New York Times del 2011, Buffett scrisse: “Io e i miei amici siamo stati coccolati abbastanza a lungo da un Congresso favorevole ai miliardari. È tempo che il nostro governo prenda sul serio il sacrificio condiviso”. Buffett fece qualcosa in quell’articolo che pochi nordamericani fanno: rivelò pubblicamente quanto aveva pagato in tasse federali personali l’anno precedente (6,9 milioni). Separatamente, Forbes stimò che la sua fortuna era aumentata di 3 miliardi quell’anno. Utilizzando tali informazioni, un osservatore avrebbe potuto calcolare la sua vera aliquota fiscale; lo 0,2%. Ma allora, come oggi, la discussione che ne seguì sulle imposte fu incentrata sull’aliquota tradizionale dell’imposta sul reddito.
Nel 2011, il presidente Barack Obama propose una legislazione, nota come la Buffett Rule. Avrebbe aumentato le aliquote dell’imposta sul reddito delle persone che dichiarano oltre un milione di dollari l’anno. Non passò. Anche se l’avesse fatto, tuttavia, la Regola di Buffett non avrebbe aumentato le tasse di Buffett in modo significativo. Se puoi evitare il reddito, puoi evitare le tasse. Oggi, solo pochi anni dopo che i repubblicani approvarono un massiccio taglio delle tasse che beneficiò in modo sproporzionato i ricchi, il Paese potrebbe trovarsi di fronte a un altro passaggio, di nuovo verso una richiesta popolare di aumentare le tasse ai ricchi. Di fronte alla crescente disuguaglianza e con ambizioni di spesa che rivaleggiano con quelle di Franklin D. Roosevelt o Johnson, l’amministrazione Biden ha proposto una serie di cambiamenti, che includono l’aumento delle aliquote fiscali sulle persone che guadagnano oltre 400000 dollari e l’aumento dell’aliquota massima dell’imposta sul reddito dal 37% al 39,6%, con un’aliquota massima per le plusvalenze a lungo termine corrispondente. L’amministrazione vuole anche aumentare l’aliquota dell’imposta sulle società e aumentare il budget dell’IRS. Alcuni democratici sono andati oltre, avanzando idee che sfidano la struttura fiscale così com’è stata nel secolo scorso. Il senatore dell’Oregon Ron Wyden, presidente della commissione per le finanze del Senato, propose di tassare le plusvalenze non realizzate, un colpo al cuore di Macomber. I senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders proposero tasse sul patrimonio. Nuove leggi aggressive probabilmente ispireranno nuove e sofisticate tecniche di evasione. Alcuni Paesi, tra cui Svizzera e Spagna, hanno imposte sul patrimonio basse. Molti, recentemente la Francia, le hanno abbandonate in quanto impraticabili. Gli oppositori sostengono che sono complicati da amministrare, poiché è difficile valutare i beni, in particolare di società e proprietà private.
Non è chiaro cosa ci vorrebbe per una revisione fondamentale del sistema fiscale statunitense. Ma i dati dell’IRS ottenuti da ProPublica illuminano che tali conversazioni si sono svolte nel vuoto. Né i cpai politici né il pubblico hanno mai avuto un’immagine accurata di quanto i nordamericani più ricchi evadono le tasse nel modo completo. Buffett e i suoi compari miliardari conoscono questo segreto da tempo. Come disse nel 2011: “C’è stata una guerra di classe negli ultimi 20 anni e la mia classe ha vinto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio