Crisi USA-Turchia: la NATO oggi è irrilevante

Philip M. Giraldi, AHTibune, 13 agosto 2018

Ci sono alcune notizie sui mass media degli Stati Uniti sul deterioramento delle relazioni tra Washington e Ankara e su cosa potrebbe significare. Dato che la Francia ha abbandonato l’alleanza nel 1966, gli osservatori notavano che l’ostilità delle parti suggerisce che il peggio è che nessuno dei due sembra pronto a moderare la posizione attuale mentre gli scambi diplomatici sono vacui e volti a non condurre da alcuna parte. La causa immediata della rottura è apparentemente la richiesta del presidente Donald Trump che un pastore protestante statunitense che vive in Turchia da ventitré anni venga rilasciato dalla detenzione. Andrew Brunson fu arrestato 21 mesi fa e accusato di essere un sostenitore della presunta cospirazione del colpo di Stato che nel 2016 cercò di uccidere o sostituire il presidente Recep Tayyip Erdogan. Erdogan afferma che il colpo di Stato fu diretto dall’ex-socio politico Fetullah Gulen, che vive in esilio in Pennsylvania, ma non ha prodotto che poche prove credibili a sostegno di tale affermazione. All’indomani del tentato colpo di Stato, Erdogan votava straordinari poteri speciali per mantenere l’ordine pubblico e arrestava 160000 persone, tra cui 20 statunitensi imprigionati. Più di 170000 dipendenti pubblici, insegnanti e militari hanno perso il lavoro, la magistratura è azzoppata e gli ufficiali sostituiti da lealisti. Gulen è un capo religioso che sostiene di promuovere un Islam moderato compatibile coi valori occidentali. La sua base di potere consiste in numerose scuole private che istruiscono secondo i suoi programmi, con particolare attenzione a matematica e scienze. Molti dei laureati si affiliano a ciò che a volte fu descritta come setta. Gulen possiede e gestisce anche vari media, ora chiusi da Erdogan con la pressione della stampa. La Turchia attualmente ha in prigione più giornalisti di qualsiasi altro Paese. È opinione diffusa che Erdogan abbia offerto la liberazione di Brunson in cambio di Gulen, ma il presidente Donald Trump ha invece offerto solo un banchiere attualmente in una prigione negli Stati Uniti e al tempo stesso acuito le tensioni convinto che la pressione sulla Turchia la costringa a cedere. Washington iniziò con un colpo di scena imponendo sanzioni a due funzionari del governo di Erdogan: il ministro degli Interni Suleyman Soylu e il ministro della Giustizia Abdulhamit Gul. Ankara ora è stata avvertita da un tweet Trump su dazi collocati su un’ampia gamma di prodotti turchi, inclusi acciaio e alluminio.
L’opinione che la pressione economica costringa i turchi a cedere potrebbe essere sbagliata e dimostrerebbe che nell’amministrazione non c’è nessuno che sappia che gli statunitensi sono impopolari in Turchia dalla guerra del Golfo. Le minacce di Washington potrebbero in realtà radunare i turchi scettici e normalmente filo-occidentali intorno a Erdogan, ma le sanzioni statunitensi hanno già colpito duramente l’economia turca, con la lira che ha perso il 40% del valore quest’anno e continua a sprofondare rapidamente. Gli investitori stranieri, che hanno alimentato gran parte della crescita economica della Turchia, sono fuggiti suggerendo che il crollo del credito sia imminente. Le banche europee che detengono il debito turco temono un possibile default. È uno spettacolo che un membro della NATO vada contro l’economia di un altro membro della NATO per una disputa politica. Erdogan rispondeva nel suo stile autocratico condannando i “tassi di interesse” e invocando una “guerra economica” contro gli Stati Uniti, dicendo ai sostenitori di scaricare tutti i loro liquidi, oro e valiure straniere per comprare la lira in caduta, una ricetta sicura per il disastro. Se lo fanno, probabilmente perderanno tutto. Altre questioni controverse sulle relazioni gravemente danneggiate sono le opinioni contrastanti su cosa fare in Siria, dove i turchi hanno interesse legittimo per il potenziale terrorismo curdo e vogliono una zona cuscinetto, così come l’interesse di Ankara ad acquistare sistemi per la difesa aerea russi, spingeva gli Stati Uniti a sospendere le vendite del nuovo caccia F-35. I turchi avevano anche dichiarato di non avere interesse a rispettare le sanzioni all’Iran reimposte e che continueranno ad acquistare petrolio iraniano anche dopo il 4 novembre, inizio del divieto statunitense di tali acquisti. L’amministrazione Trump avvertiva che sanzionerà qualsiasi Paese che si rifiuta di conformarsi, preparando il terreno al massiccio confronto tra Washington e Ankara coinvolgendo la Banca centrale turca.
Per gli interessi statunitensi, la Turchia, che ha il secondo esercito nella NATO, ha un valore strategico perché musulmana, ribattendo all’alleanza come club cristiano che sopprime l’Islam in Medio Oriente. Ed è anche importante per la posizione geografica presso i punti caldi in cui l’esercito statunitense è attualmente impegnato. Se gli Stati Uniti accetteranno l’invito di Trump a ridurre il coinvolgimento nella regione, la Turchia diverrà meno preziosa, ma l’accesso alla base aerea di Incirlik, vicino ad Adana e al confine siriano, è vitale. In effetti, Incirlik è uno dei punti focali nella discussione con Washington. Un gruppo di avvocati legati politicamente a Erdogan avviava un’azione legale contro gli ufficiali statunitensi ad Incirlik per aver rivendicato legami coi “terroristi” di Gulen. L'”Associazione per la giustizia e l’assistenza sociale” richiese la sospensione delle operazioni nella base per consentire la ricerca delle prove. Gli avvocati chiedevano la detenzione di sette colonnelli statunitensi. Fu anche citato il generale Joseph Votel, capo del comando centrale degli Stati Uniti con sede in Germania. Se gli avvocati avranno successo in tribunale, ci sarà un grave conflitto dato che Washington afferma i diritti degli ufficiali ai sensi dello Status of Forces Agreement, mentre la Turchia senza dubbio insisterà sul fatto che siano dei criminali e quindi privi di protezioni.
Un altra prova voluta da Erdogan è ancora più terrificante per i demoni che potrebbe scatenare. Abdurahman Dilipak, un giornalista islamista che scrive sul giornale filo-governativo Yeni Atik, suggeriva che potrebbe esserci un secondo attentato negli Stati Uniti come l’11 settembre. Dilipak minacciava che se Trump non fa nulla per ridurre le tensioni “…certuni gli insegneranno come comportarsi. Bisogna vedere che se le tensioni cogli Stati Uniti continuano così, l’11 settembre non appare improbabile”. Anche Dilipak avvertiva presunti gulenisti “collaboratori degli statunitensi” in Turchia, che saranno severamente puniti se oseranno andate in piazza protestando a sostegno di Washington. Se i recenti sviluppi in Turchia si deteriorano ulteriormente, è probabile che l’istinto a disimpegnarsi di Donald Trump dal Medio Oriente sia la scelta giusta, anche se potrebbe essere ugualmente visto come rifiuto della tattica impiegata, cioè usare sanzioni e dazi per obbligare all’obbedienza governi non inclini a seguire la leadership di Washington. In entrambi i casi, le relazioni turco-statunitensi sono difficili e sempre più volatili, altra indicazione che la NATO forgiata nel 1949 contro l’Unione Sovietica è oggi irrilevante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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