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Le sanzioni statunitensi indicano una superpotenza in declino

James Oneill, New Eastern Outlook 09.08.2018

Il 6 agosto gli Stati Uniti imponevano nuove sanzioni all’Iran, intese come preludio a sanzioni ancora più forti che avranno effetto a novembre. L’intento dichiarato è infrangere la volontà dei governi iraniani di resistere alle pretese statunitensi e provocare tali danni da spingere il popolo iraniano alla rivolta contro il governo e portare al tanto desiderato (dagli statunitensi) cambio di regime. Tali politiche non sono nuove. La prima operazione di “cambio di regime” in Iran avvenne nel 1953, quando un’operazione combinata CIA-MI6 rovesciò il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh e lo sostituì col brutale governo dello scià, che a sua volta fu rovesciato dalla rivoluzione islamica del 1979, da allora obiettivo del governo degli Stati Uniti, guidato dal regime violento e razzista di Tel Aviv, per sovvertirla e reinstallare un governo a Teheran flessibile verso gli Stati Uniti e che non sia una sfida alla ricerca israeliana del dominio regionale. In un articolo ampiamente citato, il giornalista Eric Margolis (28 luglio 2018) scriveva “La prossima guerra all’Iran”. L’articolo fu ampiamente criticato, a mio avviso, per esempio da un’analisi di Saker (3 agosto 2018). Margolis ha ragione nel suggerire che il peso del numero degli Stati Uniti in missili e bombardieri potrebbe causare danni significativi alle infrastrutture dell’Iran ed enormi perdite civili. Tuttavia, non è questo il punto. Non c’è assolutamente alcuna giustificazione secondo la legge internazionale a un simile attacco. Mentre nei precedenti discorsi sarebbe ingenuo ignorare la possibilità che statunitensi o loro tirapiedi regionali creino una false flag per aver una scusa per l’attacco, c’è abbastanza cinismo fondato su tali questioni da renderla estremamente rischioso. Anche la ricaduta politica per gli statunitensi sarebbe sostanziale. Il danno che potrebbe essere inflitto non sarebbe solo sulla reputazione. Gli iraniani non hanno armi nucleari per dissuadere gli Stati Uniti dall’attaccare, come la Corea democratica, nonostante la retorica esagerata e infantile che precedette l’incontro tra i rispettivi Presidenti. C’era almeno l’apparenza del desiderio di lavorare in modo costruttivo verso una risoluzione di vecchia problemi. Le richieste del dopo vertice e le affermazioni degli statunitensi suggeriscono che non sarebbe saggio assumere alcuna probabilità immediata di un progresso effettivo. Gli iraniani, tuttavia, hanno un grande arsenale di missili, dal Safir con gittata di 350 km al missile da crociera Soumar con gittata di 3000 km. Ciò significa che non vi è alcun Paese nel Medio Oriente, con le loro basi statunitensi, che non siano nel raggio d’azione. Secondo una scheda informativa dell’American Security Project (basi militari e strutture statunitensi in Medio Oriente, giugno 2018), ci sono letteralmente decine di strutture militari statunitensi e migliaia di militari vulnerabili, come il quartier generale del comando centrale delle forze navali degli Stati Uniti in Bahrayn, la base della V Flotta statunitense e la più grande base statunitense in Medio Oriente ad al-Udayd, in Qatar. Anche per l’impianto per le armi nucleari israeliano di Dimona, un attacco avrebbe conseguenze ambientali devastanti, essendo a portata di tiro. È sempre interessante contrastare la copertura dei media occidentali sull’inesistente programma iraniano di armi nucleari (quasi sempre presentato come minaccia esistenziale) e il modo in cui i media stiano zitti sull’effettivo arsenale di armi nucleari israeliane; la sua non adesione al trattato di non proliferazione nucleare; e il rifiuto risoluto di consentire le ispezioni sulle sue installazioni nucleari. È la misura dell’ipocrisia che non viene persa dagli iraniani.
Persino la possibilità che gli iraniani blocchino lo Stretto di Hormuz, via d’acqua strategica attraverso cui passano oltre 18 milioni di barili di petrolio ogni giorno, avrebbe conseguenze profonde. Nel caso di un vere e proprie ostilità, alcuna compagnia di assicurazione nel mondo fornirebbe copertura alle petroliere che attraversino quelle acque. Alcuni analisti hanno previsto che il petrolio raggiunga i 200 dollari al barile, un vantaggio per i Paesi produttori di petrolio come Russia e Venezuela che non dipendono dallo stretto di Hormuz, ma disastroso tutti gli altri. Il piano d’azione congiunto (JCPOA) accuratamente elaborato dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, oltre a Germania e Iran e all’UE, ratificato all’unanimità nel 2015 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, veniva abrogato unilateralmente dagli Stati Uniti nel maggio 2018. Il ritiro unilaterale, di fronte alle molteplici certificazioni da parte dell’Agenzia per l’energia atomica che l’Iran era pienamente conforme agli obblighi del JCPOA, ha più che confermato la visione russa secondo cui gli Stati Uniti “non accettano l’accordo”. Era semplicemente l’ultima di una lunga serie di abrogazioni degli Stati Uniti di trattati multilaterali, incluso il ritiro del 2002 dal trattato ABM e il ritiro del 2017 dall’Accordo sul clima di Parigi. Il danno alla reputazione degli Stati Uniti causato da tale violazione costante degli accordi stipulati in buona fede da altre parti non va sottovalutato.
Trump ha fatto seguire la tirata contro l’Iran con un’offerta il 30 luglio per incontrarli “ogni volta che vogliono” senza precondizioni. Ciò fu accolto con comprensibile scetticismo dal Presidente Rouhani, che osservava con chiarezza che l’amministrazione statunitense non dimostra affidabilità in alcuna trattativa dopo il ritiro dal JCPOA e da vari altri trattati internazionali. In un’intervista con la TV iraniana il 6 agosto 2018, Rouhani dichiarava: “Siamo sempre a favore della diplomazia e dei colloqui. Ma i colloqui devono essere onesti. I negoziati con le sanzioni non hanno senso”. Esiste tuttavia un ulteriore motivo molto importante per cui l’Iran non verrà attaccato e che le sanzioni illegali degli Stati Uniti, causando indubbiamente danni all’Iran, alla fine falliranno. Questa ragione si riferisce alla posizione geografica dell’Iran e alla sua corrispondente centralità rispetto al più importante cambiamento geopolitica attuale. L’Iran è una componente cruciale del BRI cinese. È un membro associato della SCO, uartner chiave del corridoio del trasporto internazionale Nord-Sud, e recentemente aveva firmato accordi commerciali con l’UEE. Russia e Cina hanno assunto importanti impegni d’investimento di capitali reali e promessi. La Cina ha rifiutato categoricamente di partecipare alle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran, chiaramente visto come risorsa strategica, e non solo perché prende una percentuale significativa e crescente delle esportazioni di petrolio dall’Iran. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova sottolineava che: “Non abbiamo mai sostenuto e non appoggeremo la politica delle sanzioni unilaterali, in quanto siamo convinti della loro illegittimità e siamo decisi ad andare avanti nella nostra poliedrica cooperazione con l’Iran”. L’Iran non è senza amici nella regione. Le relazioni con la Turchia sono migliori ora che da tempo. La Turchia ha anche fatto passi significativi per prendere le distanze dagli Stati Uniti, di recente al vertice dei BRICS in Sud Africa, dove manifestava il desiderio di diventarne membro, che di per sé rappresenta attualmente oltre il 40% del commercio mondiale. L’Iran gode anche di buone relazioni con Iraq e Siria, svolgendo un ruolo importante nella guerra di quest’ultima, dove in contraddizione cogli Stati Uniti partecipa su invito secondo i parametri del diritto internazionale.
L’Iran ha inoltre avviato negoziati in Qatar per lo sviluppo congiunto del gigantesco giacimento di gas South Pars che condividono.
Le ultime sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto non sono limitate all’Iran. L’amministrazione statunitense minacciava sanzioni a qualsiasi Paese che commerci con l’Iran. Ciò include Paesi che sono presumibilmente amici e alleati degli Stati Uniti, come Unione Europea, Canada e Australia. A questo livello, tali minacce sono indicative della straordinaria arroganza che caratterizza la politica estera degli Stati Uniti: una decisione secondo cui gli altri si piegheranno ai dettami degli Stati Uniti o ne subiranno le conseguenze. Come osserva Andrej Martyanov, la “teoria” geopolitica statunitense è al tempo stesso priva di fantasia e rigida. Il suo principale errore è il presupposto che gli Stati Uniti siano eterni e sempre onnipotenti. Entrambe sono false nozioni (Losing Military Supremacy, Clarity Press 2018). Le ultime sanzioni statunitensi incapsulano perfettamente tale debolezza. L’Iran soffrirà senza dubbio. I Paesi europei, nonostante le proteste del contrario, probabilmente soccomberanno alla pressione degli Stati Uniti in misura maggiore o minore. Ma le conseguenze a lungo termine saranno di vasta portata. Gli Stati Uniti si sono ulteriormente dimostrati non solo come “inaffidabili negli accordi”, ma come nazione pronta a sacrificare amici e nemici nel vano tentativo di arginare l’inesorabile cambio del potere geopolitico verso l’Eurasia, con Cina, Iran e Russia centrali nel nuovo multipolarismo mondiale.

James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio