Colpo di Stato fallito nel Nicaragua

Charles Redvers, Internationlist 360° 9 agosto 2018

Mentre la pressione internazionale continua, a metà luglio è diventato chiaro che, almeno per il momento, l’opposizione in Nicaragua non ha più un sostegno locale tale da raggiungere lo scopo.

Per tre mesi Daniel Ortega e il suo governo in Nicaragua sono stati sottoposti a forti pressioni per dimettersi, dai manifestanti e dai gruppi di opposizione, dai media locali e dai politici di destra negli Stati Uniti. Ma a metà luglio è diventato chiaro che, nonostante le persistenti immagini di quasi collasso dipinte dalla stampa internazionale, il Paese sembra tornare quasi alla normalità. In che modo una protesta che sembrava così forte quando iniziò, perse slancio così rapidamente? Daniel Ortega è al potere dal 2007, nelle ultime elezioni ha avuto il 72% dei voti e fino a poco tempo fa era ai massimi livelli nei sondaggi d’opinione indipendenti. Nonostante questo, un lettore occasionale dei media nazionali e internazionali avrebbe l’impressione che sia disprezzato. In Open Democracy, il gruppo di protesta internazionale SOS Nicaragua lo definisce “tiranno infernale dalla repressione sanguinosa della nazione”. I suoi detrattori locali sono d’accordo. Ad esempio, il 10 luglio Vilma Núñez, da lungo avversaria di Ortega, cui era originariamente alleata, dichiarò alla BBC che stava per lanciare un “piano di sterminio” in Nicaragua. Quando i ribelli occuparono brevemente una delle città del Nicaragua, poche settimane fa, i loro leader capi dichiararono che avevano posto fine “a undici anni di repressione”. SOS Nicaragua afferma addirittura che Ortega è un “tiranno più odiato e longevo dell’ex-dittatore del Nicaragua” (Anastasio Somoza e la sua famiglia, che governò spietatamente il Nicaragua per più di 40 anni). Uno sguardo casuale ai social media mostrerà che molti condividono tali opinioni e al culmine della popolarità l’opposizione chiaramente ebbe notevole trazione. Ma il suo primo errore fu forse la sua retorica esagerata, dato che la gente cominciò a chiedersi se fosse coerente alle proprie percezioni. Ad esempio, fino ad aprile il Nicaragua era il secondo Paese più sicuro in America Latina nonostante sia anche uno dei più poveri. La sua polizia era rinomata per i metodi basati sulla comunità in cui (a differenza dei Paesi del “triangolo settentrionale” Honduras, El Salvador e Guatemala) le uccisioni da parte degli agenti di polizia erano una rarità. Il crimine legato alla droga era al minimo e le bande violente presenti nei Paesi vicini non esistevano. Ovviamente la polizia non era perfetta, ma le persone potevano tranquillamente denunciare problemi come la violenza domestica senza aspettarsi una risposta violenta dalla polizia stessa. Eppure la polizia fu etichettata come “assassina” dall’opposizione e incolpata della maggior parte dei morti dall’inizio delle proteste. Nessuno mise in discussione come una forza dal record di violenze limitate divenne da un giorno all’altro una spietata assassina, presumibilmente in grado di torturare e persino di uccidere bambini.
Che ci siano state morti violente negli ultimi tre mesi è indubbio. Bloomberg ha ripetuto la richiesta di gruppi locali per i diritti umani che 448 su morti a fine luglio. Tuttavia, un’analisi dettagliata dei dati riportati nei primi due mesi della crisi dimostra come i numeri venissero manipolati. A quel punto quasi 300 morti erano stati registrati dalle due principali organizzazioni per i diritti umani o dalla Commissione interamericana per i diritti umani. Una denuncia fatta fin dall’inizio dai manifestanti era che erano o disarmati o nella migliore delle ipotesi avevano solo armi fatte in casa per proteggersi. Ancora una volta, i media internazionali ne erano convinti. Ma la gente la vedeva altrimenti. Un’analisi caso per caso ha mostrato che dei morti elencati solo circa 120 erano sicuramente attribuibili alle proteste, con molti non correlati ad eventi o cause non chiare, o coinvolti da spettatori o perfino contati due volte. Naturalmente, l’immagine esagerata è ancora presente nelle menti di molti (solo l’altro giorno qualcuno ha detto a mia moglie che “centinaia di studenti sono stati uccisi”), ma molti altri hanno gradualmente capito che alcun massacro si è effettivamente verificato. Su un aspetto importante l’opposizione è riuscita, creando ciò che The Guardian definisce “consenso diffuso e crescente nella comunità internazionale che il governo del Nicaragua sia responsabile dello spargimento di sangue”. Mentre le ONG per i diritti umani ripetono il messaggio che la polizia e le forze di sicurezza (secondo Amnesty International) “sparano per uccidere “, la gente ne sa di più. Qualunque sia la provenienza delle morti nelle proteste di aprile, le recenti vittime erano spesso sostenitori del governo o poliziotti. In un’intervista analitica, Nils McCune spiegava al giornalista Max Blumenthal come la violenza dell’opposizione è cresciuta e i sandinisti erano perseguitati. Gli esempi includono un piccolo incidente riportato il 12 luglio, in cui uomini armati dell’opposizione uccisero quattro poliziotti e un’insegnante nella piccola città di Morrito, rapendone altri nove. Il 15 luglio, i manifestanti presero un poliziotto di Jinotepe mentre tornava a casa, lo torturarono e lo bruciarono vivo. Delle morti accertate dall’analisi, circa la metà erano funzionari governativi, della polizia o sandinisti. Il 4 agosto a Managua si svolse una marcia massiccia di sostenitori del governo che chiedevano giustizia per queste morti, non segnalata a livello internazionale. Una denuncia fatta fin dall’inizio dai manifestanti era che fossero disarmati o nella migliore delle ipotesi avessero solo armi fatte in casa per proteggersi. Ancora una volta, i media internazionali ne furono convinti. Ma la gente del posto la vedeva altrimenti. I pericolosi mortai fatti in casa furono presto integrati da armi più serie. Nei luoghi in cui i manifestanti avevano il controllo delle strade, AK47 ed altre armi venivano esibite apertamente. Ciò non sorprende, poiché ciò che iniziò come protesta studentesca è cambiato rapidamente in uno in cui i saccheggiatori furono reclutati all’estero. Ci furono rapporti da varie città su giovani pagati per occupare le barricate; in alcuni casi furono coinvolti criminali più grevi. Uno dei capi studenteschi della protesta, Harley Morales, ammise il 10 giugno di aver perso il contatto con ciò che accadeva nelle strade. Era sempre più chiaro alla popolazione locale che il tentativo di colpo di Stato comportava pericoli ed insicurezze mai viste per anni.
Un elemento inizialmente di successo della campagna dell’opposizione era la costruzione di blocchi stradali (“tranques”) sulle strade della città e su mezza dozzina di autostrade del Paese. A un certo punto il Paese fu effettivamente paralizzato e il governo costretto a chiedere la revoca dei blocchi prima di continuare il “dialogo nazionale” volto a risolvere la crisi (ospitata dai vescovi cattolici e coinvolgendo sostenitori dell’opposizione e del governo). Se l’opposizione fosse stata ragionevole, avrebbe risposto al governo togliendo i blocchi e insistendo sul fatto che il dialogo procedesse a ritmo serrato. Ma o era affascinato dal potere che i blocchi gli dettero, o non poteva controllare chi li presidiava. Oltre a essere intimidatorio per le persone attraversarle e molto minaccioso per le imprese locali, in questa fase i blocchi erano l’obiettivo principale delle violenze. Divennero rapidamente da risorsa dell’opposizione a ragione principale con cui la gente voleva il rapido ritorno alla “normalità” (una supplica frequentemente sentita nelle strade). Nell’arco di appena una settimana o due, l’opposizione perse la possibilità di influenzare l’esito della crisi. Quando la polizia e i paramilitari finalmente tolsero i blocchi, la gente festeggiò a Leon, Carazo e Masaya. Un altro settore in cui l’opposizione perse il vantaggio iniziale era l’uso dei social media. Il punto di partenza della crisi fu un incendio boschivo in una delle riserve del Paese. L’opposizione accusò il governo d’ignorare l’incendio e rifiutare le offerte di aiuto per combatterlo. Nel momento in cui ciò si dimostrò falso, l’attenzione passò a una questione molto più acuta, le riforme del sistema di sicurezza sociale. Forza e ritmo delle proteste furono alimentati da un flusso di notizie vere e false, principalmente via Facebook. Ovviamente i sostenitori del governo fecero lo stesso, ma l’opposizione si dimostrò molto più efficace. Di nuovo, c’erano messaggi distorti sia sulle riforme che sulle proteste. Forse il primo esempio di manipolazione di massa dei social media in Nicaragua da quando gli smartphone sono ampiamente disponibili, da un paio di anni. Ogni morte era di un manifestante. Scene furono create con studenti in lacrime che pronunciavano i loro “ultimi messaggi” mentre erano sotto tiro o gente “confessava” di fare il lavoro sporco del governo. Mentre la manipolazione da parte del governo era più ovvia e meno sofisticata, molto divennero scettici su ciò che vedevano sui loro videofonini ed ebbero più fiducia nelle proprie esperienze. Quando l’opposizione si fece più disperata, i social media presero una brutta piega, con istruzioni per rintracciare e uccidere i “rospi” governativi (“zapos”), portando a colpire e torturare lavoratori e sostenitori del governo. L’intolleranza si diffuse da Stati Uniti e Europa, coi membri di SOS Nicaragua che urlavano a chiunque parlasse del Nicaragua senza supportare la loro linea (come successo all’inizio di agosto a San Francisco).
Ancora un’altra tattica dell’opposizione fallita fu invocare gli scioperi. Ciò avvenne a causa del grande business, a lungo felice di convivere col governo Ortega, ma richiamata all’azione dall’ambasciatore statunitense a marzo, quando gli disse che dovevano immischiarsi in politica. Fin dal primo giorno sostennero l’opposizione, anche a costo delle proprie attività. Ma il Nicaragua è unico in America Latina avendo solo le grandi imprese una modesta presa. Grazie alla natura della sua economia e al sostegno del governo Ortega, le piccole imprese, i laboratori artigianali, le cooperative e i piccoli agricoltori sono aumentati. Ciò che è conosciuta come “economia popolare” contribuisce al 64% del reddito nazionale, molto più che nei vicini del Nicaragua. Oltre ad essere strangolati dai blocchi, le piccole imprese non potevano far fronte agli scioperi. Alcuni li osservavano (forse sotto minaccia) ma molti no, e l’opposizione perse altri potenziali alleati. Le proteste e le marce erano tutte volte a fare pressione sul governo, col dialogo nazionale (televisivo) come piattaforma pubblica. Qui, l’opposizione non solo perse la possibilità di ottenere delle riforme ma i suoi attacchi fallirono in altri modi. Aveva solo un argomento, ripetutamente avanzato, secondo cui il governo era responsabile di tutte le morti e che doveva dimettersi immediatamente. In altre parole, non voleva assolutamente il dialogo. Una belligeranza che fu approvata dai sostenitori più intransigenti, ma semplicemente scoraggiante per la maggioranza del popolo che desiderava disperatamente un negoziato che mettesse fine alle violenza. Il dialogo nazionale ora riceve scarsa attenzione, in parte perché il governo ha riacquistato il controllo delle strade, ma anche perché è ovvio che l’opposizione l’usava solo per insultare e criticare, senza la reale intenzione di impegnarvisi adeguatamente. Inoltre, al posto della chiesa cattolica che evita di mediare, i loro sacerdoti ancora sostenevano le proteste, quindi il loro ruolo di attori neutrali nel dialogo non era più credibile, se mai lo fu.
Dovendo parlare pubblicamente nel dialogo, l’opposizione mostrò anche altre debolezze. Mentre è unita nel volere cacciate Ortega, è divisa nelle tattiche e ancor più sulla politica. Qualunque cosa si pensi del governo di Ortega, si può vedere che ha portato il Paese in una certa direzione cumulando molte conquiste sociali in undici anni al potere. Cosa ne succederebbe? Anche sulla questione che apparentemente avviò le proteste, il fondo nazionale di previdenza sociale, l’opposizione non offre una chiara alternativa. Peggio ancora, allineandosi con la destra repubblicana statunitense con viaggi ben pubblicizzati a Washington e Miami, e l’accettazione di fondi dal governo USA (dettagliate dal Progetto Grayzone), l’opposizione puntava a un cambio della direzione politica del Nicaragua, che sarebbe un anatema per i sandinisti e anche per molti suoi sostenitori. C’è un paradosso qui, perché la tattica fallita in Nicaragua poteva ancora servire la causa dell’opposizione a livello internazionale, danneggiando Nicaragua e governo di Ortega in modo diverso. Mentre per l’amministrazione Trump il Nicaragua non è certo una priorità, c’è il vecchio risentimento sul successo dei governi sandinisti nella dirigenza statunitense, risvegliata dalle proteste. La stessa dirigenze vede anche l’opportunità di attaccare un alleato del Venezuela, lavorando duramente in organismi come l’Organizzazione degli Stati americani, aiutati dai nuovi alleati nella regione nel limitare il sostegno del Nicaragua al pochi Paesi latinoamericani che rifiutano il gioco degli Stati Uniti. Mentre l’OAS può prendere da solo alcuni passi concreti, contribuisce a un’immagine del Nicaragua tra i legislatori statunitensi che consentirebbe d’imporre sanzioni che potrebbero essere molto dannose per l’economia e quindi per la popolazione. Come risultato degli errori dell’opposizione, e dell’azione concertata del governo per riprendere il controllo, la vera situazione del Nicaragua è mutata notevolmente nelle poche settimane da metà luglio. Ma i commentatori internazionali non riescono a tenerne il passo. New York Times, Huffington Post, Guardian e altri media continuano a parlare di tirannia o crescente violenza politica, o (nel caso di Huffpost) anche dell’ascesa del fascismo in Nicaragua. In Open Democracy, José Zepeda afferma che “la maggior parte del popolo nicaraguense ha voltato le spalle a Ortega”. In Canada, The Ottawa’s Citizen parlava del Nicaragua che implodeva . Ma tali corrispondenti non soni nel paese. In pratica, la violenza è quasi finita, le città nicaraguensi sono liberare dalle barricate e la vita normale è ripresa. Il sentimento prevalente è di sollievo, e i commentatori meglio informati concludono che il tentativo golpista è fallito.
Certamente ci sono enormi sfide e enormi potenziali insidie per un governo che ora deve riparare le infrastrutture del Paese con entrate fiscali ridotte, scarsi investimenti internazionali e turismo quasi scomparso, nonché affrontare l’aperta ostilità dei vicini e possibili sanzioni economiche dal governo Stati Uniti. Ma in termini di forza del sostegno nella popolazione nicaraguense, il governo di Daniel Ortega potrebbe persino essere più forte ora di quanto lo fosse prima dell’inizio della crisi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Israele, Libia, Siria: la Russia vista come intermediario solido in Medio Oriente Successivo Evoluzione di tecniche e metodi del terrorismo in Venezuela

Un commento su “Colpo di Stato fallito nel Nicaragua

I commenti sono chiusi.