Fallito attentato contro il Presidente Nicolás Maduro

Mision Verdad

Come se si trattasse di una scossa elettrica, il tentativo di assassinio, nel pomeriggio di ieri il 4 agosto, con l’evidente carica traumatica che incarna un fatto di tale natura, sembra averci restituito la coscienza del luogo in questa ora critica della nostra storia nazionale. Dove ci stiamo giocando la vita, anche nella vita stessa di Maduro.

I fatti già noti dell’operazione
Nel mezzo di una attività di massa, nell’Avenida Bolivar di Caracas, riguardante l’81esimo anniversario della nascita della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB), due droni carichi di esplosivo sono esplosi vicino al palco presidenziale, quando il presidente nazionale stava per chiudere il suo discorso davanti ai presenti. Data l’entità dell’esplosione la trasmissione della televisione nazionale è stata sospesa, gli effettivi presenti hanno reagito con manovre di ripiegamento ed i protocolli di sicurezza per proteggere la vita del capo dello Stato, sono stati debitamente attivati. Pochi minuti dopo, davanti alla confusione generata, il ministro della comunicazione ed informazione, Jorge Rodriguez, ha confermato che si trattava di un attentato e che il Presidente Maduro e gli alti funzionari civili e militari dello Stato venezuelano che stavano sul palco, erano illesi. Sette militari sono stati feriti dalle esplosioni, e stanno già ricevendo cure mediche. Secondo versioni della polizia, dove i droni sono caduti, dopo l’esplosione, si è constatata l’esistenza di materiale esplosivo. Fonti “non ufficiali”, riferite da un giornalista dell’opposizione, di nome Román Camacho, hanno sottolineato che i dispositivi contenevano esplosivi C4. Pochi minuti dopo, un gruppo denominato “Soldati di Flanella”, legato all’estinto gruppo paramilitare dell’ex-Cicpc, Oscar Perez, che alla fine dell’anno scorso ha realizzato vari attentati armati contro istituzioni civili e militari nel Paese, ha rivendicato l’attentato attraverso le reti sociali. Questo riconoscimento ha annullato la narrazione dell'”auto attentato” o “esplosione isolata” in un edificio adiacente alla Avenida Bolivar, che alcuni operatori nelle rete sociali e media internazionali, come Associated Press, avevano cercato d’instillare per distrarre l’attenzione e coprire le responsabilità. La cellula guidata da Pérez è stata smantellata da un forte scontro con le forze di sicurezza, all’inizio di quest’anno, molto vicino alla capitale venezuelana, specificatamente a El Junquito. Tuttavia, il ritorno sulla scena di uno dei suoi resti indica che la carta paramilitare contro il Venezuela rimane sulla scacchiera. Alla fine della serata il Presidente Nicolás Maduro è comparso davanti al paese, ha riferito quello che è successo ed ha sottolineato che gli autori materiali dell’attentato sono detenuti. Le prime indagini, secondo il capo dello Stato, mettono in luce il legame tra l’asse Bogotá-Miami, del presidente uscente della Colombia, Juan Manuel Santos, e operatori con sede in Florida.

Gli aspetti simbolici e materiali: selezione del momento, linguaggio corporale e logica dello spettacolo
Il tentativo di assassinio ha anche mostrato una carica di violenza simbolica specifica, diretta ad entità politiche sensibili alla stabilità del Paese ed allo Stato in generale. La natura dell’evento che si svolgeva in Avenida Bolivar, come coloro che facevano parte del palco presidenziale, a sua volta descrive la scelta di un momento specifico per eseguire l’operazione. Si celebrava l’anniversario della GNB, corpo militare incaricato dell’ordine interno che nella rivoluzione colorata dello scorso anno è stato determinante nel neutralizzare l’avanzata paramilitare della guarimba (rivolte di strada ndt) e della sua infrastruttura logistica. Attaccare proprio in tale atto, e non in un altro, il Presidente portava con sé il correlato simbolico di esibire il corpo militare come vulnerabile ed incapace di risposta, ciò che dovrebbe servire a rilanciare nel discorso pubblico, con uno shock (fallito) su larga scala, il clima di violento scontro disarticolato dall’Assemblea Nazionale Costituente un anno fa. Ma il tentativo è fallito, e di conseguenza ciò che doveva scatenarsi se avesse raggiunto l’obiettivo di colpire la vita del presidente: l’accumularsi di una “massa critica”, attraverso la propaganda, per promuovere il caos, sfruttare la situazione per generalizzare una retorica di rivolta propagata da potenze estere e “risolvere” il “vuoto di autorità” con una misura di forza esterna (militare, probabilmente), o almeno presentarla come unico meccanismo per “stabilizzare” la nazione ed imporre la fascia presidenziale ai molteplici presidenti del Venezuela che attendono di governare. Solo pensando al peggio, e in ciò che ieri era più probabile, possiamo cogliere la dimensione dell’estremo pericolo in cui siamo appena entrati. Un dato simbolico non minore: alla cerimonia c’erano il capo dello Stato, l’alto comando militare e i rappresentanti dei poteri pubblici venezuelani. Nello stesso palco, la sintesi materiale, umana degli elementi costitutivi dello Stato venezuelano. In tale scelta del momento, il tentativo di assassinio ha plasmato la sua impostazione di base: uccidere lo Stato ed i corpi fisici che rappresentano ancora il sottile confine tra la pace e la guerra. L’Avenida Bolivar contempla un insieme di attributi (spazi aperti, grattacieli nelle vicinanze, ecc.) che hanno dato un senso d’opportunità al fine di realizzare l’attentato, mentre la manipolazione dei droni esplosivi poteva raggiungere l’obiettivo sovrasfruttando alcuni punti deboli nella sicurezza. Tuttavia, il fatto che sia successo nel mezzo di una trasmissione radiotelevisiva descrive l’intenzione di imprimere una certa logica spettacolare al fatto, funzionale a perpetuare nell’immaginario collettivo un precedente mortale per la storia contemporanea del Paese. Non solo cercavano di ucciderlo, ma che fosse un evento spettacolare, mediatico ed a catena nazionale. In politica, a volte, il linguaggio del corpo dice più dei discorsi. Ed in questa linea, il Presidente Maduro entra nella storia proprio per la sua condotta in una situazione, in definitiva, estrema: al momento dell’esplosione, è stato visto inalterabile, tranquillo, persino disposto a continuare il discorso con la morte davanti. Se questo momento funge da precedente da interiorizzare fino a che punto sono disposti a giungere gli operatori della guerra contro il Venezuela. è anche utile vedere la determinazione di Maduro e la sua forza proprio quando la morte tuona

Paramilitarizzazione della politica, tecnificazione della violenza e salti qualitativi dal Golpe Blu
È col Golpe Blu (fallito) che s’introduce, con maggior nitidezza, nella politica venezuelana un tipo di violenza politica dove il fattore armato gioca un ruolo centrale. È lì dove ha incominciato ad incontrare punti di convergenza la cospirazione interna nel mondo militare (sponsorizzata dall’estero), lo spettro più demenziale dell’opposizione venezuelana e il supporto finanziario di USA e Colombia per l’agenda antipolitica. Vì, si sono distinti Julio Borges e Antonio Ledezma come operatori della guerra sporca. È dal piano di bombardare il Palazzo di Miraflores ed assassinare il Presidente Maduro che, ad ora, si può osservare una mutazione operativa, un’espansione delle capacità e una professionalizzazione nei metodi che aumentano la loro presenza nella vita politica del Paese. Ne è prova non solo il grado di preparazione nella guerra urbana negli operatori delle guarimbe del 2014 e 2017, ma l’emergere di una versione creola dello Stato islamico, nel caso Oscar Pérez e della sua cellula, con un senso sofisticato e selettivo di violenza irregolare. I suoi attacchi ad istituzioni civili e militari lo dimostrarono. Dagli eventi nella fattoria Daktari, dal 2004 in poi, passando attraverso tutti i piani di assassinio smantellati dall’apparato di sicurezza venezuelano fino ad arrivare a Óscar Pérez, è presente l’impronta del paramilitarismo colombiano. E ciò che si vede più chiaramente, in retrospettiva, è un cambio nelle forme di esecuzione, ma anche nella scelta dei punti focali. Non avendo, nello scenario attuale, le condizioni che propiziano una guerra aperta, sotto il coordinamento colombiano, trattamento o modo di raggiungere l’obiettivo si adattano. E la prova materiale di tale tecnicizzazione è precisamente l’uso di un drone armato. Questo meccanismo rappresenta una delle mortali innovazioni delle risorse belliche dello Stato Islamico, a causa dei vantaggi tattici e finanziari che implica uccidere con maggiore efficacia. Questo meccanismo, a sua volta, è stato importato e adattato dal mondo del narcotraffico, essendo quello messicano ciò che l’ha strumentalizzato con maggiore visibilità. L’uso di tale strumento, piuttosto che descrivere un livello di competenza e preparazione relativo a un tipo di violenza professionalizzata, traccia l’operazione su operatori paramilitari che fungono da canale di importazione delle novità del terrorismo. Proprio laddove l’aneddotico diventa strategico, e lo spavento come quello di ieri in sintomo di qualcosa di più serio: il fenomeno paramilitare come strategia per alterare la natura pacifica e democratica della popolazione venezuelana. L’espansione dello Stato fallito colombiano si spiega anche da ciò.

Bogotá-Miami: il centro delle operazioni
Un reportage del media finanziario Bloomberg, pubblicato a giugno, ha confermato quello che già sappiamo dal Golpe Blu: la Colombia è la base di operazione, finanziamento e coordinamento nei piani del golpe (e di assassinio) contro il Venezuela. Quella volta si chiamava “Operazione Costituzione” e fu pianificata a Bogotà, con il supporto militare e finanziario colombiano. L’obiettivo era sequestrare Maduro e processarlo, benché non dicesse su quale istanza, e con solo due dita di cervello poteva essere la “Corte Suprema in esilio”, che utilizza il Congresso colombiano come sala riunioni, in particolare per “giudicare Maduro”. Lo scenario che si è venuto disegnando, nel 2018, è uno in cui gli alti funzionari di USA e Colombia esercitano apertamente pressione per cercare d’imporre un golpe in Venezuela, promuovendolo a volte come forma di amnistia, e altre come mezzo per “riavere la democrazia” che l’opposizione venezuelana non ha ottenuto. La pubblicazione di Bloomberg descrive chiaramente il ruolo del Governo colombiano nella pianificazione e nel coordinamento di questa strategia, ma inoltre certifica, con uguale chiarezza, il suo sostegno in ciò che la guerra contro il Venezuela, in termini generali, concerne (contrabbando, attacco alla valuta, paramilitarismo, ecc.). La seguente sequenza parla da sé: dopo essere rimasto in silenzio per mesi, l’auto-esiliato Julio Borges, di cui sappiamo non essere scontroso quando si tratta di colpo di Stato, è resuscitato nelle reti sociali per prevedere che la caduta di Maduro era vicina. All’unisono, il presidente Juan Manuel Santos avvertì che la fine di Maduro era imminente. Due prove incontrovertibili di un qualche coinvolgimento, o per lo meno di conoscenza, una sorta di sostegno pubblico premeditato, riguardo a quello che è successo ieri, poiché solo un tentativo di assassinio è la cosa più simile alle loro profezie. Entrambi i discorsi, così come il reportage di Bloomberg e gli intensi appelli di funzionari USA diretti all’establishment militare venezuelano per tutto il 2018, devono vedersi inoltre come manovre di ammorbidimento dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo, al fine di obbligare la popolazione ad accettare un’uscita violenta o uno shock a breve termine. Preparare il cervello del Paese ad accettare che qualcosa di tragico stava per venire, accompagnata, in questo caso, da una strategia del consenso forzato, artificiale, in cui la gente accetta una disgrazia come logica e prevista. Il Presidente Maduro ha anche segnalato lo stato della Florida, culla dei sanzionatori cronici del Venezuela (Marco Rubio, Ileana Ros, etc.), ma anche degli operatori della guerra sporca che vi si sono auto-esiliati. Come nel caso di José Antonio Colina, protetto da Marco Rubio e capo della diaspora a Miami, famoso per collocare bombe all’ambasciata di Spagna ed al CNE, nel 2003, e più recentemente per inviare strumenti ai gruppi violenti protagonisti delle guarimbe.

Il piano di ripresa economica: l’accelerante
Il piano di ripresa economica progettato dal Presidente Maduro e dal suo team governativo, è stata una strategia presentata come integrale per attaccare i focolai sensibili della guerra economica e riportare il Paese alla stabilità. Il piano prevede riordinamento della politica monetaria e cambiaria, riorganizzazione del sussidio sulla benzina e depenalizzazione (abrogando la Legge sugli Illeciti Cambiari) nel mercato delle divise per sottrarre influenza agli indicatori del dollaro parallelo nella formazione del sistema dei prezzi. Queste misure tracciano una mappa degli interessi economici che si vedranno colpiti, specialmente in ciò che riguarda la benzina. E questo si che è un problema strettamente binazionale. Regioni importanti della Colombia orientale, le sue élite politiche legate al narcotraffico ed al paramilitarismo, compreso il tessuto economico ed imprenditoriale dipendono dal saccheggio del combustibile venezuelano al fine di mantenere uno stato artificiale di pseudosovranità economica. La posta in gioco, con le misure proposte dalla Maduro, non è solo un cambio nelle regole del gioco, che potrebbe inabilitare focolai sensibili della guerra economica, o ciò che è uguale, la perdita totale di capitale politico dell’opposizione e degli USA. ma la stessa sussistenza primaria di un sistema para-economico che vive, dall’altra parte del confine, col cannibalismo dei nostri combustibili. Certamente questo fattore sostiene ancor più il coinvolgimento colombiano, dal momento che il cambio su cui possono vivere queste regioni prodotto dalla regolarizzazione sul commercio di benzina, impone un nuovo focolaio di stabilità al muovo governo colombiano, posizionandosi come politica di Stato per rovesciare Maduro e mantenere l’ordine corrente delle cose.

La zona di pericolo strategico e la fase di conflitto economico post sanzioni
Se guardiamo in prospettiva, in termini formali, puramente legali e politici, gli USA, il grande operatore della guerra contro il Venezuela, hanno già toccato i suoi limiti. Andare avanti per la via delle sanzioni significa rafforzare Maduro, secondo gli stessi think thank, o favorire un conflitto con investitori ed aziende interessati a mantenere relazioni tollerabili in Venezuela. Avanzare per la via militare non è neanche un’opzione nelle condizioni attuali, ragione per cui si accentuata la terziarizzione delle operazioni contro l’economia e la sicurezza del Venezuela dalla Colombia, sotto meccanismi paramilitari, diplomatici, commerciali e finanziarie. A livello internazionale, l’OSA è affaticata dal tema Venezuela (come il Gruppo di Lima) e risolvere la situazione portando Maduro alla Corte Suprema in esilio o alla Corte Penale Internazionale non ha ancora la maturità necessaria per interrompere il piano di ripresa economica. Parlando dell’opposizione interna avviene la stessa deriva: un Paese con molteplici conflitti non la vede come un riferimento. Allora ci sembra di entrare irrefrenabilmente in una zona di pericolo che ha le sanzioni come punti di negoziazione ed arieti dello smantellamento economico, ma non come risultato in sé, al di là che sia permanente la ricerca di far coincidere il caos che genera il blocco finanziario. con una nuova modalità di violenze che dia all’opposizione un qualche dividendo politico. E in questo senso la Colombia, in attesa del nuovo governo di Iván Duque, vuole assumere la leadership crollata internamente. Il potere formale è oramai avanzato sino al punto di marcare i limiti della legalità, il che fa della zona di pericolo strategica uno scenario dove gli attacchi futuri saranno orientati a criminalità, omicidi politici, intensificazione del collasso economico, e altri varianti offerte dalla guerra sporca e da giochi extrapolitici. L’immagine dell’attentato era consistente e sintetizza il nuovo scenario dell’escalation iniziato dal 20 maggio, dove s’infonde alla situazione venezuelana un senso di totale insicurezza, dove tutta la vita (politica, istituzionale, economica, umana) della società è a rischio, sospesa nei diritti costituzionalmente consacrati, in quanto a ciò che politicamente è stato conquistato; dove, inoltre, le nuove modalità di morte sociale impiantate contro il Venezuela, mediante il blocco finanziario (tra gli altri crimini), si propongono di farsi massa e naturali nel nostro metabolismo sociale. E se il piano di ripresa economica cerca di frenare tale processo, allora deve essere minato. E se le sanzioni e le pressioni internazionali non possono, se non possono mettere la popolazione contro, allora bisogna uccidere il leader. Questo è il ragionamento che li ha portati ad assassinare Patrice Lumumba, Martín Toriijos e molti altri. Se non riesco a controllarti, ti uccido. E uccidere in questi termini implica, prima di tutto fratturare una società, romperla per sempre. Ciò volevano ieri, e nuovamente non ci sono riusciti.

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