Trump va avanti e indietro

Prof. James Petras, Global Research 14 luglio 2018

Introduzione
Giornalisti, accademici, esperti hanno ignorato la complessità dell’impatto del presidente Trump sullo Stato imperialista USA. Per valutare correttamente la configurazione geopolitica del potere, prenderemo in considerazione i progressi militari, economici, politici e diplomatici e le battute d’arresto del regime di Trump in America Latina, Unione europea e Asia (compreso il Medio Oriente). In secondo luogo, esamineremo il lasso di tempo e la direzione del cambiamento dell’attuale configurazione delle forze. Concluderemo discutendo su come l’influenza e i risultati della politica estera modellano il potere politico interno.

Sfondo imperiale del presidente Trump
Innanzi tutto, dobbiamo tenere conto del fatto che gran parte delle politiche di Trump si basano su e riflettono le politiche dei predecessori, in particolare i presidenti Bush e Obama. Le guerre degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria furono avviate dai presidenti Clinton, Bush e Obama, l’attacco degli Usa alla Libia e distruzione e sradicamento di milioni di africani furono inaugurati da Obama. L’espulsione di milioni di immigrati centroamericani e messicani dagli Stati Uniti era una pratica comune prima di Trump. In breve, il presidente Trump continua, e in alcuni casi aggrava, le politiche socio-economiche e militari dei suoi predecessori. In alcune aree Trump invertiva politica, come avvenuto con l’accordo nucleare di Obama con l’Iran. I successi e i fallimenti delle politiche di costruzione dell’impero di Trump non possono essere attribuiti unicamente al suo regime. Tuttavia, il presidente Trump deve essere ritenuto responsabile dello stato attuale dell’impero e della sua direzione.

Il presidente Trump marcia avanti in America Latina
Il presidente Trump ha costruito ed esteso le vittorie imperiali statunitensi in gran parte dell’America Latina. I regimi satelliti sono vigenti in Brasile grazie soprattutto al colpo di Stato giudiziario-legislativo che rovesciò la Presidentessa Dilma Rousseff . Il regime fantoccio di Michel Temer ha privatizzato l’economia, abbracciato il dominio di Trump e si è allineato agli sforzi per rovesciare il governo venezuelano. Allo stesso modo, Trump ha ereditato da Obama gli attuali regimi clienti in Argentina (presidente Mauricio Macri), Perù (presidente Martin Vizcarra), Honduras (presidente Hernandez), Paraguay (presidente Cartes), Cile (presidente Piñera), Ecuador (presidente Moreno) e la maggior parte delle élite al potere in America centrale e nei Caraibi. Trump aggiungeva alla lista gli attuali sforzi per rovesciare il regime di Daniel Ortega in Nicaragua. Sotto il presidente Trump, Washington è riuscita a sovvertire i rapporti con Cuba e il cosiddetto accordo di pace in Colombia tra i guerriglieri e il regime di Juan Manuel Santos. Nel luglio 2018, Trump riuscì a sostenere l’ascesa al potere di Ivan Duque, un protetto del partito di estrema destra di Alvaro Uribe in Colombia. La sovversione dei regimi di centro-sinistra da parte del presidente Obama tramite colpi di Stato fu consolidata e ampliata da Trump con l’importante eccezione del Messico. Trump ha parzialmente invertito l’apertura dei rapporti di Obama con Cuba e minaccia di invadere militarmente il Venezuela. L’impero di Trump in America Latina è, per la maggior parte, ereditato e largamente mantenuto… per adesso. Ma ci sono molti avvertimenti cruciali. Il nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador (AMLO), è probabile che persegua politiche interne ed estere indipendenti e progressiste, rinegoziando NAFTA, contratti petroliferi e controversie sui confini. In secondo luogo, le politiche economiche neo-liberali del Brasile e dell’Argentina sono in crisi profonde e i regimi burocratici incombenti sono economicamente instabili con un’opposizione sociale di massa e probabilmente subiranno sconfitte elettorali nel 2018. In terzo luogo, Venezuela e Cuba hanno resistito alle sanzioni economiche e diplomatiche. Militarmente, il presidente Trump mantiene le basi militari statunitensi in Colombia e ha incorporato Bogata nella NATO ed assicurato le operazioni militari in Argentina ed Ecuador. La maggiore sfida all’impero di Trump in America Latina è nel campo economico più importante. Trump non è riuscito a guadagnare terreno nel commercio, negli investimenti e nelle materie prime di fronte alla concorrenza della Cina.
Nonostante la subordinazione politica e militare dei regimi latinoamericani a Washington, la maggior parte dei loro legami commerciali è con la Cina. Inoltre, Brasile e Argentina aumenteranno le esportazioni di prodotti agricoli verso la Cina, in linea coi dazi commerciali di Pechino sulle esportazioni statunitensi. Nella cosiddetta guerra commerciale non un solo Stato cliente latinoamericano si è schierato cogli Stati Uniti. Al contrario, tutti approfittano della perdita del mercato cinese da parte di Washington per migliorare le loro esportazioni. Chiaramente, gli Stati Uniti non esercitano “egemonia” sulle relazioni commerciali dell’America Latina. Peggio ancora, il dumping di Trump sul partenariato transpacifico e le minacce di ritirarsi dal NAFTA hanno ridotto la leva di Washington su America latina ed Asia. Le affermazioni e le rivendicazioni di Trump sul dominio sull’America Latina sono in gran parte prodotto delle politiche imperiali dei predecessori. Al massimo, le politiche di Trump hanno indurito l’estrema destra, che tuttavia s’indebolisce politicamente ed economicamente e ha provocato l’ascesa al potere della sinistra in Messico e una maggiore opposizione in Colombia, Brasile e Argentina. In breve, la costruzione dell’impero del regime di Trump conserva un’influenza decisiva in America Latina, ma deve affrontare sfide importanti e rovesci.

Trump in Asia: un passo avanti, due indietro
Washington ha guadagnato prestigio per l’apertura diplomatica verso la Corea democrazia, ma perde la guerra commerciale con la seconda potenza del mondo, la Cina. La Cina, di fronte alla guerra economica di Trump, ha diversificato i partner commerciali minando così le principali imprese agro-commerciali statunitensi. La Cina ha adottato dazi su: colza, soia, mais, cotone, maiale e manzo. Inoltre, la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner commerciale dell’Asia. Mentre Giappone, Corea del Sud e Australia forniscono basi militari agli Stati Uniti desiderano sostituire l’esportazione di Washington in Cina. Inoltre, l’iniziativa miliardaria della Cina Fascia e Via, ha assicurato come partner 68 nazioni, con l’evidente assenza degli Stati Uniti autoesclusisi. Le sanzioni economiche statunitensi contro l’Iran non ne hanno minato le esportazioni di petrolio, mentre le transazioni bancarie e le importazioni di prodotti manifatturieri e di servizi sono stati sostituiti da Cina, Russia, India e gran parte dell’Asia. Tutti aumenteranno il commercio con Teheran. Nel Medio Oriente e nell’Asia meridionale, gli Stati Uniti non possono più contare su clienti o alleati ad eccezione di Israele e Arabia Saudita. Inoltre, i sauditi hanno respinto la richiesta di Trump di aumentare la produzione di petrolio per abbassare i prezzi del petrolio per i consumatori statunitensi. Israele è un “alleato fedele” di Washington quando è adatto ai propri vantaggi economici ed aspirazioni egemoniche. Ad esempio, Israele ha continuato ad ampliare i legami con la Russia anche in violazione delle sanzioni statunitensi. Pakistan, Myanmar e Cambogia si sono avvicinati alla Cina grazie all’aumento degli aiuti finanziari e infrastrutturali. Pr equilibrio, gli Stati Uniti continuano a esercitare il dominio militare in Asia attraverso le sue basi in Corea del Sud, Giappone e Australia. Tuttavia, perde influenza economica e presenza nel resto dell’Asia. Se la storia è un precedente, gli imperi senza basi economiche, prima o poi si sgretolano, specialmente quando le potenze regionali in ascesa possono sostituirli.

L’Unione Europea e l’impero di Trump: partner, cliente o rivale?
L’Unione europea (UE) è il maggiore mercato del mondo e tuttavia rimane una dipendenza politica e militare di Washington. L’UE ha risentito della mancanza di una politica estera indipendente, la sua dipendenza dalla NATO, sussidiaria degli Stati Uniti, è una delle ragioni principali. Il presidente Trump ha sfruttato la debolezza dell’UE per sfidarne le politiche su diverse questioni strategiche, dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, all’accordo nucleare con l’Iran, al riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale israeliana. I dazi di Trump sulle esportazioni dell’UE è l’ultimo e più provocatorio tentativo di sfidare e dominare la regione. Inoltre, l’UE è sempre più divisa su immigrazione, uscita del Regno Unito (Brexit) così come divisione economica, politica ed economica tra Germania, Italia e Polonia. In effetti, il regime di Trump non può più contare su una potente alleanza unificata, cercando l’impero globale. Piuttosto, sotto Trump gli Stati Uniti cercano di assicurarsi la supremazia economica e il dominio politico-militare. Il presidente Trump chiede che i Paesi dell’UE raddoppino i bilanci militari al fine di aumentare la spesa per le armi del Pentagono. Come conseguenza delle divisioni ed ostilità tra Stati Uniti e Unione Europea, le politiche imperialiste del presidente Trump hanno adottato una strategia contraddittoria rafforzando il protezionismo economico con aperture alla Russia “nemica”. Adottando lo slogan nazionalista “Rendere l’America Forte” “Indebolendo l’UE” sembra che Trump persegua slogan nazionalisti per promuovere obiettivi imperialisti.

Crescita interna e declino imperiale
Ad oggi, a metà del 2018, Trump cavalca l’onda della crescita interna su economia, commercio ed occupazione. I critici affermano che sia una congiuntura di breve durata che affronta potenti controcorrenti. Sostengono che la guerra commerciale e il declino dei mercati esteri in Cina, Unione Europea, Messico, Canada e altrove provocheranno il declino degli Stati Uniti. La scommessa strategica di Trump è che la guerra commerciale statunitense riuscirà ad aprire il mercato cinese riducendone le esportazioni. Trump spera che le multinazionali si trasferiranno negli Stati Uniti aumentando posti di lavoro ed esportazione. Finora è un sogno irrealizzabile. Inoltre, il crollo delle entrate fiscali dalle società non è accompagnato da diminuzione delle disuguaglianze e aumento dei salari. Il risultato è che Trump affronta la reale prospettiva del calo delle esportazioni e del sostegno elettorale popolare, in particolare da chi è negativamente colpito dai mercati in declino e dai profondi tagli a salute, istruzione ed ambiente.

Conseguenze politiche dell'”America First” in un contesto aziendale
Le politiche economiche nazionaliste di Trump difficilmente miglioreranno l’edificio imperialista; al contrario, la guerra commerciale costringerà i maggiori beneficiari delle imposte sulle società a mettersi contro Trump. I loro legami commerciali con UE, Nord America e Cina lo meteranno contro Trump. La costruzione imperialista prevale su Prima l’America. Senza un impero economico, gli Stati Uniti non avranno i mezzi per garantirsi i mercati necessari per stimolare esportazioni e produzione locale.

Conclusioni
Il presidente Trump ha beneficiato, e in una certa misura, è riuscito a conquistare temporaneamente il dominio in America Latina, espandendo l’economia nazionale e imponendo richieste a Cina, UE e Nord America. Tuttavia, le sue politiche hanno minato alleati e istigato i concorrenti e provocato rappresaglie. Tutto ciò aumenta il costo economico della gestione dell’impero. Trump non è riuscito a fornire validi sostituti ai mercati di UE e Cina. Né ha assicurato i mercati nei restanti clienti in America Latina. L’idea che Trump possa costruire “il capitalismo nazionale in un solo Paese” è una chimera. Al massimo richiederà lo sfruttamento intensivo della manodopera statunitense e alti tassi di investimento, sacrificando profitti e salari. Oligarchia elettorale e mass media lo costringeranno a ritirare le guerre commerciali e ad arrendersi alle élite globalizzanti.

Il Prof. James Petras è un ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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