L’ultimo spasmo dell’imperialismo inglese in Medio Oriente

Intervista a Peter Ford, ex-ambasciatore del Regno Unito in Siria
Vanessa Beeley, UK Column 24 luglio 2018

Durante il mio recente viaggio a Londra, ho avuto l’immenso privilegio di intervistare Peter Ford, ex-ambasciatore del Regno Unito in Siria dal 2003 al 2006. Ford è stato un netto critico della politica estera del governo del Regno Unito in Siria che si concentrava sul cambio di regime e ha guidato a sette anni di guerra per procura e sanzioni economiche che hanno decimato una nazione sovrana prospera e progressista. A maggio, Ford si è dimesso da consigliere della Royal Charity Organization del Bahrayn, in segno di protesta contro l’apparente approvazione da parte del Bahrayn delle tattiche assassine e di pulizia etnica in Palestina.
A quel punto, Ford ha detto a 21st Century Wire: Questo è l’ultimo passo nel cammino verso il basso che il Bahrayn ha intrapreso di recente, prendendo le distanze dal precedente e convinto sostegno ai diritti di palestinesi e arabi. Lo scontro fu avviato da Israele e non dall’Iran, in un piano trasparente per provocare la reazione iraniana in seguito alla decisione del presidente Trump di porre fine all’accordo nucleare iraniano. Trovo ancora più difficile capire la posizione del Bahrayn contemporaneamente al trasferimento dell’ambasciata USA nella città santa di Gerusalemme, che chiaramente incoraggerà Israele ad essere belluino e che va condannato.

Intervista a Peter Ford, luglio 2018
Vanessa Beeley: ha fiducia negli Stati Uniti o negli ultimi annunci di Trump che intendono ritirarsi dalla Siria?
Peter Ford: non penso che gli Stati Uniti conoscano se stessi. Primo, hanno diviso gli avvisi. Il presidente ha detto che vuole uscire e non ho motivo di non credergli, vuole uscirne in fretta, ma la domanda rimane, può prevalere contro le altre figure che vogliono restare aggrappate? Perché vogliono “restare aggrappati” non è chiaro ma sembrano vederlo come un gioco a somma zero, vogliono contrattare la loro presenza contro alcune concessioni possibilmente nella forma della presenza iraniana. O è solo il tipico comportamento statunitense per non lasciare mai un Paese finché non lo bombardano? Penso che in realtà non abbiano una propria strategia.

VB: È perché si aspettavano che l’intero piano del “cambio di regime” avesse successo e il cui fallimento li ha colti di sorpresa?
PF: Penso che la loro strategia generale (per quanto ne avessero una) sia quella di raccattare qualcosa, non possono impedire la vittoria di Assad, ma possono approfittarne. Possono ritardarla, impedire che il paese sia adeguatamente pacificato e unito. Possono sperare di ricreare, nelle loro menti, le condizioni per un’altra rivolta. Non dimentichiamo che nel nord (della Siria) ci sono più di 100000 jihadisti a Idlib e lungo il confine turco. Penso che gli statunitensi pensino che la “guerra” sia tutt’altro che finita. Assad potrebbe prevalere su oltre il 70% della Siria a breve termine, ma finché c’è la possibilità che possa inciampare, gli Stati Uniti si aggrapperanno a ciò che detengono e controllano. C’è anche la chiara strategia di mantenere la Siria debole con sanzioni economiche e negare l’assistenza internazionale alla ricostruzione. Se c’è una strategia chiara, allora è sicuramente tale strategia da “approfittatore”. Gli USA vogliono impedire ad Assad e alla Russia di godere dei frutti della vittoria contro il terrorismo e mantenere viva la “resistenza” degli Stati Uniti per giorni migliori, come forse dicono.

VB: Questa è la loro strategia dal 1957 con interventi di intensità minore o maggiore.
PF: Sì esattamente. Questa è la strategia di Washington da oltre 40 anni, fondamentalmente. La guerra dei 40 anni di Washington contro la Siria.

VB: Era a Damasco come ambasciatore del Regno Unito nel 2003-06. Qual era la sua opinione sul governo di Assad all’epoca?
PF: Ero uno degli ottimisti e non credo di essermi sbagliato. Le cose furono spazzate via da una serie di eventi, principalmente la guerra in Iraq, poi i problemi in Libano che, credo, erano un altro sottoprodotto della guerra di Washington alla Siria. Assad temeva di essere stato sconfitto in quel momento, era il piano degli USA usare il Libano come trampolino di lancio contro la Siria e Hariri faceva probabilmente parte di quel piano. L’agenda delle riforme fu spazzata via dagli eventi in Iraq e in Libano. Il ritiro dal Libano ebbe effetto, ma forse per il meglio. Io stesso, esortai la Siria a ritirarsi a causa dei problemi di corruzione, un’influenza corruttrice, quindi il ritiro avrebbe aiutato la riforma se non fossero intervenute altre cose come la guerra in Iraq e tutto ciò che ne derivava.

VB: Quindi, la cosiddetta rivolta non è avvenuta nel 2011 in Siria, dove pensa che saremmo ora col programma di riforma?
PF: Storia controfattuale (sorride). Le cose andava su una traiettoria positiva, una riforma incrementale, più economica che politica, ma penso che sarebbero emerse nella direzione in cui la Turchia è andata e in effetti, a quel tempo, la Turchia fu presa, incluso il sottoscritto, come modello da seguire. Un governo secolare in un Paese fortemente sunnita, un forte esercito, un governo forte. Ci fu un momento in cui la Siria si avvicinò alla Turchia e sembrava che la Siria avrebbe intrapreso la stessa strada della Turchia, ma senza le ossessioni e gli eccessi di Erdogan. La Turchia è ancora un membro della NATO, considerato abbastanza “decente” da esserlo.

VB: Lo slogan che aleggia su questo conflitto è, come sempre, il portare della “democrazia”. Ha lavorato in Medio Oriente. Ne conosce la cultura. In quale misura dovremmo imporre la nostra versione di “democrazia”, corrotta oltre ogni riconoscimento nella nostra stessa società, per colpire nazioni come la Siria?
PF: La politica in Medio Oriente tende inevitabilmente al settarismo. Questo è un fatto della vita. A prescindere dal sistema, tale elemento va preso in considerazione. Esistono diversi metodi per affrontarlo. C’è il modello libanese, che in linea di massima funziona piuttosto bene pur con periodici sconvolgimenti soprattutto quando c’è pressione dall’estero. Ma il modello libanese non si lascia scuotere. C’è parcellizzazione di potere tra i gruppi religiosi e controlli ed equilibri in modo che né i sunniti, né gli sciiti, né i cristiani abbiano un potere sproporzionato. C’è sempre un controllo su di loro e quindi incoraggia la ricerca del consenso. Alcun partito o gruppo religioso può regnare da solo. Questo non è un modello che si confà molto con la Siria, comunque. I siriani con cui ho parlato non hanno mai visto il Libano come modello di riferimento. Entrambi i Paesi hanno un certo grado di competitività tra i rispettivi sistemi politici e nazionali.

VB: I siriani non si vedono come settari, cosa che dovrebbero essere considerata.
PF: Sì, esattamente, quindi anche per questo motivo non penso che il modello libanese sia pratico in quanto è un punto di partenza diverso per la Siria. In Libano il punto di partenza era un presidente maronita che andava bene per loro. Ha rassicurato i cristiani in Libano, ma in Siria il punto di partenza, se si applica quel sistema, dovrebbe essere un presidente alawita e in eterno, questo è il sistema libanese, perpetuo. Non credo che avrebbe consenso in Siria, è chiaramente un punto di partenza diverso. L’alternativa è tornare indietro al 2005/6 e proseguire con progressi incrementali nel programma di riforme in direzione del modello turco, come fu nel 2006, ovviamente, e va sottolineato. Devo dire che non penso che in Siria ci sarà un’apertura politica per diversi anni. La priorità saranno inevitabilmente consolidamento, stabilità, sicurezza ed è comprensibile. L’attenzione alla sicurezza nazionale aumenterà, non diminuirà perché c’è ancora di più da proteggere. Alcuni chiamano la Siria Stato di polizia, ma non sorprende quando c’è così tanto su cui fare “polizia”.

VB: In modo efficace, come sempre, l’occidente va accusato di aver fatto fallire il programma di riforme siriano e del sospetto sempre più profondo delle influenze occidentali mentre apre la porta diplomatica e militare alla Russia e all’Iran, nemici giurati dell’imperialismo occidentale?
PF: Assolutamente! Noi (occidente) siamo riusciti a rimettere le cose indietro di almeno 20 anni! Proprio come in Iraq, i risultati sono stati l’opposto di quelli desiderati all’inizio delle campagne occidentali. In Iraq abbiamo effettivamente permesso l’aumento dell’influenza iraniana. Abbiamo esportato turbolenze e terrorismo dall’Iraq e anche immigrazione di massa, contribuendo a destabilizzare politicamente l’Europa e a provocare l’ascesa dei gruppi di estrema destra e portare alla Brexit del Regno Unito. Non un insieme felice di risultati netti.

VB: Qual è il ruolo del Regno Unito ora in Siria? Ha menzionato la non-strategia degli Stati Uniti, ma qual è l’obiettivo del Regno Unito in questa guerra? Perché il cambio di regime siriano è così importante per il Regno Unito?
PF: Vuole la risposta breve o lunga? La risposta breve è, perché ci sono degli idioti al Foreign Office. La risposta lunga è: la politica inglese negli ultimi anni nei confronti della Siria è stato l’ultimo spasmo dell’imperialismo inglese in Medio Oriente. L’istinto della Gran Bretagna è stato quello d’interferire, militarizzare i diritti umani sotto lo stendardo della “democrazia” da portate ai popoli “dalla pelle scura”. Abbiamo assecondato tale nostra hobby imperialista, come pensiamo, senza costi, ma chiaramente non fu priva di costi con l’inevitabile panico migratorio, ma in termini di perdite militari, fu relativamente privo di costi, costando solo poche centinaia di milioni di sterline. Il governo se la cava in termini di opinione pubblica con un Parlamento e media supini e muti. È stata una politica a basso costo, gli è stato concesso di assecondare tale capriccio imperialista. Pensano che li faccia sembrare buoni promuovendo i “diritti umani”. È un governo tory alla guida di un programma interventista liberale. Questo è essenzialmente il motivo per cui vi sono coinvolti e soprattutto negli ultimi due o tre anni sono stati persino peggio degli statunitensi. Loro, pensa alla Gran Bretagna, prendevano il comando della Siria. Rimasi scioccato scoprendo in una recente visita a Ginevra, che stavo parlando con alcuni dei circoli delle Nazioni Unite lì, si rendono conto che sono più gli inglesi che gli statunitensi a guidare le danze contro la Siria. Non dimentichiamo che quando Boris Johnson volò a Washington, non molto tempo dopo l’elezione di Trump, il numero uno del suo programma (di Johnson) era rafforzare la determinazione di Trump sulla Siria, che Trump aveva annunciato prima della sua elezione, che pensava di ritirarsi dalla Siria. La Gran Bretagna ha svolto un ruolo post-imperiale usando gli USA come una sorta di agente. Questa è una nuova prospettiva! Gli USA come agente del Regno Unito, ma sembrerebbe così.

VB: Ma cosa ne pensa il Regno Unito del GAIN?
PF: Soddisfazione. Soddisfazione emotiva, pensandosi loro stessi virtuosi. Pensano di difendere il popolo siriano dal “macellaio brutale”, quindi c’è autostima e vantaggio elettorale, certo, vedono la Siria come politica popolare o almeno, in termini elettorali, senza responsabilità. Tendono a mettere i laburisti da pate e i laburisti sono così deboli che si lasciano calpestare quando dovrebbero attaccare. In parte perché elementi del Labour sono interventisti liberali e condividono ancora tale mentalità post-imperiale, della Gran Bretagna che ancora sopporta il “fardello dell’uomo bianco”. Straordinario. La maggior parte dei parlamentari del Partito laburista ha questa mentalità, pensi a David Miliband, l’archetipo di tale modo di pensare, che al solito andò negli USA per dirigere un cosiddetto ente benefico attivo in Siria guadagnandoci molti soldi. È anche un po’ di personalità. Boris Johnson deve assumersi molte responsabilità, ovviamente non c’era nel 2011. Questa mentalità imperialista è più evidente in Boris Johnson che sembra vedersi come un Churchill degli ultimi giorni, dalla risolutezza risolutiva, non come Roosevelt in questo caso, ma come Trump contro i “malvagi dittatori stranieri”. Hitler e Mussolini sono ora Putin e Assad. Johnson ha scritto un libro su Churchill, lo sa. Penso che consapevolmente o inconsapevolmente scimmiotti Churchill col linguaggio del corpo e il modo di pensare (ride).

VB: Questo è un concetto spaventoso! Quali possibilità ha Johnson di produrre una leadership del partito Tory?
PF: Non sono sicuro che abbia nemmeno una strategia o delle tattiche. Non credo che avesse intenzione di dimettersi, fu costretto da Davis a saltare dalla nave e, più o meno, vergognandosi di Johnson. Johnson voleva rimanere il capo della tribù dei Brexit e l’avrebbe perso se si fosse impiccato dopo che Davis era salito sulla nave. Ora lavorerà sicuramente a una strategia per entrare al numero 10. Accettatelo, dico, perché Johnson sarà più facile da sconfiggere di May in un’elezione generale, quando arriverà. Sarà una figura ancor più polarizzante.

VB: Duma. Il rapporto provvisorio dell’OPCW. Perché c’è stata una relazione provvisoria, cosa insolita?
PF: Ho fatto notare che la BBC aveva erroneamente riportato o travisato il rapporto dell’OPCW, stando molto attenta a non dire che c’era stato persino un attacco, figuriamoci chi l’aveva fatto. Il titolo avrebbe dovuto essere che il sarin fu escluso completamente. Nel complesso fu un rapporto molto positivo che di certo ha dato poco o alcun conforto all’altro lato. Non possiamo ignorare le immense forze esercitate sull’OPCW perché arrivino al verdetto richiesto, ma possono bloccarsi e non è atipico perché i loro rapporti sono in ritardo di 18 mesi. Immagino, per togliersi un po’ di pressione dalle spalle hanno pubblicato questo rapporto provvisorio neutrale. Solo per essere neutrali, il presunto attacco non è provato. Tutto ciò che è provato è che una delle sue affermazioni è falsa, l’accusa principale è falsa.

VB: Stavo leggendo un documento di propaganda parlamentare interno l’altro giorno, scritto da un ex-dipendente della BBC, Chemical Weapons and Syria in brief, e fondamentalmente stabiliva il precedente per decidere la colpevolezza senza prove e agire sulla base di un probabile senso di colpa ma senza prove. Questo è uno sviluppo terrificante e sicuramente determinerà simili tattiche di aggressione illecita negli interventi futuri, se il governo non è ritenuto responsabile?
PF: Un breve articolo fu prodotto dai consulenti legali del governo, un lavoro scadente fatto a pezzi dai professori della giurisprudenza, ma che cercava di citare tale nuova dottrina della Responsabilità da proteggere, che significa Licenza di uccidere. Dottrina molto pericolosa. Un sogno bagnato dell’interventista liberale.

VB: Infine, Trump chi è veramente?
PF: Ho detto qualcosa di carino su Trump ieri in realtà. Se intende ciò che dice, vuole buoni rapporti con la Russia, vuole uscire dalla Siria, lasci che Donald sia Donald, dico. L’ho paragonato a Gulliver, un gigante inchiodato dai pigmei politici che fugge da solo nel cuore della notte alle 3 del mattino quando può twittare, e nessuno può fermarlo, o quando è libero dalla sua schiavitù e si può permettere di partecipare a un meeting diretto con leader stranieri. Sono le uniche volte in cui Donald può essere Donald.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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